Ayers, Eno, Cale, Nico: “June 1, 1974” – di Flavia Giunta

Il fatto che questo disco live abbia come titolo la data nuda e cruda del concerto cui si riferisce, una soluzione così diretta e semplice, la dice già lunga sulla sua qualità. Sì, perché solo di qualità si può parlare quando si mettono insieme colossi del panorama musicale dei seventies come Kevin Ayers, Brian Eno, John Cale e Nico, per non parlare degli altri illustri ospiti, tutti sullo stesso palco. È quasi un monito a lasciare da parte qualsiasi fronzolo, qualsiasi abbellimento autocompiacente; questo breve titolo apparentemente ermetico in realtà ci dice: “Ehi, quella sera di giugno del 1974 queste persone si sono riunite a suonare al Rainbow Theatre di Londra e questo è ciò che ne è uscito fuori. Spegnete i cellulari, disconnettete il cervello, mettete su il disco e ascoltate”. Ad aprire il disco sono le cupe atmosfere di Driving Me Backwards, dal primo lavoro solista di Brian Peter George St. John le Baptiste de la Salle Eno – per gli amici, Brian Eno – risalente all’anno precedente, “Here come the warm jets”. Qui il compositore britannico canta e smanetta il sintetizzatore, mentre abbiamo Ollie Halsall al piano, John “Rabbit” Bundrick all’organo, Robert Wyatt alle percussioni, Ayers al basso e Cale alla viola. Si riconosce subito lo stile del papà della musica d’ambiente, che però è ancora contagiato dalla precedente esperienza con i Roxy Music di Bryan Ferry. Solo più tardi inizierà a notarsi la vena strumentale che lo caratterizzerà; l’elemento che spicca di più nell’esecuzione del brano è certamente la voce: teatrale, tonante, disperata, ricca di discordanze che non stonano bensì arricchiscono l’esibizione. Se si somma l’apporto degli artisti che suonano gli strumenti, oltre al testo criptico – altra caratteristica di Eno – si otterrà un’amalgama inquietante eppure coinvolgente, lugubre eppure imperterrita. Ad ascoltare questa versione di Driving Me Backwards ci si immagina una stanza piccola, poco illuminata e fumosa, con un palco circondato da un pubblico non molto folto, e sul palco questi musicisti in una sorta di trance: in quel momento esistono solo loro e la loro musica, mentre fuori dal locale cade la sera e con essa una leggera pioggia estiva. L’atmosfera muta impercettibilmente con Baby’s On Fire, sempre dallo stesso album di Eno: stavolta al piano c’è Cale e alla chitarra uno scatenato Halsall, mentre il resto della formazione rimane ai propri posti. La voce del musicista qui passa dalla precedente coralità quasi solenne a una nasalità più estrosa, che si allontana dallo stile di Ferry per seguire un percorso più personale. Anche la parte strumentale sembra aver ricevuto una scossa, grazie al ritmo più serrato, alla linea di basso e alle energiche frasi di chitarra (che, nell’album di origine, spettavano a Robert Fripp). Terminato il brano, è il momento di Cale e della sua Heartbreak Hotel, presa in prestito da Elvis Presley. A parte il cantante e l’aggiunta di un controcanto femminile, la formazione sul palco resta quella dei due brani precedenti, con Eno relegato al sintetizzatore. John Davis Cale, polistrumentista e storico membro fondatore dei Velvet Underground sceglie di partecipare al concerto unicamente con questo emblematico pezzo, che gli piacerà tanto da inserirlo nel suo album successivo del 1975, “Slow Dazzle”. Era proprio in questo periodo che Cale cominciava a muoversi verso uno stile musicale tetro e disturbante, com’è ben dimostrato dalla sonorità di questa cover. Da questa rivoluzione interiore scaturiranno altri lavori interessanti e financo scandalosi, come Leaving It Up To You, canzone pubblicata con il disco “Helen Of Troy” (1975), contenente riferimenti all’omicidio di Sharon Tate. Tornando all’esibizione al Rainbow Theatre, si noti come sembra esserci un unico filo conduttore fatto di inquietudine e ridondanza di suoni che collega fra loro le singole performances di questa prima parte del disco. È come se gli artisti, ognuno con il proprio vissuto e il proprio curriculum musicale, si siano trasformati per una sola sera – ad opera di chissà quale congiunzione astrale – in un supergruppo, tante mani (e voci) per una sola mente. Una sensazione che viene ulteriormente confermata dal brano successivo. Christa Paffgen, in arte Nico, conosce bene i musicisti con cui condivide il palco quella sera. È nota la sua partecipazione al disco “The Velvet Underground & Nico” (1967), ma