Basket, scacchi e Guerra Fredda – di Maurizio Fierro

«Ho avuto una vita felice, Ma se Dio mi concedesse di tornare indietro, chiederei di rigiocare quella partita». (Doug Collins, cestista della squadra olimpica americana di basket). 
Quella volta, a Monaco di Baviera, la medaglia d’argento in palio nel torneo olimpico di basket rimase in mano agli organizzatori. Nessuno, fra giocatori e componenti dello staff statunitense si sognò di partecipare alla premiazione… e dodici medaglie vennero custodite in un caveau di una banca di Losanna. Perché se sei la Nazionale americana di pallacanestro, e hai vinto la medaglia d’oro nelle ultime sette edizioni delle Olimpiadi da quando, era il 1936, il basket è stato ufficialmente ammesso ai giochi, non ti puoi accontentare della medaglia d’argento. Stiamo parlando di uno degli sport che, insieme al baseball e al football, ha contribuito a edificare il mito dello sport statunitense, dove il cesto in cui la palla termina il proprio percorso è un simbolo della cultura popolare, come i rodei ed Elvis Presley, e permea l’immaginario collettivo dalle metropoli ai più reconditi villaggi rurali del Midwest. Il basket, nato a fine Ottocento da un’idea di James Naismith, un oscuro professore di ginnastica di Springfield, nel Massachusetts. Allora una sconfitta così il cittadino americano medio non se l’aspetta, fatica ad accettarla e, nella sua memoria, quello che accadde quel 9 settembre 1972 rappresenterà per sempre un’onta, una dannatissima onta. In cuor suo, il nostro americano medio maledirà per sempre quei giocatori, perché per lui, russofobico ortodosso, saranno coloro che si sono fatti soffiare la medaglia d’oro… e da quelli là poi, sì proprio da loro… gli odiati comunisti. Sapete com’è, no? quando al danno si aggiunge la beffa… ma e la legge dello sport, che toglie e che dà. Che è poi quella della vita. Quella stessa legge che, con un perfetto sincronismo organizzato dal caso, pochi giorni prima ha riservato la stessa beffarda sorte a milioni di cittadini sovietici. Qualche giorno prima, il primo settembre, per l’esattezza. Reykjavik è una città speciale. In estate le notti islandesi sono solo una convenzione come tante, e il tramonto una parola perduta. Per mesi, le strade sono sature di una luce che accompagna ore tutte uguali, e durante le notti bianche si gioca a scacchi per ingannare la noia. Proprio lì, al “Laugardalsholl”, il palazzetto dello sport della capitale dell’isola dei fiordi, è stato organizzato il Match del Secolo, la sfida di scacchi che vede contrapposti il compassato campione del mondo russo Boris Spasskij, un intellettuale erede della cultura religiosa russo-ortodossa che ama Dostoevskij e che, per amore degli scacchi, ha abbandonato gli amati studi di matematica, e l’eccentrico americano Robert “Bobby” Fischer, un genio provocatorio e ribelle che vive la sua vita in contrappunto rispetto alla sinfonia del mondo che lo circonda, e che da alcuni anni strabilia per il suo straripante talento e la sua incredibile capacità di concentrazione. Un mese di sfide, 250.000 dollari in palio… e un evento che ha calamitato l’attenzione generale tenendo il mondo con il fiato sospeso. Poi, il primo settembre 1972, dopo ventuno partite caratterizzate da un crescendo di paranoia e aggressività, in cui non sono mancate pressioni politiche di ogni genere, con una lettera ufficiale, il campione sovietico, che in quel momento è in svantaggio, abbandona annunciando il proprio ritiro. Bobby Fischer è proclamato vincitore, e l’ambizioso enfant prodige della scacchiera diventa automaticamente il nuovo eroe nazionale a stelle e strisce. Un dramma sportivo e non solo, per l’Unione Sovietica, con conseguente scomunica laica per Spasskij. Perché come il suo corrispettivo americano, anche il cittadino medio sovietico non è tenero con i perdenti. Lui non può concepire di vedersi sottrarre lo scettro mondiale degli scacchi. Questa cosa non la digerisce, proprio no. Insomma, può capitare di essere battuti, certo… ma non da uno di quelli lì, da uno yankee. L’olandese Max Euwe era stato campione del mondo in due riprese, per quattro anni complessivi, ma, a parte quell’episodio, i giocatori russi hanno monopolizzato il mondo della scacchiera per quarantacinque lunghissimi anni: dal 1927 al 1972. Da Aleksandr Aleksandrovič Alechin, sublime interprete dello sport inventato in India nel V secolo d.C., ai vari Michail Botvinnik, Vasilij Vasil’evič Smyslov, Mikhail Tal, Tigran Petrosian… e Boris Spasskij, certo. Il “compagno” Boris, che da tre anni è il detentore del titolo di campione del mondo. Dai più remoti villaggi siberiani agli sfarzosi palazzi patrizi di San Pietroburgo che si affacciano sulla Neva, la contesa islandese ha tenuto un popolo col fiato sospeso. In Unione Sovietica non si è parlato d’altro, e la sfida di Reykjavik ha oscurato per interesse la manifestazione olimpica di Monaco di Baviera. Già, Monaco di Baviera, dove da un paio di settimane sono iniziati i giochi della XX Olimpiade. Giochi funestati dal sequestro della delegazione israeliana, e poi dal massacro di nove atleti e due allenatori ad opera dei fedayn di “Settembre Nero”. È il 5 settembre, una data maledetta. In un villaggio olimpico blindato, Alexsandr Belov e tutti gli altri cestisti russi si sono disperati per la sconfitta del compagno