Banco del Mutuo Soccorso: “Io sono nato libero” (1973) – di Alessandro Freschi

“Almeno tu che puoi fuggi via canto nomade. Questa cella è piena della mia disperazione… Voi condannate per comodità, ma la mia idea già vi assalta. Voi martoriate le mie sole carni, ma il mio cervello vive ancora”.
Il Palacio de la Moneda bombardato dagli Hawker Hunter, la morte di Salvador Allende, il generale Pinochet, Nixon, l’Estadio Nacional stipato di prigionieri politici, la scia di sangue e desaparecidos. È una sequenza drammatica di fotogrammi in bianco e nero, una dolorosa proiezione di diapositive alla quale non avremmo mai voluto assistere quella che prende forma ascoltando le liriche di Canto nomade per un prigioniero politico, traccia di apertura di “Io sono nato libero” (1973), terzo lavoro in studio del Banco del Mutuo Soccorso. È trascorso poco più di un mese dall’11 settembre 1973, tragico giorno in cui “Il Macellaio di Santiago” ha spazzato via i sogni democratici di un popolo, e la band capitolina si è data appuntamento negli Studi Fonorama di Milano per realizzare un nuovo progetto discografico imperniato sul tema della libertà in ogni sua forma concepibile. L’accorata dedica al violentato Cile di Allende non può rivelarsi incipit migliore. Lo sguardo di Francesco Di Giacomo filtra dall’inferriata superiore di un portone ad arco destramente immortalato da Caesar Monti – fotografo e futuro direttore della rivista Re Nudo – sui navigli meneghini, vicino al vicolo dei Lavandai. È questo l’originale soggetto che campeggia sulla copertina sagomata della prima edizione Ricordi di “Io sono nato libero” distribuita nel dicembre 1973.
Il Banco del Mutuo Soccorso, reduce da due album di successo dallo spessore unico (l’omonimo
“Banco del Mutuo Soccorso” sagomato a salvadanaio e “Darwin” entrambi pubblicati nel 1972), conferma in blocco la line-up dell’esordio: i fratelli Nocenzi si occupano di ogni genere di tastiera (Gianni al pianoforte e Vittorio al synth ed all’hammond), Renato D’Angelo al basso, Pierluigi Calderoni alla batteria e Marcello Todaro alla chitarre. La parte canora è ovviamente cosa di Francesco Di Giacomo, dal cuore buono e dalla timbrica sopraffina. In veste di collaboratori al nuovo progetto prendono parte Bruno Perosa e Silvana Aliotta (voce solista dei Circus 2000) alle percussioni e il talentuoso chitarrista Rodolfo Maltese (già Homo Sapiens) – ufficialmente menzionato come semplice ospite nei crediti ma formalmente già membro della band in luogo di Todaro – che non tarderà a rivelarsi fondamentale innesto nel proseguo delle attività artistiche. Sono i quindici minuti della suite di Canto Nomade Per Un Prigioniero Politico ad inaugurare la prima facciata del vinile; sulle note melodiche di un pianoforte l’interpretazione tenorile di Di Giacomo spalanca la porta di una cella dell’Estadio Nacional e dipinge mestamente le estreme riflessioni di un detenuto politico condannato alla pena capitale (“Non sprecate per me una messa da requiem, io sono nato libero”).
Il pathos coinvolgente della composizione, carica di una rassegnazione che si assottiglia in preghiera, non si placa al termine della recita iniziale, amplificandosi man mano nelle evoluzioni strumentali che seguono, lambendo raffinate partiture jazz-rock e movimenti in tipico stile progressive. Gli orditi acustici della fragile litania che segue, Non mi rompete, dirottano le attenzioni narrative sui malesseri della società, indicando come unica via di uscita il rifugio nella dimensione onirica(“Non mi svegliate ve ne prego ma lasciate che io dorma questo sonno, c’è ancora tempo per il giorno quando gli occhi si imbevono di pianto”)
Visionaria, follemente psichedelica, sorretta da articolati quanto tenebrosi arrangiamentiLa città sottile (apertura della B-Side, scritta interamente da Gianni Nocenzi) ci proietta nel delirio di una metropoli soffocata dalla propria architettura (“I tuoi mille ascensori di carta velina che vanno su e giù senza posa, nessuno che scende, nessuno mai sale”.) dove l’uomo sembra non essere in grado di scorgere la luce del sole. Il rifiuto di qualsiasi forma di guerra tratteggiato nelle dolorose istantanee di un ritorno a casa dopo il conflitto, nell’amara constatazione che “Dopo… niente è più lo stesso”; l’ultimo declamo di Di Giacomo (“Dio ha chiamato a sé gli eroi, in paradiso vicino a Lui. Ma l’odore dell’incenso non si sente nella trincea”) prima del vertiginoso epilogo strumentale Traccia IIribadisce gli ideali pacifisti custoditi negli anfratti di un capolavoro senza tempo, indissolubile pietra d’angolo di un movimento – il progressivo italiano – che, oltrepassata la prima metà dei settanta, sfumerà quasi completamente, risucchiato nel vortice di nuove tendenze. La caratura internazionale della proposta, la tecnica sopraffina dei musicisti e l’impegno delle argomentazioni affrontate, fanno si che “Io sono nato libero” possa arrogarsi il diritto di occupare un posto tra le opere rock più rappresentative dell’epoca, rivelandosi, per maturità ed ispirazione, l’apogeo della produzione discografica del Banco.

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