Banco del Mutuo Soccorso: “Darwin” (1972) – di Nicholas Patrono

Prova a pensare un po’ diverso. Niente da grandi Dei fu fabbricato, ma il creato s’è creato da sé: cellule e fibre, energia e calore. Con questo invito ad abbandonare dogmatismi e conservatorismi della religione si apre “Darwin” (1972), disco che ha tenuto fede al proprio nome e ha segnato una vera evoluzione nel panorama musicale italiano. “Darwin” è un concept album che sfida la teoria creazionista fin dal proprio titolo, non a caso dedicato al celebre naturalista e biologo britannico Charles Darwin, colui che elaborò la teoria dell’evoluzione della specie come adattamento all’ambiente e selezione naturale. Il Banco del Mutuo Soccorso era così composto all’epoca di “Darwin”: Pierluigi Calderoni alla batteria, Renato d’Angelo al basso, Marcello Todaro alla chitarra, i fratelli Vittorio e Gianni Nocenzi alle tastiere e Francesco di Giacomo alla voce. La scomparsa a soli 66 anni proprio di quest’ultimo, avvenuta il 21 febbraio 2014 in seguito ad un incidente stradale, ha privato il panorama italiano e mondiale di un immenso Artista, alla cui memoria si vuole dedicare questo articolo, celebrando quello che da molti è considerato il loro magnum opus, alla pari del successivo “Io sono nato libero” (1973). “Darwin” è da collocarsi in un contesto musicale a dir poco florido, quello dei primi anni 70, che tanto ha donato alla musica. Nel 1972, stesso anno di uscita di “Darwin” , vedevano la luce “Foxtrot” dei Genesis, “Octopus” dei Gentle Giant, “Trilogy” di Emerson Lake & Palmer e i Pink Floyd erano già al settimo disco, “Obscured by Clouds”. Non è un caso che tutti i gruppi appena citati siano inglesi: gli anni 70 fanno parte del periodo d’oro della musica sperimentale e progressiva, a cui molte band britanniche hanno contribuito in larghissima parte. Il sestetto romano mostra di non soffrire di alcun complesso d’inferiorità nei confronti dei grandi colleghi d’Oltremanica. L’arte del Banco sta nel proporre una formula che sarebbe riduttivo etichettare in qualsiasi modo, dove Jazz, sperimentazione, rock e arrangiamenti di stampo classico si mescolano con raffinata eleganza. Spetta al termine “progressive” assumersi il compito di classificare l’inclassificabile. Le tastiere di Vittorio e Gianni Nocenzi sono le vere protagoniste del disco, tessono trame tanto intricate da rendere necessari ripetuti ascolti per apprezzarne ogni dettaglio. La sperimentazione musicale come abbandono degli schemi compositivi più classici e rigidi è una presenza costante fin dalla prima nota della fenomenale suite d’apertura, L’Evoluzione. Cambi di ritmo, metrica irregolare ed evoluzioni armoniche accompagnano il suggestivo testo fino a sfociare nel brano successivo, La conquista della posizione eretta, meno articolato del precedente ma egualmente evocativo. L’italiano si dimostra una lingua dalle capacità descrittive ben più articolate e profonde dell’inglese, se opportunamente sillabato. Il Banco riesce a stupire anche senza l’ausilio delle liriche di Francesco di Giacomo. La strumentale La danza dei grandi rettili offre un esempio di composizione Jazz ricercata e ben eseguita. Il “botta e risposta” tra basso e tastiera ricorda i goffi movimenti dei dinosauri, i grandi rettili appunto. Di ben diverso tenore è la caotica Cento mani e cento occhi, il brano più grintoso del disco, ove viene narrata la riunione dell’uomo nelle prime comunità attraverso immagini che paiono rassicuranti, ma che divengono presto poco incoraggianti. “La nostra forza è in cento mani e cento occhi fanno a noi la guardia”, recita il branco che invita il protagonista della canzone ad unirsi a loro…eppure gli uomini sono rinchiusi dentro scatole di pietra, dove non si sente il vento… e così insorge la voglia di fuggire. La voce di Vittorio Nocenzi compare a supporto di Francesco di Giacomo, dimostrando la valida impostazione canora del tastierista e aggiungendo valore al suo contributo. Si sfiorano poi atmosfere meno progressive e più pop con 750.000 anni fa…l’amore?, delicata elegia dedicata ad un amore impossibile, in cui i protagonisti assoluti sono piano e voce. Francesco Di Giacomo si strugge nell’intonazione di una linea vocale molto bella ed emotiva, con un’espressività di immenso valore artistico. L’inquietante Miserere alla storia, oltre a mostrare ancora una volta la maestria della componente strumentale, promette un’amara fine per il genere umano, mentre il basso scandisce il ritmo come un orologio. La conclusiva Ed ora io domando tempo al tempo, ed egli mi risponde… non ne ho! appare quasi sinistra, sebbene rivestita di un’atmosfera allegra, da antica ballata. L’interminabile procedere del Tempo schiaccia ogni cosa sotto la sua ruota. Un eterno girare, insensibile ad ogni protesta, freddo e meccanico. L’evoluzione è compiuta, ha raggiunto il suo apice ed è poi crollata sotto il peso di una distruzione inevitabile. Adamo è morto ormai, e la mia genesi non è di uomini, ma di quadrumani… ed io che stupido, ancora a credere a chi mi dice che la carne è polvere.

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