Battisti/Mogol: un viaggio a cavallo – di Rosanna Cornaglia

29 maggio 2016, data di partenza del viaggio a cavallo intrapreso da Andrea Pertegato, pilota di elisoccorso, appassionato di cavalli e di musica: quella di Lucio Battisti. A tenergli compagnia Pietruccio Montalbetti, leader dei Dik Dik, il quale avrebbe già dovuto intraprendere il viaggio in quel lontano giugno del 1970, in compagnia di Lucio Battisti e Giulio Rapetti, in arte Mogol. Il luogo di partenza é il medesimo: la Cascina Longora di Carpiano, sud di Milano, da lì si viaggia in direzione di Pavia, seguendo l’itinerario di Battisti – Mogol, da Castel San Giovanni si prosegue verso il mare, vicino a La Spezia, nella città di Sarzana. Il viaggio si snoda per strade poco trafficate, lungo tutta la bella Versilia. Questo itinerario si sovrappone in larga parte a quello percorso da Battisti e Mogol. Quarantotto anni fa la coppia decise d’improvvisare, ritenendo di fondamentale importanza lasciare spazio alla casualità. A noi è giunta una bellissima considerazione di Lucio: “A cavallo le strade sono diverse, tutto è diverso in questa Italia semisconosciuta che frughiamo lentamente giorno per giorno. Percorriamo sentieri in boschi, stradine polverose, viottoli di montagna, spiagge. Qualche volta, ma è raro, incontriamo una striscia di asfalto…” L’idea venne a Mogol che sapeva già cavalcare molto bene, mentre Battisti dovette imparare per quella occasione. Fu poi Lucio a scrivere il diario di questo viaggio (dettagli preziosi, dai preparativi all’arrivo) pubblicato poi sulla rivista “TV Sorrisi e Canzoni”. Al giornalista di questa testata, che gli chiese quale fosse lo scopo di quella cavalcata, rispose: “Lo spirito è quello di provare a noi stessi che possiamo farcela, e quello di godere, senza preoccupazioni, di un vero contatto con la natura, per curarci un po’ delle malattie della nostra vita di lavoro, di fretta, di angosciosa corsa contro il tempo”. Dopo questa esperienza, che coglie nella sua totalità il significato mistico di viaggio (la partenza, il dipanarsi del percorso in cui a poco a poco ci si trasforma; l’arrivo, quando si percepisce di essere diventati una persona diversa e che nulla sarà più come prima) nasce il capolavoro del duo: “Emozioni” (1970) apre un nuovo orizzonte, una nuova maniera di esprimere i sentimenti e le sensazioni. L’aspetto frivolo e godereccio della vita… ma soprattutto i tormenti dell’anima, i sentimenti di speranze e delusioni in cui tutti possono riconoscersi e condividere. Lucio Battisti, nato a Poggio Bustone, un paese della provincia di Rieti, è un ragazzo timido, chiuso e solitario. A tenergli compagnia è soprattutto la sua chitarra. Proprio l’esercizio assiduo con questo strumento fa sì che a Roma Lucio entri nel gruppo dei Campioni di Tony Dallara, anche se questo ambiente non lo ingloba. Battisti non partecipò mai a nessuna edizione di Canzonissima e arrivò solamente quinto al Cantagiro. La casa discografica lo spronava a continuare e a non scoraggiarsi e lui una volta disse: “Quando loro saranno spariti io sarò sempre Lucio Battisti”. Oggi possiamo affermare con certezza che non si sbagliava. Nel periodo dominato da grandi favoriti della canzone italiana come Claudio Villa, Massimo Ranieri e Gianni Morandi, Lucio vinse il Festivalbar 1970 con Fiori rosa fiori di pesco. Invece delle solite voci cristalline e squillanti al pubblico piacque la voce profonda, sommessa e carica di dolore di Battisti, accompagnata da testi colmi di fantasia e di idee nuove, miscelati a sonorità moderne. I primi successi si portano dietro anche i primi pettegolezzi. Si diffonde la voce di una sua proverbiale parsimonia, che lo vuole ospite di casa che invita gli amici a cena per propinare loro gli avanzi del giorno prima; e chi lo conosce bene lo tratteggia poi come estremamente riservato e di una testardaggine unica. Battisti sostituì Mogol con il filosofo e poeta Pasquale Panella e assieme pubblicarono nuovi lavori. Questa coppia artistica produsse album di difficile ascolto, con arrangiamenti musicali ridotti all’osso e versi di difficile comprensione. Tutto questo sfornato nell’arco di pochi giorni, con la precisa intenzione di disorientare i fan. Lucio sostiene:“Mi sono stufato di elargire emozioni. Un mio album è venduto a trentamila lire, come un altro, mentre dovrebbe costare almeno sessantamila lire.” Giulio Rapetti, in arte Mogol è milanese doc e figlio d’arte (il padre Mariano è un dirigente della Ricordi) e, pur molto giovane, già sguazza nell’ambiente discografico e compone con Carlo Donida. A detta dei presenti l’incontro tra i due avvenne a Milano, nei locali della casa discografica Ricordi. “Che cosa te ne pare delle mie canzoni?”, esordì Battisti… e Mogol“Sono così così”… “È vero”, ribattè Battisti. Questo