Arvo Pärt: un compositore in inverno – di Francesca Spaccatini

Un viale deserto, freddo e gelido. Neve canuta e sporca di fango. Da quanti anni non ricevo visite? Questi occhi si stanno spegnendo, quell’ingenuo bagliore si sta affievolendo. La mia voce, quella, non la conosco più. Come suonava un tempo? Era buffa, era possente oppure irriverente? Un paesino di poche anime con manti impervi, salite e discese. Le artrosi, le sciatiche e i femori rotti, catene arrugginite. Quanto costa la coscienza in un corpo sfaldato? Quanto costa un corpo forte e robusto se a guidarlo è un lume ammaccato? Scavo affondo tra i ricordi volti amici, che oramai sono esauriti. Il camino che mi è accanto, è il mio unico compagno. A volte si anima maestoso, altre sputa scoppiettando. Lo alimento come posso per restarmene più umano… e tra le braci scorgo indietro, quel bel dolce focolare: ce n’eran di persone, che passavan a tutte l’ore. Feste e messe in compagnia che la vita s’è trascinata via. Ora solo me ne sto. Conto gli aghi d’insulina con gli strappi di aspirina. Che noiosa è questa vita quando non si ha più una via d’uscita. Ascoltavo le omelie, gli schiamazzi dei ragazzi e le pettegole nei viali. Sono tutti espatriati. Chi è partito per città, chi è volato con qualche divinità. Incollato a questa sedia, cerco un senso a tutto questo. Presto o tardi, senza scampo, spegnerò la mia ossessione… e solo allora capirò, se sei tu il mio Creatore. Col rosario stretto in mano, perdo rabbia deprecando ‘che di me non son sovrano. Penso ai tempi differenti, di bimbetti e vecchi morenti. Un giorno di un bambino conta circa diciott’ore, quello dell’emancipato ne ha solo nove, mentre quello del vecchietto non funziona tanto bene. L’orologio sembra rotto e all’indietro se ne va. Pausa; Riavvolgi; Play. Pausa; Riavvolgi; Play. Ecco come girano le nostre pellicole. Non ce ne sono di nuove. Il regista sembra assente in quest’animo morente. Solo ombre del passato mi si apprestano d’innanzi, proprio come da neonato che vedevo un po’ sfocato. Ogni tanto mi risveglio con i pianti dei miei infanti, poco dopo torno in me e mi assalgono le lacrime. Naufragato in questo pianto, navigo, sperso, senza uno scopo, sperando di non arrivare neanche al giorno dopo. È colpa mia? Mi chiedo. Non posseggo frutti, solo sterpaglie selvagge che pian piano mi avvinghiano gli arti, verso una caduta letale. Ho commesso del bene, finché ho potuto? Oppure ho peccato come un dannato? Avevo un’anima innevata o un’anima infangata? Lo domanderei a qualcuno, ma temo che sia troppo tardi. Se il Gran Giudice non esistesse, non conterebbe distinzione, allora sì ch’io vorrei vagare tra distese eterne e gialle, e tra i fiori incontrar gente a cui gli è preso un accidente. Tintinnabulo spossato sulle stesse note che ho ideato. Sono Arvo Pärt, l’umile compositore. Donate i miei organi, gli archi e miei piani. Donate il mio cuore a chi ha un amore. Eccola la mia melodia che a sé richiama: orchestra gli aghi e i fili. Mi si cuce addosso l’ultima veste di spartiti bruciati, con punte di spillo mi si sono attaccati. I sarti esecutori son dei gran professionisti, l’Orchestra e i musicisti sono i veri protagonisti. Penetrano e smembrano la pelle in profondità, mentre sento che dentro tutto se ne va. Ricamano pazienti sui miei progetti decadenti strappandomi via da quei silenzi viventi. Finalmente è qui la mia apocalisse, mentre scivolano le forze tra gli aperti sfinteri, prego e impreco che di me ci sia salvezza.

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