Beatles-Pink Floyd: due band… altrettante prospettive – di Francesco Chiari

Cinque anni fa, nel 2015, vi sono state due grandi occasioni per festeggiare: da una parte la ristampa dell’antologia beatlesiana1” (2000) con i video restaurati abbinati ad ogni canzone e dall’altra la ricorrenza dei cinquant’anni di carriera dei Pink Floyd, partendo dal primo concerto dell’ottobre 1965 in cui appaiono nella formazione classica a quartetto che due anni dopo registrerà il primo album, “The Piper at the Gates of Dawn” (1967). Soprattutto quest’ultimo evento, in retrospettiva, sembra essere per molti versi il “Big Bang” da cui nascerà la futura psichedelia. L’occasione è la festa di compleanno per i 21 anni di due gemelle, Libby e Rose January, figlie di Douglas, ricco agente immobiliare di Cambridge; i gruppi ingaggiati per alternarsi a suonare sono due, cosa molto comune all’epoca soprattutto nel caso di feste dalla lunga durata: i futuri Floyd si fanno ancora chiamare Tea Set ma sono già pronti sotto la guida di Syd Barrett ad avventurarsi nell’ignoto, sebbene qui abbiano ancora il compito di animare una festa, mentre l’altro gruppo, anch’esso di Cambridge, si chiama Jokers Wild e sicuramente è stato ingaggiato per proporre un repertorio più appetibile visto che, come possiamo dedurre dalla loro unica incisione (privata) arrivata sino a noi, suonano pezzi di gente come Chuck Berry, Frankie Lymon and the Teenagers e i Four Seasons.
Il dettaglio di maggior interesse qui riguarda il loro cantante e chitarrista solista, un amico di Barrett di nome David John Gilmour. Per giunta, ad aprire la serata è stato chiamato un cantante americano di genere folk acustico che si trova in Inghilterra, totalmente ignoto a musicisti e invitati, un certo Paul Simon, e il ragazzo di Libby è Storm Thorgenson, uno studente di cinematografia che in seguito avrebbe disegnato molte copertine per i Pink Floyd. Per di più, appena un mese dopo questa festa, i Beatles iniziano quella serie di registrazioni che li porterà in due anni a sfornare tre capolavori, Rubber Soul (1965), Revolver (1966) e Sgt. Pepper’s Lonely Heart Club Band (1967), quindi possiamo davvero dire di trovarci in un punto nodale della storia della musica pop. In retrospettiva però, ci domandiamo come mai i Beatles hanno esaurito la loro creatività in un periodo di appena sette anni – dal 1962 al 1969 – mentre i Pink Floyd, pur fra cambi di formazione e notevoli alti e bassi, hanno esteso la loro parabola creativa nell’arco di cinquant’anni.
Chi scrive, dopo un’attenta analisi, propone una soluzione legata a una differenza sostanziale basata su questo fatto: i due creatori principali dei “Fab Four“, John Lennon e Paul McCartney, erano stati come noto studenti d’arte, mentre è meno noto che ben tre Floyd su quattro erano stati studenti di architettura e infatti Barrett – studente d’arte e pittore di talento – riferendosi ai suoi ex compagni di gruppo disse acidamente: “Avrei dovuto aspettarmelo, gente noiosa“. Pur restando sulle generali, è possibile tracciare in questo modo le diverse caratteristiche: lo studente d’arte punta soprattutto sulla creatività, sulla ricerca dell’idea da elaborare e sfruttare fino all’esaurimento, non scartando la possibilità di rivolgersi ad altri artisti, del presente o del passato, per trarre da essi spunti da elaborare, consumando la propria parabola creativa in un numero non elevato di anni al termine dei i quali esistono solo due sbocchi: il silenzio o il riciclaggio di idee già utilizzate e appiattite dalle esigenze del mercato. Lo studente di architettura invece pianifica sempre tutto in anticipo con molta precisione, senza trascurare particolari, alla ricerca di una sintesi ideale fra creatività e funzionalità cui s’accompagna la coscienza che il proprio lavoro non troverà realizzazione in tempi brevissimi, il che include una notevole dose di resilienza. Insomma, nell’Artista prevale l’uso dell’emisfero cerebrale destro, quello della creatività, mentre nell’Architetto prevale l’uso dell’emisfero cerebrale sinistro, quello della razionalità.
