Banco del Mutuo Soccorso a Chiasso… in Transiberiana – di Sabrina Sigon

Se c’è una strada diretta per arrivare al Teatro di Chiasso, non la conosco. A quanto pare non la conoscono nemmeno i miei amici perché, dal momento che passiamo la dogana, cominciamo a girare in tondo per un buon quarto d’ora. «Lasciamola qui», e il “qui” vuol dire un piccolo parcheggio fra una scuola e la caserma dei pompieri. Il fatto che ci sia una sbarraNon preoccuparti, senz’altro non si chiude! – non mi fa stare tranquilla. L’ingresso del teatro è caldo e gremito di gente, il tempo di salutare un paio di conoscenti – ai concerti trovo sempre qualcuno che conosco – e cerchiamo il nostro posto. È nell’ultima fila, a ridosso del banco mixer ma, nonostante questo, si vede bene e, come scoprirò poco dopo, anche l’acustica è buona. All’inizio del concerto filmare il primo pezzo per me è come partire per un viaggio senza aver fretta di arrivare, e quello di oggi lo faccio in TransiberianaCominciai a viaggiare insieme al Banco negli anni 80, ovvero quando il brano Moby Dick mi convinse a saltare sul vagone di un treno già partito. Singolo pubblicato nel 1983 come estratto dell’undicesimo, omonimo, album in studio: è un brano che fa riferimento a Herman Melville e a quella letteratura del fantastico che chiede al lettore di non smettere mai di sognare.
Il concerto comincia sulle note di Metamorfosi – pezzo tratto dal primo album del gruppo, pubblicato nel 1972 per la Dischi Ricordi. Grande melodia e ritmo, inconfondibile per cifra stilistica e sonorità, riesce a emozionarmi tutte le volte che sento la parte cantata – “Uomo, non so, se io somiglio a te, non lo so, sento che però non vorrei, segnare i giorni miei coi tuoi… no no”. A “Darwin” (
1972invece, arrivai più tardi. Abituata a brani più lineari e immediati, volevo indagare il mondo di una musica più strutturata, con evoluzioni inaspettate capaci di unire classica e jazz alla musica melodica. Testi che sapevano bene entrare in sintonia, attraverso letteratura e filosofia, con i tanti estimatori del gruppo. Il concerto procede e durante il brano Il Ragno (“Come in un’ultima cena” 1976) sul telo dietro al palco viene proiettata l’immagine di una ragnatela che cattura insieme musicisti e pubblico. Ritmo, melodia e testo coinvolgono: “Non concedo niente, niente a nessuno mai, Seguo sempre il filo e non lo perdo mai, Segui questo filo e non ti perderai”
«Ricordo quando, nel 1975, suonammo con i Gentle Giant. Praticamente ero mio nipote», dice Nocenzi poco dopo e aggiunge: «poi ci furono i concerti in Germania: Monaco di Baviera, Francoforte, Düsseldorf, Amburgo e Berlino ovest. E ancora il Belgio, Bruxelles, e la Francia, Parigi». La “Transiberiana” era partita già da allora, penso mentre lo ascolto. «Le cose che non vediamo direttamente pensiamo che non esistono, invece ci sono», continua Vittorio Nocenzi «ci sono eccome. Anche quando non le vediamo, le stelle ci sono. È il nostro destino di uomini quello di riuscire a scorgerle. Sempre. Perché le stelle servono a navigare non soltanto per mare, né solo in montagna; anche in mezzo alle strade di una città. Perché le stelle rappresentano i sogni, le idee, le prospettive della mente e dell’anima, la parte nostra più importante. E viviamo in un’epoca in cui sembra che tutto questo venga mortificato, disprezzato, addirittura denigrato. Dimenticando che siamo soprattutto anima. L’arte ha questo grande privilegio; senza di essa, senza la percezione del metafisico, questa dimensione la perderemmo completamente».