quello era stato solo l’inizio del suo percorso musicale; ben presto intraprese la carriera da solista, e i suoi due album più noti, “The Marble Index” (1968) e “Desertshore” (1970), erano stati prodotti entrambi proprio da John Cale. Difficile non farsi affascinare dal suo timbro vocale profondo ed evocativo, che ben le valse il soprannome di “sacerdotessa delle tenebre”, e che ritroviamo in questa cover di The End dei Doors in tutto il suo potere emozionale. Si può percepire il silenzio che cala in sala, mentre Nico inizia a cantare con il solo contributo dell’harmonium (suonato da lei stessa) e del solito sintetizzatore di Eno. Il resto tace. Non è necessario. Sembra quasi di vederla, ritta sul palco mentre le luci si concentrano su di lei, sul suo magro corpo da modella che contiene un animo troppo grande, sul suo volto severo e concentrato, dai lineamenti duri e al contempo morbidi. Risulta subito chiaro che solo Nico poteva realizzare una degna cover di quella canzone; nell’impresa poteva riuscire unicamente qualcuno che non soltanto avesse una sensibilità artistica ed emotiva equiparabile a quella di Jim Morrison, ma che avesse avuto un contatto ravvicinato con lui e il suo mondo interiore. Si dice che i due siano stati amanti. Quello che è certo è che i 9 minuti di The End suonano come un’elegia (Morrison era morto tre anni prima del concerto), come un “arrivederci”, un qualcosa che rende onore al brano senza snaturarlo, un toccarlo con guanti di velluto per poi riporlo nei cassetti della memoria. Sul finire, la voce della cantante tedesca si tende in una sorta di urlo. Ed è con questa dolce tensione che termina la prima parte del concerto, nonché il lato A del disco. Il lato B è il regno incontrastato della voce baritonale e della chitarra di Kevin Ayers. Si susseguono cinque brani blues dall’atmosfera distesa, un cambio di rotta tangibile rispetto ai primi che abbiamo sentito; notevoli le collaborazioni anche in questa parte del concerto: sempre presenti Bundrick, Halsall e Wyatt, ma c’è anche un inedito Mike Oldfield alle chitarre negli ultimi due brani, vecchia conoscenza di Ayers. I due infatti avevano collaborato per il secondo album del cantautore di Herne Bay, “Shooting at the Moon” (1970), ed è proprio da questo bel disco che proviene la prima traccia, May I?. L’inizio è caratterizzato da un tranquillo intreccio di basso, chitarra ritmica e organo elettrico che, a poco a poco, ci introducono nel mondo di questo artista che cambiò la scena musicale di Canterbury. Quando inizia a cantare, dopo qualche minuto, scatta l’applauso. Molto spazio però viene lasciato alla chitarra solista di Halsall, che con il suo delicato assolo separa la prima parte del pezzo dalla seconda, cantata in francese. Subito dopo, Ayers presenta Shouting in a Bucket Blues, estratta da un suo lavoro più recente, “Bananamour” del 1973. Anche qui chitarra e piano elettrico si snodano piacevolmente per 5 minuti. Segue Stranger in Blue Suede Shoes, stavolta proveniente da “Whatevershebringswesing” (1971), il cui incedere viene inizialmente accompagnato dal battere delle mani degli spettatori. Ayers sembra divertirsi a dialogare con sé stesso mentre canta, oltre a ringraziare ripetutamente il pubblico, mentre le dita di Halsall e quelle di Bundrick si rincorrono sui rispettivi strumenti. Ma il cantato diventa più teatrale, e gli strumenti più sommessi, nella successiva Everybody’s Sometime and Some People’s All the Time Blues (da “The Confessions of Dr. Dream and Other Stories” del 1974), che quasi ricorda una vecchia ballata country. Per accentuare l’atmosfera da “ballo del mattone”, le percussioni tacciono e nella sala echeggia solo la chitarra solista di Oldfield, intrecciata a quella ritmica di Ayers e all’organo elettrico. La breve Two Goes Into Four, dallo stesso album, va a chiudere il cerchio tornando a suoni simili a quelli della prima parte del concerto; vi partecipano stavolta anche Eno come voce aggiuntiva e Cale alla viola, come a salutare la platea con un’ultima esibizione corale. Qui Oldfield accompagna la voce di Ayers con delle plettrate costanti alla sua chitarra acustica, dall’inizio alla fine. Così, con discrezione, con un applauso compito si conclude uno dei concerti – e dei dischi – più interessanti e sui generis del secolo scorso, il prodotto dell’unione casuale di artisti come difficilmente se ne vedranno ancora.

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