Armando Piazza: “Suàn”/”Naus” (1972/1973) – di Pietro Previti

Suàn e Naus. Naus e Suàn. Due parole per un palindromo imperfetto, ma pienamente arioso, circolare. Suàn ha un’etimologia antichissima, deriva dalla contrazione di due parole e risale alla lingua accadica parlata dagli Assiri e dai Babilonesi. Significa “Ciò che è posto in alto, affianco alla palude”. “Suàn” (1972) e “Naus” (1973) – entrambi rilasciati dalla B.B.B. Beautiful Black Butterfly Recordssono stati per circa trent’anni tra i dischi più dimenticati e sconosciuti del Pop Italiano, ricercati alle prime luci dell’alba nei mercatini delle pulci soltanto da un ristretto manipolo di appassionati e collezionisti. Un culto gelosamente salvaguardato, tramandato con il passaparola. È sul finire degli anni Novanta che ne vengo a conoscenza, una sera a casa del mio amico Sasà, custode di prime stampe rarissime e memoria delle vicende musicali napoletane. E così, quasi per caso, tra ricordi che spaziano dal Be-in organizzato dagli Osanna ai Camaldoli al primo concerto napoletano dei Genesis al Teatro Mediterraneo, affiora questa copertina di un musicista mai sentito nominare prima, Armando Piazza.
Le fotografie di Fabio Donato per “Suàn” sono bellissime, spiazzanti, una sequenza di gambe e piedi offerte in un bianco e nero rigoroso. È un’edizione curata, arricchita da un booklet interno con testi ed un ulteriore corollario di immagini che formano un collage. A pubblicarla è una minuscola etichetta del centro storico di Napoli, creata appena un paio di anni prima dal Cavalier Antonio Taccogna, un discografico con alle spalle un’esperienza da dirigente alla Ricordi che cerca di dare nuovo impulso alla musica in città tra tradizione ed avanguardia. La città in quel periodo sta vivendo un’intensa apertura culturale. Teatro sperimentale nelle cantine di Via Martucci, una generazione di giovani creativi nel quartier nuovo, il Vomero, che viene cementificato strappando intere campagne dalla zona collinare. Armando fa parte di questa generazione. È già stato in Inghilterra, forse ha conosciuto qualcuno dei Pink Floyd, probabilmente anche un giovanissimo Elton John. Il giro degli alternativi napoletani è quello, sono pochi, non passano inosservati in quei giorni, si conoscono tra loro. Capelli lunghi e dischi portati dalla pattuglia partenopea che gioca in trasferta a Londra. Raffaele Cascone ed Umberto Telesco assicurano rifornimenti periodici agli amici al loro rientro in città. E poi c’è la NATO ad Agnano. Molti ufficiali risiedono nella vicina Via Manzoni, in quegli anni conosciuta come “la strada degli americani”.
Osanna, Balletto di Bronzo, Alan Sorrenti, i Saint Just di sua sorella Jenny. Armando conosce Shawn Phillips, ne frequenta la casa a Positano, passa ore a registrare nel suo studio di registrazione casalingo. “Suàn” inizia a prendere forma in note così, ma in realtà nasce prima. Almeno un paio d’anni prima. È figlio di un viaggio e di un incontro fortuito o forse voluto dal destino. È l’Estate del 1970. Fabio Donato è un fotografo già apprezzato, documenta tutto ciò che si muove nel campo delle Arti. Fondamentale è la visione nel 1968 del Living Theatre di Judith Malina e Julian Beck. Da quelle foto, praticamente da subito storiche, nasce la sua decisione di intraprendere la professione di fotografo. Quando con alcuni amici organizza un viaggio in macchina per Nuova Delhi non immagina che, una volta arrivato, avrebbe inaspettatamente incontrato per strada il suo amico Armando, partito a sua insaputa per la stessa meta. Dopo qualche giorno decidono di proseguire insieme verso il Nepal. La magia avviene in un villaggio alle porte di Katmandu. Stanchi per il lungo peregrinare si fermano ad un angolo di strada. Armando ha con sé la sua acustica, fedele compagna di viaggio. Inizia a suonare, arpeggi armoniosi ed estatici. Fabio chiude gli occhi, si rilassa. Pochi minuti ed una folla di bambini li circonda. È in quell’istante che Donato ha l’illuminazione di riprendere quelle gambe e quei piedi nudi che appariranno, soltanto poi, in una sequenza di scatti sulla copertina di “Suàn“. Non volti, non gesti, ma gli ultimi ritratti dal basso verso l’alto quasi a volere sconvolgere valori e prospettive del solo mondo cosiddetto civile. Immagini forti destinate ad urtare la sensibilità dei perbenisti, che andranno in mostra con il titolo “India ‘70”, appena pochi mesi dopo, alla Saletta Rossa della Libreria Guida.