Poi è la volta di Eterna Transiberiana, con l’inizio che sembra il suono del treno sui binari e ne ricorda il ritmo, ripetitivo e quasi ipnotico; man mano tutto rallenta ed ecco la grande voce di Tony d’Alessio, sulle note di una splendida melodia – “Stanotte in questa notte, Mi affaccio sopra la pianura, E il vento è una carezza Estranea e fredda Come i nostri sogni, Lasciati là, a congelare laggiù, soli, Così, da soli”La prima band ufficiale del Banco risale al 1971, anno in cui Vittorio Nocenzi cominciò a suonare con il fratello Gianni al pianoforte, con Gianfranco Coletta alla chitarra, Fabrizio Falco al basso e Marco Achilli alla batteria. Fu con questa formazione che la casa discografica RCA li fece uscire con tre brani in una musicassetta di compilation d’artisti vari. Nel 1971, al festival pop di Caracalla, a Roma, si unirono al gruppo anche Francesco di Giacomo, Renato D’Angelo e Pierluigi Calderoni (rispettivamente voce, basso e batteria). «Forse è questo il motivo per cui a un artista è perdonato essere anticonformista, fuori dell’ordine», continua Nocenzi durante il concerto «perché, in qualche modo, la comunità ha capito che lui è una specie di sciamano che, con la sua danza della pioggia, dà un sorriso, una speranza, una prospettiva in più, ci ricorda di adoperare la testa, il cuore: l’utopia. Questa cosa che sembra così inutile… a che serve l’utopia?»
Sempre nel 1971 il Banco partecipò alla seconda edizione del “Festival di Musica d’Avanguardia e di Nuove Tendenze” a Roma e si classificò al primo posto. Poi l’esordio, con la pubblicazione di “Banco del Mutuo Soccorso”, che subito attirò l’interesse di pubblico e critica. La copertina? Il famoso salvadanaio in terracottaA proposito di utopia, Vittorio Nocenzi racconta di una domanda che un suo amico argentino fece a un altro amico sudamericano: “A che serve l’orizzonte se ogni volta lo vedo lontano 20 chilometri, poi faccio 20 chilometri e lo vedo lontano 30, allora ne faccio altri 30, e lui si allontana. A che serve, l’orizzonte?” La risposta fu: “Serve proprio a questo: a camminare”Negli anni le collaborazioni con Angelo Branduardi, la colonna sonora del film “Garofano Rosso” di Luigi Faccini (tratto da un romanzo di Elio Vittorini), la collaborazione con l’Orchestra sinfonica dell’Unione Musicisti di Roma e del conservatorio Santa Cecilia; del 1973 il primo avvicendamento nel gruppo, quando Todaro fu sostituito da Rodolfo Maltese. L’album “Canto di Primavera” segnò la fine degli anni 70, e vide l’avvicendarsi del bassista Giovanni Colaiacomo al posto di D’Angelo. Nel 1985, dopo Moby Dick, Gianni Nocenzi lasciò il gruppo per intraprendere una carriera solista. Sempre nel 1985, il Banco partecipò al Festival di Sanremo, in seguito al quale ci fu un altro avvicendamento che vide Gabriel Amato, membro della band di Aretha Franklin, sostituire Giovanni Colaiacomo.
«Grazie della vostra presenza, grazie perché ci seguite e amate la nostra musica; è un privilegio poterla ancora scrivere per chi abbia voglia, passione, tempo, desiderio di ascoltarla. Se c’è un piccolo merito in questo concerto, stasera»
continua Vittorio Nocenzi «indovinate di chi è? Sono loro dieci. Dieci persone del pubblico che non conosciamo. Perché, in questa tournée ci è venuta voglia di invitare sui vagoni del nostro treno le persone del pubblico. Qualche anno fa avevamo fatto un disco – “No Palco” – perché questa struttura, per certi versi indispensabile, in realtà poi diventa una barriera. Invece la musica esiste soltanto se qualcuno in solitudine la scrive e altri, in compagnia numerosa, ascoltandola la fanno vivere. Allora sul palco non possono esserci soltanto coloro che la fanno con le mani e gli strumenti, ci devono essere anche quelli che la fanno con il loro cuore e le loro emozioni. Così qui ci siamo noi sei più dieci ospiti di questa sera. Una Big Band di sedici persone. Ogni volta mi sento a mio agio, sono più ispirato, e riesco a dare il meglio e questo è il segreto della musica: nasce in solitudine ma, se non è ascoltata da più persone, è morta nel momento stesso in cui finisce l’ultima nota. Sembra un paradosso ma è un miracolo della scienza umana, secondo me. Facciamo dei danni pazzeschi, noi uomini, però facciamo anche cose meravigliose»
Gli anni 90 rappresentarono, per il Banco come per molti altri gruppi, un periodo di revival e, in occasione del ventennale della band, Vittorio Nocenzi riscrisse i primi due album “Banco del Mutuo Soccorso” e “Darwin”, con arrangiamenti e registrazioni innovative. Con un nuovo progetto acustico, inoltre, insieme a Francesco Di Giacomo, a Rodolfo Maltese e Filippo Marcheggiani, Nocenzi arrivò fino in Giappone, Messico, Stati Uniti, Panama e Brasile. E fu proprio da uno di questi concerti che venne tratto l’album dal vivo “Nudo” (1997). Con “No Palco”, nel 2003, la collaborazione con artisti quali Morgan, Federico Zampaglione dei Tiromancino, Eugenio Finardi, Gianni Nocenzi, Filippo Gatti e Angelo Branduardi. Ancora concerti, ancora grandi successi. «Il vantaggio della fantasia? Viaggi senza biglietto», dice Vittorio Nocenzi, «e vai lontano, quando vuoi e dove vuoi»La conquista della posizione eretta (“Darwin”1972) è un brano che scende dal palco, attraversa il teatro e raggiunge l’uomo. Quello che sta in piedi e si muove sulla terra con la dignità che lo deve accompagnare per tutta la vita.  Il 2014 e il 2015 furono anni terribili per il Banco, con la perdita, in un incidente d’auto, di Francesco Di Giacomo, e quella di Rodolfo Maltese, dopo una lunga malattia. Il 2016 vide l’arrivo, nel gruppo, di Tony D’Alessio, già grandissima voce degli Ape Escape e dei Guernica.
È del 2017 la Legacy Edition “Io sono nato libero”, un cofanetto con libretto di 40 pagine, e questo segna l’inizio di un rinnovato entusiasmo artistico nel gruppo. Poi, con un comunicato del gennaio dello scorso anno la notizia che, il 26 aprile successivo, sarebbe uscito il nuovo disco del Banco… “Transiberiana”, con Filippo Marcheggiani alla chitarra solista, Nicola Di Già chitarra ritmica, Fabio Moresco batteria, Marco Capozi al basso e Tony D’Alessio alla voce e, naturalmente, Vittorio Nocenzi. La Transiberiana è il viaggio più lungo che si possa fare in treno, 9.300 chilometri fra steppe, deserti e luoghi inospitali
Se c’è una strada diretta per arrivare al Banco è quella che porta ai loro concerti. Alla fine della serata la sbarra ancora sollevata del parcheggio ci permette di tornare senza problemi. Di nuovo in macchina, di nuovo in strada, potrei dire che non è importante partire o arrivare, ma essere in viaggio. Non lo dico. Riesco solo a pensare che oggi sono andata più lontano di quanto pensassi.

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