Beach House: “B-Sides and Rarities” (2017) – di Massimiliano Speri

Ogni disco dei Beach House è, a suo modo, un piccolo evento. Il duo di Baltimora si è imposto come una delle realtà di punta dell’indie rock d’autore, compiendo nell’asfittica costellazione dream pop un’impresa simile a quella operata dai Low nel sottobosco slowcore: tramutare il rock d’atmosfera in una nuova, solenne musica sacra. Il merito è di una formula che abbraccia i codici del genere mutandoli sistematicamente di segno: tastierine d’annata al posto dei pomposi sintetizzatori scampanellanti, una chitarra ridotta all’osso a fare le veci delle tempeste di flanger dei bolsi shoegazers, un’inconfondibile vocalità androgina a rimpiazzare le anonime sirene che hanno inflazionato il genere, testi tanto essenziali quanto tridimensionali a dare il non secondario tocco finale. Al contempo epica e intimista, oscura e trasparente, profonda e leggerissima, la musica dei Beach House ha costituito uno dei pochi approdi felici della retromania post-2000, anche grazie alla spiritata presenza scenica del personaggio femminile più carismatico dai tempi di Hope Sandoval: Victoria Legrand. La sorprendente riconoscibilità del loro stile (immortalata nell’indimenticabile “Bloom” del 2012) deve però adesso fare i conti con i limiti insiti nei suoi pregi: i Beach House hanno infatti elaborato una ricetta così solida che rischiano di cristallizzarsi nel cliché di se stessi, intrappolati in una strategia tanto vincente quanto ripetitivaCosa c’è di meglio allora, per fare il punto della situazione e intanto riorganizzare le forze, di un’antologia di singoli, rarità e versioni alternative, con due inediti che non guastano? Una raccolta bella ricca, nata dalla necessità di rendere disponibili per i fan tutti quei brani disseminati lungo la carriera al di fuori dei dischi ufficiali. L’attenzione vola subito alle due nuove canzoni, risalenti alle session di “Depression Cherry” e “Thank Your Lucky Stars” del 2015: Chariot, la traccia d’apertura giustamente estratta come singolo, entra di diritto nel loro miglior canzoniere, piccolo manifesto di quell’eterea marzialità che ha fatto innamorare molti, capace di coniugare potenza e dolcezza con rara abilità; Baseball Diamond, di contro, risulta un po’ opaca: se fosse rimasta nei cassetti non l’avremmo rimpianta. Tra gli altri brani sono da segnalare almeno due perle apparse in due differenti antologie: Play The Game, cover dei Queen dall’album-tributo “Dark Was The Night” del 2009, e Saturn Song, probabilmente la cosa più perfetta che i due abbiano mai scritto, dal suggestivo “The Space Project”del 2014. Chiude impeccabilmente Wherever You Go, l’incantevole ghost track di “Bloom” agganciata alla coda di Irene, capolavoro nel capolavoro. Senz’altro più una chicca per aficionados che un album da isola deserta, “B-Sides And Rarities” ha comunque un suo ruolo strategico nella discografia dei Beach House, ponendosi come salutare pit stop per mettere ordine nel passato e fare chiarezza sul prossimo piano di battaglia.

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