Bartolomeo Smaldone: “Disobbedienza” (2018) – di Gabriele Peritore

In questo periodo storico, per un poeta degno di tale nome, la disobbedienza è un atto dovuto, quasi obbligato, per contrastare il declino interrelazionale, sociale, estetico. Declino avvertito negli strati di profondità sensibili a causa dello svuotamento di senso e suono della parola, e la sua conseguente perdita della sacralità. Per Bartolomeo Smaldone, sulla parola parlata, come sulla parola scritta, sussiste un velo, o più veli, di stratificazione che impediscono la reale comunicazione dell’essenza delle cose, creando così, attraverso questo linguaggio ampolloso e evanescente, una rete di relazioni false, tra essere umano e essere umano, tra l’essere umano e il suo territorio, che recano inevitabilmente alla costruzione di un mondo squallido, in cui prevale il degrado morale e, non meno importante, quello esteriore. Nella postfazione alla sua ultima silloge di poesie del 2018, battezzata appunto, “Disobbedienza” (Alcesti Edizioni), l’autore cita accoratamente e rilegge il mito di Antigone, la disobbediente per eccellenza, la donna che si scaglia contro le leggi tiranniche, contro i totalitarismi. A Lei e al suo amore per i rituali funebri, alla protezione dei comandamenti di famiglia praticati come atti d’amore, sono dedicate, anche, le ultime poesie del libretto. Con il sacrificio della propria vita cerca di far rispettare le leggi dei suoi avi di fronte alle leggi prevaricatrici degli invasori vincitori. Una donna sola contro tutti, contro il potere. Come un personaggio nato da una tragedia di Sofocle, il poeta, Bartolomeo Smaldone di Altamura, in una terra di luce e tragedia, appunto, si oppone con le sole armi che conosce: le parole. La legge che vuol fare rispettare è quella proprio della sacralità della parola. Un artigiano madido di sudore che scolpisce la pietra, perché il pieno della materia minerale può contenere il pieno del senso da opporre al volgare vuoto globalizzato e globalizzante. Dissotterra le radici dalle sue stesse zolle e ne estrae l’essenza. Solo così può restituire il valore a quel soffio che prende suono a contatto con gli organi fonetici e poi scriverlo, inciderlo su carta. Solo così l’insieme forgiato nella loro musicalità naturale può rinascere in forma poetica, forma che eleva. Per lo meno stabilire il codice sublime della verità. Per chi ha la sensibilità di coglierla. “Infima sorte del mio verseggiare: / abiuro me, sprofonda il sillabare”. Comunicare in un linguaggio, però, comporta il non identificarsi negli altri linguaggi e non rimane che attuare altre forme di disobbedienza. Disobbedisce il poeta nella diffidenza nei confronti di tutti quelli che gli stanno attorno, che lo hanno preceduto e anche di se stesso. Disobbedisce il poeta alle regole dell’io assertore di una sopravvivenza a buon mercato. Disobbedisce il poeta cercando e inventando musicalità in cui la Poesia può bastare a se stessa, può vivere del suo sublime. “Adesso che ho superato lo stretto, / s’addensano i versi / nei miei tumultuosi mondi: / che angoscia non possederli tutti; / dover scegliere una parola, / rinunciando a quella giusta”. 

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