Immagini che, ancora oggi, sono visibili nell’installazione posta in un corridoio della Metropolitana di Napoli che collega il Museo Archeologico Nazionale alla fermata Cavour. “Suàn” viene inciso in appena tre giorni, dal 1 al 3 Settembre 1972, negli studi della B.B.B.. Oltre a Piazza (chitarra acustica, piano-arpa e canto), autore di tutte le composizioni, partecipano lo stesso Shawn Phillips (basso, fuzz-bass, chitarra elettrica ed acustica), Tony Walmsley (chitarra elettrica e slide-guitar; futuro Napoli Centrale) e Tony Esposito (batteria e percussioni; i credit di copertina lo indicano ancora come Antonio). Sette brani per appena trenta minuti per una proposta lontanissima dal clima musicale di quegli anni. Distante anni luce dal Prog italiano e di provenienza inglese, “Suàn” ci appare oggi come uno dei lavori più originali e sinceri di quella stagione. Il fluire delle canzoni di impianto acustico è interrotto da squarci elettrici (l’iniziale Going into the sunset, la tenebrosa In the station) e dal sottofondo di percussioni, che accompagnano il convincente cantato in inglese di Piazza. La delicata ballad I met a Woman e il sincero omaggio al fotografo e compagno di viaggio in My Friend (I have a friend in my own life who paints the world with his eyes) sono tra i momenti più riusciti e toccanti del disco. Difficile qualificare la collocazione di “Suàn” in un genere, ancora più improbabile considerarlo un antesignano illustre del successivo Neapolitan Power. Se appartenenza va ricercata, non può che rinvenirsi in lavori spiritualmente affini provenienti dalla West-Coast californiana più lisergica e dall’Acid-Folk di matrice europea.
Naus“, sottotitolato Ars mensuralis, è di poco più lungo, conta un brano in più e vedrà la luce l’anno successivo. Piazza presenta ancora una volta composizioni tutte sue e, a differenza del precedente, ne cura interamente anche gli arrangiamenti. Erroneamente considerato inferiore rispetto all’opera prima, “Naus” appare appena più vario per strumentazioni impiegate (l’intervento di un sassofono o di un flauto, un coro femminile) mentre alcuni brani ci appaiono più ariosi se pure nello stesso mood estatico e trascendente (Evil Shadow). All’epoca entrambi i dischi ebbero una diffusione limitata. La promozione che la B.B.B. poteva assicurare era minima, se non nulla. Alcuni passaggi radiofonici per la rubrica Per Voi Giovani ed appena qualche inserzione pubblicitaria su Ciao 2001 che promuoveva la vendita diretta per corrispondenza. Appena pochi mesi dopo di Armando erano già sparite le tracce. Persona riservata e schiva, definita da chi lo ha conosciuto come un’anima poetica, non era interessato a fare parte del circuito mediatico musicale. Oblio interrotto nel 2001, almeno discograficamente, dalla pregevole ristampa di entrambi i titoli in un unico compact disc ad opera della Akarma.
In memoria di Armando Piazza, che ci ha lasciato a fine febbraio 2021.
Chi scrive desidera ringraziare Fabio Donato per la preziosa testimonianza e l’amico Salvatore Biffardi per avergli fatto conoscere questo meraviglioso artista.

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5 pensieri riguardo “Armando Piazza: “Suàn”/”Naus” (1972/1973) – di Pietro Previti

  • Marzo 14, 2021 in 11:27 am
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    grazie pietro, è dovuto andar via perchè qualcuno gli dedicasse spazio e tempo come te.

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  • Marzo 14, 2021 in 4:32 pm
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    Bellissimo articolo e ricordo di Armando Piazza, autore di 2 gioiellini musicali, per troppo tempo dimenticati, ma che invece, a distanza di quasi 50 anni dalle sue prime incisioni, dovrebbero essere riproposti con belle e curate ristampe. Ciò anche perché sono da tempo introvabili, se non a prezzi proibitivi.

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    • Marzo 15, 2021 in 3:03 pm
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      Un grande artista
      Purtroppo dimenticato dal Naples Power
      Come il grande Luciano Cillo

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  • Marzo 15, 2021 in 2:55 pm
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    Ho frequentato Armando fino a qualche anno fa prima che andasse a Barcellina dai figli per continuare la sua terapia. Ricordo con commozione le serate con lui, Nicola Muccillo, Raffaele Cascone ed altri alla pizzeria Gorizia al Vomero a parlare come sempre di ….. tutto

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