Arthuan Rebis: “Sacred Woods” (2021) – Alessandro Freschi

E canti nell’aria da Est, sussurri tra gli alberi. Disteso a terra respiro e inizio il volo, cado nell’occhio dei corvi”. Antiqua Lunae, In Vino Veritas, The Magic Door. È attraverso queste singolari creature sonore che, nel corso dell’ultimo decennio, siamo entrati in contatto con le ispirazioni di Alessandro Arturo Cucurnia in arte Arthuan Rebis. Artista a tutto tondo, compositore, polistrumentista, studioso di tradizioni musicali, da concertista ha collezionato una ragguardevole serie di esibizioni dal vivo prendendo parte a variegate manifestazioni in giro per l’intera Europa. Dopo aver solo accennato una collaborazione con Claudio Rocchi, interrotta a causa della prematura scomparsa del cantautore meneghino nel giugno 2013, ha stretto contatto con Paolo Tofani, colonna portante degli Area di Stratos, con il quale, in virtù dell’accomunato interesse per la ricerca meditativa, ha realizzato in tempi di quarantena la fiaba sonora “La Primavera del Piccolo Popolo” (2020).
Avvalendosi del contributo di un talentuoso parterre di musicisti, del quale fanno parte il virtuoso percussionista texano Glen Velez, la folk-singer danese Mia Guldhammer nonché i fedeli compagni di viaggio nella geniale esperienza dedicata alla porta alchemica romana (l’arpista Vincenzo Zitello e la regista-attrice Giada Colagrande) nel maggio di quest’anno Rebis ha rilasciato alle stampe, sotto l’egida della Black Widow Records, il suo terzo lavoro solistico, “Sacred Woods”. Veicolato da tre suggestivi videoclip registrati all’ombra della secolare quercia delle streghe di Capannori (Lucca) – un quarto è in fase di montaggio – il concept è un tributo alla inviolabilità della foresta, eremo ancestrale popolato da diafane entità, sospeso al di fuori di un razionale intervallo spazio-tempo.
Esoterismo, fiaba e folklore colorano i suggestivi orditi narrativi delle nove tracce in scaletta, movimenti all’interno dei quali Rebis si prodiga nell’utilizzo di cornamuse, bouzouki, arpe celtiche, flauti e hulusi con il mirabile intento di intrecciare culture e inusuali suoni solo apparentemente distanti tra loro. Sebbene sorretto da una predominante connotazione folk-cantautorale il progetto, nel corso del suo sviluppo, apre a divagazioni di matrice world, ambient e oscuramente new wave, alimentando l’enigmatico pathos che infonde il viaggio interiore dell’ascoltatore di turno nel chiaroscuro dell’arcana boscaglia. Driade, Runar e Fairy Dance appaiono gli elementi cruciali di questo interessante sentiero musicale tracciato dallo sciamano Arthuan, disteso all’ombra di alberi sacri ed oniriche risonanze. In attesa di spiccare il volo.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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