rapido scambio lasciò di stucco Giulio, tanto che divenne non solo il paroliere personale di Lucio, ma per un lungo periodo anche inseparabile sodale. Si racconta che i loro bisticci fossero furibondi (per motivi di soldi e di invidia dicono i maligni e, inoltre, Giulio non ha mai potuto digerire le intromissioni della moglie di Lucio). Quel che a noi interessa davvero, tuttavia, è il “miracolo” che insieme hanno compiuto: al posto di canzoni che parlavano di cuore e amore con frasi grondanti di rime baciate e mielose, sfornarono brani che raccontavano della vita di tutti i giorni, descritta con profondità e umanità, tanto da suscitare nel pubblico una naturale identificazione. Le loro canzoni hanno accompagnato la vita vera di ragazzi di molte generazioni. Serate passate sulle spiagge o in un cortile di campagna, a cantare La canzone del Sole, Mi ritorni in mente, Acqua azzurra, Acqua chiara, Il mio canto libero… alcune tra le tante. Indimenticabile e struggente il verso: “Domandarsi perché, quando cade la tristezza in fondo al cuore, come la neve non fa rumore”. Parole stupende scaturite dall’anima di Mogol, che si fondono alla melodia incredibilmente semplice, dolce e appassionata dell’interpretazione di Battisti. La coppia produce tantissimi successi nell’arco di tempo compreso tra il 1965 e il 1980… Poi, la rottura definitiva e irreparabile. Il motivo non è mai stato chiarito. Forse per una questione di spartizione dei diritti d’autore (vale maggiormente l’apporto dell’uno o dell’altro?) ed ecco che nella lite, ad esasperare ulteriormente gli animi, si inserisce la forte presenza di Grazia Letizia Veronese (che scrive e compone col nome di Velezia) moglie di Battisti. Lucio e Letizia si erano incontrati al Festival di Sanremo del 1969. Era l’anno in cui Lucio cantava L’avventura e lei lavorava per il “Clan” di Celentano. Lei è sempre stata additata come personificazione dell’avarizia e i soliti maligni sono convinti che sia stata la causa dell’isolamento e dell’allontanamento di Battisti dal pubblico e, successivamente da tutti i suoi amici. Tra il 1982 e il 1994 Lucio Battisti realizza sei album, soprattutto per affermare il suo concetto di sempre: un testo totalmente spogliato del suo significato non è ostacolo alla produzione e all’affermazione di canzoni “perfette”. L’uscita dell’album “E già” (1982, testi a firma Grazia Letizia Veronese) è accompagnato da voci insistenti: I testi sarebbero dello stesso Battisti. Inutile ricordare che fu un vero e proprio flop. A questo punto entra in scena Pasquale Panella e seguono “Don Giovanni” (1986), “L’apparenza” (1988), “La sposa occidentale” (1990), “Cosa succederà alla ragazza” (1992) e “Hegel” (1994). Franco Mussida (chitarra solista della Premiata Forneria Marconi e collaboratore di Battisti negli album dei primi anni Settanta) sostenne che “Lucio ha sempre scritto alla Battisti, anche dopo la separazione da Mogol: il suo progetto, però, non prevedeva più di interpretare la sensibilità e la voglia di vivere dei ragazzi. Quella stagione era terminata, anche per una questione di età”. Come si siano create le basi e come davvero si sviluppò la seconda vita artistica di Lucio non ci è dato sapere: si possono avanzare solo ipotesi. Cosa determinò l’inversione di marcia che vide Battisti attivissimo in TV dal 1967 al 1972 (memorabile il duetto dell’aprile 1972 con Mina a Teatro 10) e con moltissime interviste rilasciate… per poi dichiarare a freddo: “Non parlerò mai più, un artista deve comunicare solo attraverso la musica”. Una strategia di Mogol per creare un alone di mistero… o fu il volere della moglie? Ancora Franco Mussida che parla: “Non so quale sia stato il ruolo della moglie, ma so per certo che Lucio non ha mai provato piacere nel proporsi agli altri. Quello che lui amava fare era scrivere le canzoni, arrangiare, suonare. È sempre stato molto semplice e molto schivo e non è mai diventato davvero un cantante, un uomo di spettacolo: le sue interpretazioni erano meravigliosi, emozionanti provini”. Poi arriva Il 9 Settembre 1998. Milano. Si spegne questo mito della musica italiana all’età di 55 anni. Anche qui si crea un ulteriore mistero: la causa della morte. Ancora adesso non è stata resa nota ai fan. Un funerale riservato e quasi privo di immagini. Venti persone solamente: Mogol è presente. Intanto Emozioni, è la canzone più ricordata e trasmessa in quei giorni di lutto… quella canzone che può essere tranquillamente considerata la manifestazione di una sensibilità e profondità d’animo in cui si sono sempre riconosciuti i giovani italiani di almeno tre generazioni e che prese il volo in un viaggio a cavallo.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Questo slideshow richiede JavaScript.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *