Bad Religion: “Age Of Unreason” (2019) – di AldOne Santarelli

Quando nel 1996 i Bad Religion pubblicarono il loro singolo Punk Rock Song, un eminente esponente del  punk italico, musicista, scrittore, dj, di cui non facciamo il nome per carità di patria, disse che i Bad Religion, con quella canzone, rappresentava la fine decisiva del termine e della musica punk. Il singolo era (ed è) un piacevolissimo anthem punk, il cui ritornello si presta al cantato in coro e, nonostante un testo di denuncia sociale sull’atteggiamento superficiale dell’essere umano e della società americana in particolare sulla situazione mondiale, apparve come un brano a scopo commerciale. Si era nel momento più alto di quella scena musicale che venne definita pop punk, quello di Green Day, Offspring, Blink182, NoFx, Rancid, Pennywise: ossia il punk trasmesso alla radio e alla televisione e che vendeva quanto Michael Jackson. Ricordo anche che nello stesso periodo la London Royal Philarmonic Orchestra registrò brani di classici punk rivisitati. Questo per dire che il punk rock si consegnava al mercato perdendo ogni connotazione altra e alta. Non sono mai stato d’accordo con questo assunto (vero che gli anni novanta sono stati per me un momento di stasi sull’ascolto di genere: mi piacevano al massimo Screeching Weasel, Riverdales e Rancid… in Europa i Mega City Four, eccetto l’Hardcore Punk… ma quello è un’altra cosa) perché i Bad Religion, oltre alla loro incontrovertibile influenza, hanno attraversato le stagioni mantenendo una coerenza compositiva senza eguali (inspiegabile il loro secondo album ufficiale “Into the Unknow”, esperimento elettro wave a mio parere da dimenticare e buona solo per i collezionisti di rarità), impegnandosi anche come produttori e discografici. Esce ora il loro diciassettesimo long playing, “Age Of Unreason” (Epitaph Records 2019) e, tra le varie emozioni e riflessioni, mi trovo a pensare che chi ascolta punk rock da quaranta anni sia un privilegiato, perché può godere pienamente di un album punk bellissimo. Chi è nato con il punk ha avuto la fortuna di poter approfondire la curiosità verso qualsiasi altro genere musicale, mentre non credo possibile il contrario. Chi ascolta altro da una vita non può godere appieno di un album come questo, di provare quella sensazione di stare su un treno in corsa, di non curarsi degli stronzi al volante se si è in macchina con “Age Of Unreason” nel lettore a volume insostenibile, provando quella beatitudine unica che ti accompagna da sempre. I Bad Religion hanno sfornato un album di grande qualità, colmo di canzoni notevoli, che lascia la sensazione di ascoltare la sublimazione di un suono perfetto in ogni aspetto, compositivo e tecnicofurore strumentale bilanciato dal cantato di  uno dei più validi e originali perfomers che si siano visti… il professore di liceo Greg Graffin: mai coperto dagli strumenti, scandisce nitidamente la descrizione e la denuncia del malessere personale e le deformità del sistema politico statunitense, come fosse il 1979, anno del loro esordio. Con la sola assenza di un componente originale importante, Greg Hetson, fuoriuscito nel 2013, troviamo Brett Gurewitz e Brian Baker alle chitarre e Jay Bentley al basso, ai quali si sono aggiunti magnificamente Mike Dimkich (sostituto di Hetson) e il nuovo, bravissimo batterista Jamie Miller (in organico dal 2015), vero motore trainante del sound della band, insieme a Bentley per la base ritmica. Scontata la perfetta coesione di Gurewitz e Baker, capaci di disegnare ricami alle rime con soluzioni chitarristiche esemplari, dagli stop&go classici della band, alle accelerazioni che tolgono il fiato. Il disco parte con i primi tre braniChaos from within, My sanity, Do the paranoid style furenti e veementi, batteria implacabile in 4/4, poi The Approach, una ballad punk, con la voce di Graffin impeccabile e poi Lose your head, un’altra ballata con un ritornello intrigante; segue End of history, nel classico stile BR, arricchita da cori trascinanti insieme al cantato, marchio inconfondibile. Age of Unreason, brano che dà il titolo all’album, diventa immediatamente un classico, mentre Candidate è introdotta da solo voce e chitarra… e andrebbe bene così, fino alla fine, tanta è la bellezza… ma sono i Bad Religion e il brano è un punk di denuncia fragoroso con splendidi assoli di Baker, ancor più roccioso con il punk Hardcore da 1,04 minuti di Faces of grief, a ricordarci che i Bad Religion sono tra i progenitori del genere. A seguire, con controcanto e  furore iconoclasta, Old regime e, a sorpresa, Big Black Dog: chitarre stopped e in levare (not reggae for BR), tra i brani migliori insieme a, Downfall, ritornello implacabile sostenuto dalla chitarra, vero momento di divertimento… fino a chiudere con il classico stile per Since now e What Tomorrow Brings. A quest’ultima traccia è incollata una ghost song (solo in vinile) di cui non si conosce il titolo, una R’n’Blues punk song con il ritornello che fa… “everybody needs somedody”, di “Burke’s memory” trascinante. Chiude definitivamente la bonus track accreditata, The profane rights of man, arricchendo un album già ricolmo di gioie per le orecchie. Mi prendo anche il vinile… per me è ancora come ai tempi di “How cold be any worse?” del 1982.

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