Asghar Farhadi: “Una separazione” (2011) – di Dario Lopez

Capita ancora a molti di stupirsi quando tra i vincitori di Festival internazionali di grande prestigio emergono opere appartenenti a quelle che ancora consideriamo, con uno spiccato velo di arroganza, cinematografie minori, magari proprio a discapito di film provenienti dal nostro paese. Il prendersi la briga di andare poi a recuperare quelle opere, spesso ci dimostra come queste siano dei veri gioielli, delle gemme preziose capaci di far scomparire in preda alla vergogna larga parte della nostrana industria cinematografica. “Una separazione” (Jodái-e Náder az Simin) film di produzione iraniana girato nel 2011 dal regista Asghar Farhadi, iraniano anche lui, ha raccolto consensi ovunque: presso l’Academy (Oscar come miglior film straniero) a Berlino (Orso d’Oro, miglior attore e miglior attrice) ai Golden Globe, ai César e anche da noi ai David di Donatello (miglior film straniero in tutti e tre i festival).
“Una separazione” nasce da una sceneggiatura solida, costruita alla perfezione e che, anche raccontandoci piccoli eventi del quotidiano, cresce minuto dopo minuto, evento dopo evento, decisione dopo decisione, dialogo dopo dialogo, caricando d’importanza ogni singola parola, ogni singolo gesto e donando a una vicenda comune profumo di genere (un vago sentore di giallo, una lieve deriva procedurale) pur rimanendo sempre nell’ambito del classico film drammatico. La storia prende il via da una separazione. Nader (Peymar Moaadi) e Simin (Leila Hatami) coppia benestante residente a Teheran, si trova di fronte a un giudice per ottenere la separazione. Simin vorrebbe espatriare per far crescere la figlia Termeh (Sarina Farhadi, figlia del regista) in un altro paese; Nader invece vuole rimanere per accudire il padre anziano e malato. In Iran, perché una separazione sia valida, è necessario il consenso dei coniugi. Nader lo concede ma si oppone alla partenza della figlia che comunque esprime il desiderio di rimanere in Iran con il padre, probabilmente intuendo che senza di lei la madre non sarebbe andata da nessuna parte. In ogni caso una sorta di separazione avviene: Simin lascia il tetto coniugale e torna a stare da sua madre. Nasce per Nader l’esigenza di trovare qualcuno che si occupi del padre durante il suo orario di lavoro; la soluzione arriverà grazie all’assunzione di Razieh (Sareh Bayat) una donna incinta bisognosa di denaro che presta servizio all’insaputa del marito disoccupato Houjat (Shahab Hosseini). Purtroppo nasceranno presto problemi e incomprensioni che in un crescendo lieve e misurato porteranno a spiacevoli conseguenze e a un finale amaro. Il film gode di una costruzione magnifica, dal momento in cui gli eventi iniziano all’inasprirsi, tutto diventa un sottile crescendo di tensione: ogni omissione, ogni azione, ogni decisione, ogni piccola bugia e ogni piccolo tradimento alzano di un poco l’asticella del disagio e del pericolo, di fronte agli uomini e di fronte alla legge; nascono dilemmi della coscienza e della coerenza, di fronte agli altri e con sé stessi; è tutto l’essere umano a venir messo in gioco, il rapporto tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, il confronto con le proprie paure, la fedeltà alle persone amate e alla propria fede, la difficoltà del dover fare i conti con la propria coscienza e con il giudizio delle altre persone, l’amore per gli altri e per sé stessi.
Tantissimi temi, tutti grandi e tutti affrontati con maestria inappuntabile da regista e cast, indovinato in ogni suo personaggio senza esclusione alcuna. Il tutto è inserito in un dramma del quotidiano, in una vicenda nella quale chiunque potrebbe trovarsi protagonista. Si fatica a prendere in toto le parti di un personaggio, perché in maniera del tutto sincera “Una separazione” ci mostra quanto siano complicate e sfaccettate le persone e i rapporti che queste hanno con il loro prossimo. Alla fine, come dovrebbe sempre essere, gli unici a cui si può accordare piena fiducia restano i bambini.

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