Boris, riproponendosi di rendere la pariglia a quegli sbruffoni di yankee. Il clima è pesante, la noia una nemica insidiosa… e allora, nei loro alloggi, gli atleti della Nazionale di basket russa trascorrono il tempo giocando a scacchi. Scacchiera, e poi campo. Perché lì, sul parquet, come l’Idra di Lerna, il mostro a nove teste che vive in una palude e distrugge tutto quello che gli capita a tiro, i russi hanno spazzato via tutti gli avversari. Gli ultimi, i temibili cubani, sono stati battuti in semifinale per 67 a 61 e, anche prima della finale con gli odiati americani (che in semifinale hanno scherzato con l’Italia permettendole di mettere a referto la miseria di 38 punti), i ragazzi dell’allenatore Kondrasin giocano a scacchi. Partite dietro partite. I più bravi sono i Belov. Sergej e Alexsandr, che non sono parenti; l’uno siberiano, l’altro di Leningrado, i due si sfidano in interminabili matches dall’esito incerto, ricordandosi delle contese ai tempi della scuola, dove gli scacchi sono materia di insegnamento e, insieme al circo e al balletto, edificano l’architrave dell’impalcatura ideologica del regime. Monaco di Baviera e Reykjavik: due città che si trovano a tracciare le coordinate geopolitiche di un’epoca in cui ogni cosa sembra succedere da qualche altra parte. Epoca di Guerra Fredda. Yalta, la “cortina di ferro”, la strategia della tensione. Loro di là, gli altri di qua… e in quel mondo diviso, lo sport diventa allora un simbolico prolungamento del sottile scontro diplomatico per affermare la supremazia da parte di una delle due superpotenze. Perché quando lo scontro politico e militare scivola in uno scenario parallelo, l’evento sportivo si trasforma in un match simbolico per dimostrare, davanti agli occhi del mondo, la supremazia del proprio modello. È un’arena avveniristica, la “Rudi-Sedlmayer Halle”. Un piccolo gioiello per il basket ideato per i Giochi olimpici dall’architetto Georg Flinkerbush. Può contenere fino a settemila spettatori e, per la finale in programma per sabato 9 settembre, tutti i biglietti sono esauriti da tempo. I due allenatori, Kondrasin e Henry Iba, schierano i loro quintetti ideali. Gli americani sono tutti ragazzi selezionati dalle migliori università: giovani, forti, esuberanti… non temono nessuno. Ci mancherebbe, dopo una striscia di 63 partite consecutive senza la macchia di una sconfitta. La difesa della squadra sovietica, però, quella sera si dimostra imperforabile e, dopo aver chiuso il primo tempo in vantaggio per 26 a 21, nel secondo tempo i russi si trovano anche sopra di dieci punti… ma poi i ragazzi statunitensi si ricordano della loro storia vincente e, punto dopo punto, rimontano lo svantaggio fino a quando, a sette secondi dalla fine, Doug Collins, stella dell’università dell’Illinois, poi celebrato campione NBA nelle file dei Philadelphia 76ers, si procura un fallo che gli permette di realizzare i due tiri liberi del vantaggio. A quel punto il tabellone recita: Usa 50, Urss 49. Gli americani esultano pensando di aver vinto la loro ottava medaglia d’oro olimpica, mentre i russi, avviliti, si apprestano a uscire dal parquet a capo chino. Quanto succede dopo sarà oggetto di infiniti dibattiti. Kondrasin pretende di giocare ancora 3 secondi, perché dice di aver chiesto il minuto di sospensione durante i liberi di Collins. Gli arbitri prima negano, poi accordano i tre secondi residui. Si ripetono tre rimesse, con scuse diverse, anche perché William Jones, il potentissimo presidente inglese della FIBA, si è alzato dalla sua sedia e ha indicato chiaramente agli arbitri cosa fare. Insomma, un gran pasticcio, Guerra Fredda, geopolitica e tutto il resto… ma quel match non è finito, e sulla rimessa finalmente accordata l’Urss segna il canestro decisivo sul filo della sirena. Il successivo ricorso viene respinto, e gli statunitensi si rifiutano di ritirare le medaglie d’argento. Al loro rientro in patria, i cestisti russi vengono acclamati come degli eroi, mentre i giocatori americani sono ripudiati da un intero popolo. Un po’ quello che, a parti invertite, è avvenuto pochi giorni prima a Bobby Fischer e Boris Spasskij. Sono trascorsi quarantasei anni da quegli avvenimenti, e ancora oggi c’è chi si chiede se in quei concitati secondi finali qualcun altro si sia divertito a giocare insieme ai cestisti americani e russi. Sì, perché a molti piace pensare che, come d’incanto, in quei fatidici momenti, sul parquet della “Rudi-Sedlmayer Halle”, si sia materializzata lei: la dea Nemesi, in una di quelle sottotrame che accompagnano sempre certe storie. Perché si sa, la legge dello sport toglie e dà. Come la vita… e allora può capitare che quella partita di basket non sia ancora terminata… che manchino ancora tre secondi e che, come se la scena fluttuasse fuori dalla sua banale realtà, la palla finisca nelle mani di Aleksandr Belov… che segna il canestro della vittoria e infligge agli americani la prima sconfitta olimpica. Può anche capitare che, prima di essere travolto dall’incontenibile gioia dei compagni, Aleksandr urli qualcosa all’indirizzo della panchina americana. Nessuno dei suoi compagni saprà spiegare con precisione il significato di quel gesto liberatorio ma, ancora adesso, c’è chi giura di aver sentito echeggiare due parole: “scacco matto!”.

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