Se procediamo ad analizzare la produzione dei due gruppi troveremo conferme di quanto finora detto. Ad una conoscenza anche superficiale della musica beatlesiana vediamo che l’idea primigenia si impone immediatamente alla nostra attenzione, sia essa un titolo ficcante, una frase musicale accattivante, un arrangiamento creativo o insolito, come anche una citazione precisa da un’altra canzone: a livello testuale vediamo ad esempio che la seconda strofa di I Should Have Known Better inizia con: “I never realized what a kiss could be“, la stessa frase che apre l’inciso di Till I Kissed You degli Everly Brothers, gruppo idolatrato non solo da John e Paul ma da tanti musicisti inglesi, con in prima fila gli Hollies, mentre il primo verso di Something, ossia “Something in the way she moves”, riprende pari pari il titolo della canzone di James Taylor, che fra l’altro all’epoca aveva un contratto con la Apple. Questo procedimento era particolarmente amato da John, ma una volta gli costò caro perché quando venne fuori che l’inizio di Come Together fu copiato da You Can’t Catch Me del suo idolo Chuck Berry, questi non fu affatto lusingato dell’omaggio, anzi trascinò John in tribunale per un risarcimento. A dire la verità Lennon avrebbe dovuto ricordare che lo stesso trattamento era stato riservato a Brian Wilson, che aveva fatto anche peggio riprendendo di peso Sweet Little Sixteen per Surfin’ USA.
A livello musicale riportiamo solo due esempi, entrambi curiosamente riferiti al basso di Paul: l’accompagnamento di I Saw Her Standing There viene dritto dritto, come ammesso dall’interessato, da Talkin’ ‘Bout You sempre di Chuck Berry, mentre la frase che apre The Ballad Of John And Yoko è chiaramente rielaborata da Don’t Be Cruel. George Harrison commentò una volta questo procedimento con uno spiritoso riferimento al music-hall, dicendo: “Eravamo i migliori borsaioli del mondo“. “Plagiaristes extraordinaires“, ma certamente non sapeva dell’esistenza di procedimenti simili in musica da tempo immemore, e ne citiamo solo uno molto antico: Claudio Monteverdi apre l’opera Orfeo del 1607 con una sfavillante toccata per ottoni, riproposta tre anni dopo nel brano di apertura del Vespro della Beata Vergine. Detto per inciso, anche i Beatles, come l’artista citato e tanti altri nella storia, non furono immuni dalla cosiddetta “commissione“, o creatività a comando, e basti citare ancora una volta “Rubber Soul“, registrato in appena quattro settimane unicamente perché la EMI voleva un disco del gruppo nei negozi per Natale. Non a caso il brano Wait fu recuperato dalle sedute di “Help!” (1965) mentre un altro, Run For Your Life, fu sempre detestato dal suo autore, John Lennon, il quale dichiarò di averlo scritto soltanto perché serviva una canzone per il disco. Comunque sia, i quattro usarono il loro potere di vendite per rifiutarsi l’anno dopo, 1966, di incidere un altro album per gli acquisti natalizi e la EMI corse ai ripari con “A Collection Of Beatles Oldies“, un’antologia di singoli impreziosita da una cover di Bad Boy di Larry Williams, brano apparso fino ad allora unicamente sul mercato americano.
Se passiamo ora ai Floyd, possiamo vedere il modo di procedere degli architetti soprattutto a partire dal secondo album, “A Saucerful Of Secrets” (1968), come noto sospeso fra atmosfere legate a Barrett ed altre che puntano in una nuova direzione. L’esempio davvero lampante è il brano che dà il titolo al disco, in apparenza un’improvvisazione libera in molte sue parti, in realtà governata da uno schema nascosto, come rivela Andy Mabbett in una sua guida ai brani del gruppo: “La struttura del pezzo fu determinata da Mason e Waters, entrambi ex studenti di architettura, che tracciarono una serie di apici e avvallamenti su un grafico per evidenziare le dinamiche” (da The Complete Guide To The Music Of Pink Floyd, Omnibus Press 1995, pag. 14, traduzione a cura dello scrivente). Con questo modo di procedere siamo nettamente lontani dall’atteggiamento beatlesiano di usare lo studio come una sorta di laboratorio creativo, dove entrare magari solo con abbozzi o atmosfere musicali da raffinare via via. Troviamo invece un gruppo che entra in studio solo dopo aver pianificato molto a fondo il lavoro, pur riservandosi, da bravi artisti, di sfruttare buoni spunti trovati per caso.
