Area – International Popular Group: “Crac!” (1975) – di Alessandro Freschi

“Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire della scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te”. È un pensiero libero, un inno di speranza quello che trapela dalla profonda riflessione di José Buenaventura Durruti, esponente anarchico e figura cardine della guerra civile spagnola, stampigliata all’interno della gatefold cover del terzo lavoro degli Area, “Crac!”. Una scritta in bianco su sfondo nero che, combinata alle liriche del disco, assume le sembianze di cornice ideale per l’immagine del leitmotiv di “prima pagina”, un artwork di warholiana memoria concepito da Gian Michele Monti, raffigurante quattro variazioni cromatiche del disegno di un cucchiaio che si infrange sulle fragili pareti di un uovo alla coque. Blu, celeste, rosso, verde. “Crac!” onomatopeico rumore della frattura, allungamento irreversibile di una crepatura. Pop-art e rivoluzione. Rottura degli schemi.
L’inconfondibile timbrica di Demetrio Stratos, il rivoluzionario “ribelle” della voce, corre sopra i tasti del piano di Patrizio Fariselli facendosi spazio tra le linee di basso di Ares Tavolazzi. “Corri forte ragazzo, corri. La gente dice sei stato tu. Ombre bianche, vecchi poteri il mondo comprano senza pudore… Guarda avanti non ci pensare la storia viaggia insieme a te”. Un incipit vigoroso, un’esortazione alla lotta attraverso la riflessione, imparando a leggere “le cose intorno”. Si intitola L’Elefante Bianco e con le sue frenetiche ritmiche di stampo orientale inaugura la facciata A di “Crac!”, 33 giri inedito rassegnato alle stampe dalla Cramps nel novembre del 1975. Gli Area sono tornati in studio di registrazione a poco più di un anno di distanza dal nevrotico “Caution Radiation Area” dopo un’intensa stagione di esibizioni dal vivo, suonando, tra gli altri, sul palco della quinta edizione della festa del proletariato giovanile al Parco Lambro (Milano) e alla festa nazionale dell’Unità a Firenze.
Elencata rigorosamente in ordine alfabetico, la line-up composta da Capiozzo, Fariselli, Stratos, Tavolazzi e Tofani rappresenta un qualcosa che musicalmente rasenta l’eccellenza assoluta. Insuperabile nell’improvvisazione, tecnicamente sopraffina, la band ripone nell’esplorazione sonora il proprio credo per eccellenza, inconfutabile virtù che la conduce puntualmente, attraverso percorsi collettivi o solistici, ad addentarsi in prestigiosi territori avantgarde nei quali miscelare micidialmente derive di matrice etno, rock, jazz, elettro e persino pop.
Apprezzato riferimento dei movimenti studenteschi, trait d’union tra lavoratori e sinistra estremista (ai quali dedicano nel 1974 una indimenticabile versione de L’Internazionale, lato B di un 45 giri realizzato per sostenere le spese legali del poeta anarchico salernitano Giovanni Marini, accusato dell’omicidio di un militante del FUAN) gli Area non fanno mistero delle proprie ideologie e a distanza di mezzo secolo appaiono, più di qualsiasi altra formazione dell’epoca, l’emblema dei contraddittori e violenti anni settanta.
Tutto ciò senza ricorrere all’uso di banali e squallidi slogan per raccontare di sociale e politica, ma altresì utilizzando un linguaggio forbito e intelligentemente allegorico. A tal proposito fondamentale appare l’apporto fornito del geniale Gianni “Frankestein” Sassi, factotum della label meneghina ed incontrastato asso del marketing culturale.
Superato l’opener, “Crac!” piomba nella caotica tela funk degli orditi de La Mela di Odessa (1920), e la recitazione metaforica di Stratos (“C’era una volta una mela a cavallo di una foglia. Cavalca, cavalca, cavalca. Insieme attraversarono il mare. Impararono a nuotare”) si insinua tra tromboni ed i suoni di superficie del piano elettrico, per raccontare del dadaista Apple e del suo dirottamento di una nave tedesca in acque sovietiche al termine del primo conflitto mondiale. Integralmente strumentale Megalopoli, movimento dedicato all’edificazione di Brasilia, un ottimo esempio di free jazz nel quale viene esaltato il sopraffino interplay tra le varie parti in gioco. La chiusura del lato A del vinile viene affidata alla travolgente improvvisazione di Nervi Scoperti, movimento nel quale le elucubrazioni di Fariselli si contrappongono amabilmente ai battiti dispari di Capiozzo e alle evoluzioni distorte della sei corde di Tofani.
Con il chiaroscuro di un’istantanea nella quale sono imprigionate le atmosfere seventies dei raduni pop Gioia e Rivoluzione, con il suo incedere da inno gioioso, ci offre l’opportunità di apprezzare una faccia inconsueta degli Area, lontana anni luce dalle dimensioni radioattive e claustrofobiche degli album precedenti (“Canto per te che mi vieni a sentire, suono per te che non mi vuoi capire. Rido per te che non sai sognare, suono per te che non mi vuoi capire”). Non è un caso che il brano si guadagnerà un “posto al sole” nelle produzioni di Stratos e soci. I cinque minuti che seguono (Implosion) ci riportano nel bel mezzo di labirintiche dimensioni lisergiche nelle quali marcati orditi elettronici vagano tra imprevedibili deviazioni sonore. Nella sua coda “Crac!” compie l’ennesimo step verso la definitiva rottura di ogni schema predefinito ospitando Area 5, destrutturata visione concepita da due adepti del sommo Cage, Juan Hidalgo e Walter Marchetti, nella quale strumenti e giochi di voce sembrano rincorrersi senza mai raggiungersi. 
Anime trasgressive, di difficile collocazione stilistica ed in netto anticipo sui tempi, gli Area archiviato “Crac!” ed il tour promozionale che ne consegue, di cui ricordiamo la storica esibizione nel settembre 1976 alla Festa do Avante di Lisbona, in un Portogallo libero dal regime di Salazar (concerto recuperato in parte sulla facciata B dell’album “Parigi-Lisbona” del 1996), tornano a concentrarsi su sperimentazioni e ricerche.
Paolo Tofani incarna le spoglie di Electric Frankstein per esordire da solista con “What Me Worry?” (1975), album di matrice psichedelica in cui vengono arrangiate alcune composizioni del suo periodo londinese di inizio settanta. Ares Tavolazzi e Giulio Capiozzo si uniscono alla tournée di Andrea Mingardi, mentre Stratos intensifica i suoi studi sulla fonazione e la vocalità. Nel 1976 vengono distribuiti dalla Cramps la sua opera prima da solista “Metrodora” e “La Cantata Rossa per Tall El Zaatar”, tributo del poeta-operaio Giulio Stocchi e dal jazzista Gaetano Liguori alla drammatica vicenda dei profughi palestinesi in terra libanese, nel quale Demetrio esegue il brano Amna. Quando si ritroveranno di nuovo tutti insieme nel 1977 sarà per dare vita ad un’altra gemma indelebile nella storia della musica italiana, il concept fanta-politico “Maudits”. “Se pensi che il mondo sia piatto allora sei arrivata alla fine del mondo. Se credi che il mondo sia tondo allora sali, e incomincia il giro tondo!” Quanto erano belle le filastrocche di Demetrio.

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