BaBa ZuLa: “Derin Derin” (2019) – di Ignazio Gulotta

Nel 2014 BaBa ZuLa pubblicava il suo ultimo disco in studio, prima di questo “Derin Derin” (2019), il meraviglioso “Do Not Obey”, una delle vette della psichedelia anatolica cui la band di Murat Ertel è dedita, successivamente il leader ha preso parte alla registrazione, nel 2017, di un album davvero epocale, “Bu Bir Ruya” dei Dirtmusic, incontro memorabile fra il rock occidentale e quello mediorientale. Il suono sinuoso e sensuale del saz elettrificato di Ertel segna il carattere magnetico, misterioso, scuro dei miraggi sonori disegnati dai Dirtmusic, e il risultato è eccellente,  tanto che ormai è entrato a pieno titolo della band di Chris Eckman e Hugo Race. Non sorprende quindi che l’ultimo lavoro a nome BaBa ZuLa esca per la Glitterbeat di Eckman e Peter Weber, che già tre anni fa aveva pubblicato il doppio antologico “Xx”, per chi non la conoscesse già, un buon modo per avvicinarsi alla band.
La musica di BaBa ZuLa è una fantasmagorica miscela nella quale gli ingredienti principali sono la psichedelia anatolica degli anni Settanta di Erkin Koray, Bariş Mancç, Mogollar e compagni, la tradizione musicale mediorientale, il rock occidentale e in particolare quello della West Coast e infine il dub, testimoniato dalle numerose collaborazioni con il mago Mad Professor. Il tutto affrontato con quello spirito ribelle e sfacciato da hippie irriducibili e non riconciliati; i testi non si sottraggono a temi politici anche scottanti nella Turchia di Erdogan, così come non mancano sguardi rivolti a un utopico futuro di “peace and love”… ma è anche il look che ci orienta alla comprensione dell’universo BaBa ZuLa: dalle rosse auto americane d’epoca con cui scorrazzare per le strade sul Bosforo, agli abiti a metà strada tra la bizzarria della “Summer of Love” e i vestiti tradizionali turchi, i lunghi capelli e le barbe incolte, tutto contribuisce a creare l’immagine ribelle, sovversiva e alquanto selvaggia della band. Ma veniamo a “Derin Derin”, il disco in questione: ad affiancare Ertel ci sono Mehmet levent Akman, percussioni ed elettronica, Perikles Tsoukalas all’oud elettrificato, Ünit Adakale alle percussioni, praticamente assenti le voci femminili, contrariamente al solito, con l’eccezione di un contributo di Esma Ertel.
L’atmosfera del disco è meno scintillante del solito, emerge qui e là un sentire malinconico al limite dell’oscuro, i ritmi sono rallentati e più ipnotici che mai e anche il canto si fa spesso ieratico e ripetitivo, come nel caso dell’iniziale Ways and Circumstances (i titoli li riportiamo nella traduzione in inglese presente nel libretto), una sorta di splendida preghiera laica rivolta all’umanità che ricerca e non si arrende… “The ones who are travelling with the light / while are searching for real love”. Più elettrica, ma densa delle stesse atmosfere visionarie e ipnotiche della precedente è la folgorante My Scarlet Eyed, canto d’amore lisergico e onirico, mentre The Flow of the Wind è uno strumentale dai toni misteriosi e selvatici e U Are the Swing adotta, come già altri brani, la tecnica dell’anafora per rendere il canto ancor più circolare e melodioso. Il dub dilata i tempi, la vena malinconica emerge con più chiarezza, mentre la batteria di derivazione Can e le distorsioni innervano di tensione il brano… ma è tutto il disco che vive di tensioni, inquietudini, come esemplifica una traccia anarchica e selvaggia, attraversata da bagliori dub, noise, eletrtonica vintage da un lontano pianeta, ritmi kraut come Eagle Gets Wolf. Gli strumentali di “Derin Derin” traggono origine da una clonna olonora per un documentario sui falchi. Un’immersione piena in una psichedelia ardita e sperimentale, un disco che farà sognare e viaggiare verso mondi possibili che ci salvino dalle ristrettezze e meschinità della realtà contemporanea… allora magari seguiremo “caravan on the road under the moon / caravan on the road through the wind”. Grandi BaBa ZuLa!

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