Il discorso si fa ancora più chiaro quando affrontiamo il problema del concept album: per alcuni critici il primo è “Sgt. Pepper” quando invece appare subito chiaro, anche ad un ascolto casuale, che quest’album non racconta una storia coerente e non si prefigge di sviluppare un tema. Racconta invece un viaggio attraverso diverse atmosfere: i ricordi d’infanzia, la storia (vittoriana, come ben disse Albert Goldman) della ragazza che scappa di casa, l’evocazione di uno spettacolo viaggiante e via dicendo, ricomponibili soltanto a posteriori in una sorta di collage mnemonico. La riprova più evidente di questo discorso si ebbe nel 1978 quando da questo disco fu tratto un detestabile film, interpretato da Peter Frampton e dai Bee Gees, un fiasco talmente imperdonabile da diventare modello imperituro su come non si deve basare alcunché sulla creatività di un gruppo al solo scopo di ottenere un successo di cassetta. Per contro, un po’ tutti gli album dei Pink Floyd, almeno da The Dark Side Of The Moon (1973) possono essere considerati concept album, in quanto ruotano intorno a temi rilevanti della vita. Si esclude da questo discorso le colonne sonore, “More” (1969) e Obscured By Clouds (1972), che obbediscono necessariamente ad esigenze esterne. Riguardo a
The Dark Side of the Moon“, ci informa ancora Mabbett: “L’idea di collegare fra loro canzoni sui temi della pazzia, dell’invecchiare, del lavoro e della morte, preoccupazioni che tormentano tutti quanti, venne fuori in un incontro del gruppo nella cucina di Mason” (op.cit., pag 51), tanto per tornare al discorso delle pianificazioni in anticipo, mentre Wish You Were Here (1975) tratta il tema dell’abbandono e dell’assenza. In “Animals” (1977) il discorso è addirittura lampante, vengono usati gli animali come metafora degli esseri umani costretti ad una vita eterodiretta, primo esempio a tutto tondo del socialismo neo-marxista di Roger Waters che avremmo imparato a conoscere bene. “The Wall” (1979) affronta argomenti come l’incomunicabilità, l’egotismo dell’artista e così via.
Un ultimo spunto di riflessione sta in questa ulteriore differenza fra i gruppi: nei Beatles le storie narrate rimangono pur sempre narrazioni di momenti di vita personali, anche con riferimenti diretti, ad esempio le risposte del coro in She’s Leaving Home nelle quali John cita testualmente parole di sua zia Mimi, che diventano universali per la grande empatia che gli artisti riescono ad avere col proprio pubblico, mentre nei Pink Floyd le storie narrate assumono sempre valore paradigmatico, quasi di insegnamento, proprio come un edificio architettonico può riferirsi al vissuto dell’artista solo in quanto esso diventa elemento concreto e non decorazione. Anche qui abbiamo l’esempio sommo in “The Wall“, dove Waters parte da elementi biografici: il non aver mai conosciuto suo padre, il maggiore Erich Fletcher Waters, morto nel gennaio 1944 durante lo sbarco ad Anzio; il fatto che il corpo di suo padre non sia mai stato ritrovato, il suo crescere da solo con la madre, un’insegnante e militante comunista della Campagna per il Disarmo Nucleare… tutto questo dà all’album un senso applicabile a qualsiasi popolo col suo rifiuto della guerra e della manipolazione degli esseri umani da parte dei media. In questo si inserisce anche il suo impegno con i veterani di guerra, uno dei quali gli disse, suscitandogli lacrime di commozione: “Tuo padre sarebbe fiero di te!” Si consideri tutto questo come un racconto, non come una competizione. Non si tratta di preferire un gruppo all’altro, ma di considerare entrambi come preziosi testimoni della nostra epoca e di ricordare che abbiamo bisogno di entrambi… Così come ci servono entrambi gli emisferi del nostro cervello.

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