B.B. King: “Live at San Quentin” (1990) – di Maurizio Celloni

Era una domenica di maggio, esattamente il 25 maggio 1990, e B.B. King si presentava nel carcere di San Quentin con la sua band: Walter King, direttore musicale e sassofonista; James Bolden, tromba; Edgar Synigal, sassofono; Eugene Carrier, tastiere; Leon Warren, chitarra ritmica; Michael Doster, basso elettrico; Calep Emphrey, batteria. Riley B. King, in arte B.B., nato il 16 settembre 1925 a Itta Bena (Mississippi) è stato uno dei musicisti più innovatori della storia del blues. Ha saputo coniugare il blues al jazz, proseguendo il percorso già intrapreso dai suoi ispiratori T. Bone Walker, Lonnie Johnson, Charlie Christian, alla ricerca di armonie che arricchissero gli stilemi del blues del Delta per ampliare la platea degli appassionati alla musica del diavolo. Le note che estraeva dall’amata Lucille, il nome dato alla sua chitarra elettrica, salvata da un incendio nel locale di Twist (Arkansas), dove nell’inverno del 1949 si esibiva (Lucille era la donna per la quale sembra sia scoppiata la rissa tra due avventori che innescò l’incendio del locale), hanno poi influenzato decine di grandi chitarristi tra i quali vanno citati Buddy Guy, Albert Collins, Jimi Hendrix, Magic Sam, Eric Clapton, Mike Bloomfield, Johnny Winter e tanti altri.
Una mirabile sintesi del percorso musicale di B.B. King si trova in “Live at San Quentin” (1990), tratto dal concerto a San Quentin, pubblicato dalla MCA Records con il contributo della fondazione no-profit californiana Freedom e dalla FAIRR, fondazione di cui era presidente lo stesso King. Come si conviene ad una grande star, B.B. King si fa precedere dalla band con tanto di presentatore, modalità che mantiene costante negli anni in ogni concerto. Ed è questo il tratto peculiare che testimonia quanto la sua musica avesse bisogno di una sezione fiati di tutto rispetto, quasi alla stregua delle big band del jazz, i cui leader spesso si facevano precedere dal presentatore, con intro dell’orchestra. L’impostazione da big band conferisce alle interpretazioni un’aurea di musicalità ampia, mai vista prima nel contesto del blues, conferendo un impatto sonoro potente ad accompagnare la voce baritonale di B.B. King, che passa da toni bassi e cavernosi al falsetto. La chitarra, spesso suonata sulle corde alte con estrema precisione e pulizia, accompagna e prosegue per un tempo infinitesimale ma puntuale il testo cantato, offrendo impercettibile conferma delle emozioni o degli avvenimenti narrati.
Il concerto prosegue con brani scritti o fatti propri da B.B. King, i cui titoli sono molto conosciuti dagli amatori della sua musica, sempre orchestrati con raffinatezza: Let The Good Times Roll (F. Moore, S. Theard), Every Day I Have The Blues (Peter Chatman), Whola Lotta Loving (Fats Domino, Dave Bartholomew), Sweet Little Angel (B.B. King, J. Taub), Never Make A Move Too Soon (Stix Hooper, Will Jennings), Into The Night (Ira Newborn), Ain’t Nobody’s Bizness (Porter Granger, Everett Robbins), The Thrill Is Gone (R. Hawkins, R. Darnell), Peace To The World (T. Martin), Nobody Loves Me But My Mother (B. B. King), Sweet Sixteen (B. B. King, Joe Josea), Rock Me Baby (B. B. King, Joe Josea). 
Nelle pause tra un pezzo e l’altro, ad un ascolto attento si colgono i dialoghi tra gli ospiti del penitenziario e B.B. King, testimonianza della sensibilità che solo i grandi hanno verso i più sfortunati, relitti di una società che trasforma spesso gli emarginati in carnefici e al contempo vittime del sistema. Il Re del Blues si fa partecipe dei drammi raccolti all’interno del carcere e, in un rito collettivo, aiuta ad esorcizzare solitudine e dolore. Allo stesso tempo propone il blues, musica della redenzione e del riscatto dalle condizioni di miseria in cui i detenuti, in gran parte neri, versano. Da quel microcosmo di esclusione e pena ne esce un disco coi fiocchi in cui il B.B. King spende le sue migliori interpretazioni, con eleganza e raffinatezza, regalate agli ultimi. Un messaggio dal sapore biblico per confermare che i confini tra la secolarizzazione quasi satanica e la sacralità nel blues è flebile, se non addirittura inesistente.

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