Banksy: “Going, going, gone…” – di Cinzia Farina

“Girl With Balloon”. Piccola copia dipinta del murale londinese del 2002, acrilico e vernice spray su tela, venduta dallo stesso Banksy nel 2006. Appena battuta da Sotheby’s per qualcosa in più di un milione di sterline, al suono di un misterioso segnale, scivola giù dalla cornice, tagliata per circa un terzo a striscioline, tra lo stupore generale. “Autodistruzione di un’opera d’arte”, i titoli di stampa. Lo stesso autore posta subito dopo su Instagram una foto dell’evento accompagnata dalle parole “Going, going, gone…” (“Sta andando, sta andando, andata…”) e un video che rivela il marchingegno, un tritadocumenti a telecomando ben nascosto dentro la cornice. A parte le domande senza risposta relative alla dinamica dell’azione – riassumibili nell’esistenza o meno di complici nelle varie fasi, dalla collocazione della pila, al ruolo e alle operazioni della casa d’aste, all’attivazione del meccanismo – ci si chiede come al solito… burla? genialata? furbata? Anche perché l’opera in realtà non si distrugge. Piuttosto l’azione, simulando o alludendo a un’autodistruzione, la trasforma in qualcos’altro. Spostandosi sul piano di una performance simbolica, risolve l’opera originaria in “documento” moltiplicandone il valore in termini di significato e di monetizzazione. Al valore di mercato (già record) della tela in sé stabilito dalla chiusura d’asta, si aggiunge in altri termini un surplus determinato dall’incursione a sorpresa nel dominio reale di quel sistema di cui Banksy beneficia nel momento stesso in cui lo mette, o meglio dichiara di metterlo, in discussione. Può ritenersi contestazione del mercato dell’arte ciò che, standovi comodamente dentro, ne riconferma e amplifica i meccanismi con relativa prevedibile impennata nelle quotazioni già altissime dell’artista? Diciamocelo, è da più di un secolo che se ne parla, e non ne possiamo più di dover citare i soliti Duchamp e dadaisti vecchi e nuovi e Manzoni… O dentro o fuori. Ci vogliono ben altre rivoluzioni per battere capitalismo e logiche mercantili di cui il sistema dell’arte é ormai parte integrante e non più accessoria. Se quella tela tagliata in parte a striscioline intende dirci che siamo arrivati al punto di pagare una cifra inverosimile per un inutile fragile feticcio piuttosto che provare, chessò, a risollevare un’umanità sofferente, ebbene ciò non è credibile dentro un contesto che potrebbe vedere paradossalmente ciascuna strisciolina superare il valore monetario dell’intero. Come dire, denunciare un tragico gioco, facendone parte. Provocazione apparente. Riuscitissima e perfino simpatica in quanto burla in mondovisione. Un po’ meno forse delle vecchie incursioni da “Primula Rossa” nei musei più importanti del mondo per collocarvi, bypassando incredibilmente ogni sorveglianza, opere a metà tra détournement situazionista e prove di autostoricizzazione. Il “vandalo di qualità” come Banksy amava definirsi, è diventato – non è dato sapere se e quanto suo malgrado – un investimento finanziario. E perciò, secondo Time, uno dei cento personaggi più influenti del pianeta. Banksy, come si sa, tiene più di ogni altra cosa all’anonimato. Aldilà delle varie ipotesi più o meno accreditate, potrebbe pure non essere un singolo, ma un collettivo e, vista la capacità di creare a partire dai suoi murali, un vero e proprio brand sempre più espanso (auto definito brandalism), per quel che ne sappiamo potrebbe pure trattarsi di un’azienda (con tanto di taroccamenti e imitazioni al seguito) e perfino di un comitato di agenti finanziari. Abbandoniamo però la fantascienza. Di certo c’è che l’anonimato non è più funzionale alla difesa rispetto all’illegalità del writer (chi lo arresterebbe ormai?!) ma al mantenimento di un livello sempre alto di curiosità e vitalità, sostenuto da un uso sapiente e controllatissimo dei nuovi media. Banksy non concede interviste. Fa comunicati. Parla quanto (poco), quando e con chi vuole lui, dalla postazione sicura dei suoi siti e account (non fb comunque), senza contraddittori. Posizione invidiabile. Apparentemente contrario al culto della personalità autoriale, e tuttavia divenuto un’icona. “Illegale” e “sovversivo” per le strade, e tuttavia ricercatissimo nel mondo di chi conta, star di Hollywood comprese. Pare non  venda personalmente, salvo in sporadiche occasioni (parchi e mercatini, a pochi spiccioli) ben documentate e diffuse tramite video come esperimenti sociologici, e tuttavia un’organizzazione a lui riconducibile, la Pest Control (“Derattizzazione”) verifica e documenta (però gratis), l’autenticità di ciò che circola. Non sarà milionario come Damien Hirst (con cui non di rado viene identificato e che invece molto probabilmente contribuisce soltanto, specie economicamente, in talune iniziative), ma certamente soldi ne fa parecchi, se può darne in beneficienza, finanziarsi grossi eventi e spostamenti sicuramente impegnativi. Per Banksy vanno tutti pazzi. I suoi stencil, tra graffitismo e pop, rimangono di una semplicità disarmante. Messaggi visivi come flash istantanei, funzionanti come slogan nell’arte consumata di un pubblicitario esperto. Concetti facili, messaggi tutto sommato ovvi, immagini spesso retoriche e perfino leziose (cuori, bambini, palloncini, vintage, fiori.) che solo una brillante sensibilità verso il gioco verbo/visuale e una verve ironica naturale riescono a vitalizzare. Un moralismo scontato e banale alla fine, che compiace un certo spirito contestatore di superficie, perfetto per un momento storico in cui appare più funzionale creare un’identità positiva, “buona” cui allinearsi rassicurati, acquietando in questo modo ogni altra più critica pulsione ribelle. Non a caso anche in Italia, perfino nei centri più sperduti, si moltiplicano come funghi esperienze di muralismo embedded che non hanno più niente a che vedere con il carattere dirompente della street art delle origini. O, alternativamente e specularmente, una pletora di imitatori di Banksy tra cui emerge chi con gran furbizia e capacità manageriali riesce a proficuamente distribuirsi tra strada, gallerie e marchi industriali. Fortunatamente c’é dell’altro. Per restare in Italia e nei limiti specifici della questione, a noi piacciono artisti come Ericailcane e Blu, decisamente molto più interessanti dal punto di vista artistico e di pensiero. Se si vuole davvero parlare di “autodistruzione”, sarà meglio ricordare il gesto forte di Blu che, nel 2016, alla notizia del distacco a fini espositivi di una sua opera, provvide alla cancellazione immediata tramite vernice grigia delle grandi opere (una quindicina) realizzate sui muri di Bologna nel corso degli anni. Chapeau! Blu, anche lui anonimo, resta sulla strada e per tutti. Gira per festival in tutto il mondo, continuando a opporsi a quel potere che ha sempre ostacolato l’azione sovversiva del dipingere sui muri, salvo interessarsene nel momento in cui poteva essere in qualche modo utilizzata e soprattutto ben monetizzata.

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