Arthur Machen: “The Great God Pan” (1890) – di Diletta Crudeli

Se ci fosse bisogno di scegliere una parola per racchiudere e catalogare “The Great God Pan”, il più famoso dei romanzi di Arthur Machen, quella adatta sarebbe sicuramente “irriconoscibilità”. L’intero romanzo ruota intorno all’impossibilità di riconoscere e, quindi, di comprendere cosa veramente si celi dietro il male che sembra colpire, apparentemente a caso, diversi personaggi, tutti destinati a una fine orribile. Il romanzo di Machen è stato pubblicato per la prima volta nel 1890 e si presenta come una serie di episodi che hanno origine con l’esperimento di cui testimonia uno dei protagonisti, tale Mr. Clarke. Una ragazza, Mary, viene spinta fino al limite delle sue capacità celebrali, tramite una misteriosa operazione, fino a incontrare la follia. Mary si risveglierà come guscio vuoto, un hopeless idiot. Il Dottor Raymond, con il suo esperimento è lo stregone troppo curioso o l’ingenuo che ha fiducia in una scienza che non comprende affatto, ma resta in ogni caso colui che sacrifica una ragazza innocente a un potere troppo grande, troppo potente perché possa essere affrontato dalla mente umana. L’orrore multiforme e indicibile che comparirà poi in Howard Phillips Lovecraft e nella Weird tales in generale. Mary avrà una figlia, Helen, che racchiuderà in sé quell’immenso potere, quella paura incerta e incomprensibile per l’uomo, e che porterà tutti coloro che la incontreranno alla morte; un potere che cresce insieme a lei. Dal terrorizzare un altro bambino da piccola, al far possedere un’amica dalla divinità stessa, fino a una lunga serie di incontri con altri uomini (la sessualità vissuta appieno di Helen doveva essere un altro indizio per l’epoca vittoriana), i quali, uno dopo l’altro senza alcuna eccezione, si suicideranno. “She seems to have been a sort of enigma; and I expect if that one dead man could have told tales, he would have told some uncommonly queer ones.” Lo Scrittore inserisce nel suo romanzo quindi quelle che sono i cardini della Weird tales, il nocciolo duro dell’orrore innaturale, quello che in Lovecraft arriva dallo spazio, e lo inserisce in un contesto che preannuncia l’Urban gothic, con i suoi personaggi collocati in paesaggi rurali dove ancora vivono le superstizioni o nei vicoli londinesi. Si parte dal trapassare i confini della razionalità, come Algernon Henry Blackwood o come più tardi farà H. G. Wells, c’è l’orrore metamorfico, c’è l’eerie e c’è molto altro. Perché in questo tipo di narrazione la parola d’ordine sarebbe proprio “indicibile” (“eldritch”). Invece qui abbiamo detto che è proprio irriconoscibile. Questo perché alla fine la potenza devastante è il dio Pan, ovvio. Un potere che arriva da qualcosa che possiamo comprendere (la natura) ma che non possiamo riconoscere fino in fondo, fino al nucleo del suo potere. Una divinità portatrice di caos, un caos capace di stravolgere ogni legge, e sopratutto di gettare la mente umana nel panico più completo. Insomma, il dio Pan della mitologia classica, un fauno ridanciano e terribile, capace di comparire in ogni luogo, in ogni istante: “Of course all empty houses are stuffy, and so forth, but this was something quite different; I can’t describe it to you, but it seemed to stop the breath.”… ma è una divinità incarnata. Così l’apparizione di Helen diventa segno di sciagura perché già sappiamo cosa sta per accadere, ma mai sapremo come (sopratutto perché nessuno sarà mai capace di raccontarcelo). “Of course all empty houses are stuffy, and so forth, but this was something quite different; I can’t describe it to you, but it seemed to stop the breath.”  La verità di Helen è dietro un velo, e nemmeno Machen non ci dirà mai cosa davvero si nasconde dall’altro lato. La realtà è una menzogna ed Helen è la forza che riesce a mostrare ai malcapitati cosa significhi davvero comprendere. Alla fine però Helen viene sconfitta, e nella sconfitta è possibile intravedere le sue infinite forme, le sue tremende possibilità. Un male completamente differente rispetto a quello immaginato da Robert W. Chambers ne “Il Re Giallo”. Immaginatevi la sfida. Il male antico e mitico che risiede in Helen contro un male senza radici, un orrore pervasivo. Un volto velato ma riconoscibile su un vecchio ritratto che sfida l’urlo terrorizzato di Camilla ne “Il Re Giallo”“no mask!”Certo, non è un paragone ortodosso forse, ma è una sfida interessante.

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