Banco del Mutuo Soccorso: “Banco del Mutuo Soccorso” (1972) – di Fabrizio Medori

Già da un paio di anni Vittorio Nocenzi, supportato dal fratello minore Gianni, aveva in testa un’idea musicalmente rivoluzionaria, in linea con gli sviluppi stilistici di alcuni gruppi inglesi nello stesso periodo. Entrambi tastieristi di bravura eccezionale, i due fratelli, prima dell’inizio dell’avventura non avevano avuto esperienze di gruppo. Il giovanissimo Vittorio era riuscito ad ottenere un provino alla RCA e, per questo, si era dovuto “inventare” un gruppo nel quale, all’inizio, ricopriva anche il ruolo di cantante. Facendosi conoscere nell’ambiente dei gruppi underground romani i fratelli Nocenzi erano venuti in contatto con altre formazioni e avevano portato nel gruppo tre ragazzi provenienti da Le Esperienze, il cantante Francesco Di Giacomo, il bassista Renato D’angelo e il batterista Pierluigi Calderoni; dai Fiori di Campo era arrivato il chitarrista Marcello Todaro e con questa formazione iniziarono a provare e tenere concerti, sviluppando il repertorio che Vittorio Nocenzi aveva iniziato a comporre già alla fine degli anni 60. All’epoca, se una formazione era in grado di attirare l’attenzione del pubblico, poteva guadagnarsi una piccola fama. Così il gruppo prese parte a diversi festival, in modo da aumentare la solida reputazione di cui già godeva, ancor prima di incidere il primo disco. Date le premesse e le aspettative il loro primo lavoro, sebbene molto atteso, non raggiunse il successo di vendite che avrebbe meritato. Il disco dalla bellissima copertina sagomata a forma di salvadanaio vendette poco e fu rivalutato con il passare degli anni, nonostante la registrazione poco accurata lo penalizzasse un po’. Le caratteristiche che all’epoca, colpirono maggiormente gli ascoltatori furono, il perfetto mix di rock, jazz e musica classica e gli straordinari testi lirici e sognanti, con profonde influenze ariostesche, in un cortocircuito culturale che portava i giovani studenti ad apprezzare, all’interno di un disco di musica rock,  quelle atmosfere che odiavano e contestavano a scuola. La spinta definitiva verso il livello artistico massimo era opera di Francesco Di Giacomo che, con la sua voce potente e cristallina, riusciva a far viaggiare l’ascoltatore “entro il cratere ove gorgoglia il tempo”. Si inizia con una breve introduzione intitolata In Volo, nella quale si mescolano suoni psichedelici simili a quelli dei Pink Floyd, arpeggio di chitarra acustica e strofe recitate da Vittorio e Francesco, con un bel crescendo corale prima di passare al loro primo capolavoro: R.I.P. (Requiescant In Pace), nella quale un ritmo incalzante ed il celeberrimo riff di pianoforte, costituiscono la porta d’ingresso di un brano che si evolve continuamente, dando spazio a brillanti interventi solisti di chitarra elettrica, pianoforte e organo, con il costante e puntuale supporto della sezione ritmica. La voce descrive con grande partecipazione emotiva una battaglia di altri tempi, combattuta con lance e pugnali, passando dai toni accesi delle strofe alla soave poesia dell’inciso, nel quale si piange la morte sul campo del protagonista del racconto. Vittorio Nocenzi è l’unico protagonista del breve intermezzo intitolato Passaggio che, come suggerisce il titolo, ci presenta il musicista che entra sulla scena, canticchia la melodia accompagnandosi al clavicembalo ed esce da dove era entrato. La matrice più “progressive” esplode in Metamorfosi, nella quale la batteria sostiene in maniera impareggiabile gli strumenti elettrici per poi lanciare il pianoforte in un bellissimo solo, fino al rientro del gruppo e la riproposizione, questa volta con l’organo Hammond del tema pianistico. Il rientro degli altri strumenti propone dialoghi serrati tra la chitarra solista e gli strumenti a tastiera, sempre supportati dall’impeccabile ritmica di Calderoni e D’Angelo. Per ultima, in un clima epico e drammatico, fa il suo ingresso la voce di Francesco Di Giacomo, a completare un brano già particolarmente efficace. Al tempo del vinile era necessario cambiare lato, e la seconda parte dell’album era occupata quasi per intero dalla lunga suite Il Giardino del Mago. Lunga introduzione strumentale in crescendo, su ritmo dispari, dominata dall’organo e dai cori. La prima parte cantata, Passo Dopo Passo è lenta e maestosa, fino all’esplosione della voce che evolve in un intreccio corale che, a sua volta, sfocia in un brano dal sapore jazz piuttosto serrato e, di seguito in un altro anti-climax nel quale troviamo una chitarra trattata pesantemente con l’eco e poi ancora il piano acustico, al quale un’armonica a bocca anticipa la seconda sezione cantata, Chi Ride e Chi Geme, accompagnata da un interessante arpeggio di chitarra acustica dal sapore folk. E’ un attimo e, complice il flauto, si torna a sonorità hard, con chitarra e batteria in evidenza, sempre più veloci, e poi un nuovo stop, chitarra classica e pianoforte acustico, clavietta ad imitare una fisarmonica per Coi Capelli Sciolti Al Vento, terza delle quattro parti che compongono il brano. La voce si spegne su una rullata di timpani ed inizia Compenetrazione, fase conclusiva della suite, nella quale troviamo il riepilogo dei temi svolti in precedenza. In conclusione Traccia, uno strumentale dall’incedere epico pone la parola fine ad un lavoro che apre, nel panorama  del rock italiano una finestra nuova ed entusiasmante, degna di essere conosciuta e ricordata.

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