Arctic Monkeys: “Tranquility Base Hotel & Casino” (2018) – di Flavia Giunta

Spesso capita che la realtà superi la fantasia, soprattutto quando si parla di aspettative che vengono stravolte. E’ circa questa la sensazione che deve aver provato l’intero fandom delle Scimmie Artiche quando, dopo cinque anni dall’ultimo disco, i loro beniamini se ne sono usciti con “Tranquility Base Hotel & Casino”, che sembra provenire – nel vero senso della parola – da un altro pianeta. Cos’è successo alle schitarrate elettrizzanti e ai riff che rimanevano in testa per giorni? Dov’è andata a finire l’atmosfera indie rock che rendeva inconfondibile lo stile della band? Semplice: ha salpato per la Luna. Il frontman Alex Turner ha preso le redini della situazione e, sedendosi al pianoforte, autoproducendosi l’album e creando tutti gli arrangiamenti da sé, ha sfornato un disco dal sound lounge, che ricalca le atmosfere della Hollywood degli anni 80 e parla dell’interiorità di Turner stesso, ma trasponendola nell’ambientazione sci-fi di un hotel del futuro collocato sulla Luna. No, non stiamo scherzando. Della serie: “Faccio quello che voglio” e, in effetti, l’artista non deve rendere conto a nessuno: nemmeno ai propri sostenitori. Analizziamo più da vicino questo lavoro così atipico. Dobbiamo essere sinceri, al primo ascolto siamo rimasti abbastanza delusi: nessun brano che catturi l’attenzione con una melodia particolarmente orecchiabile; nessun ritmo rock coinvolgente o motivetto da fischiettare sotto la doccia. Si potrebbe osare dicendo che si tratti di musica da sottofondo. Le undici tracce, con il loro andamento glam al piano, si susseguono senza soluzione di continuità come fossero un unico flusso di pensiero del cantante, il quale spara una dopo l’altra immagini di decadenza hollywoodiana miste a pensieri sul proprio passato e a critiche alla politica attuale. E’ proprio qui che vogliamo arrivare: non dovete fermarvi al primo ascolto, non fatelo! Perché è soltanto sapendo – e soprattutto, capendo – quello che Alex sta dicendo, che riuscirete a godervi questo album. Come quelle immagini tutte intricate di una volta, che si svelavano allo sguardo soltanto se le fissavi con gli occhi persi, l’apparente piattume si svolgerà d’improvviso in un’opera che ha del genio. Partiamo dal principio. Il concept dell’album si basa sul protagonista, impersonato ovviamente dalla voce di Turner, che viene chiamato a fare da cantante lounge per l’hotel Tranquility Base; questo edificio è collocato sulla Luna. Ci troviamo infatti in un futuro distopico, nel quale la maggior parte degli abitanti della Terra ha lasciato il pianeta a causa degli irreversibili danni provocati dall’umanità. Così, l’uomo salpa verso nuovi lidi stellari e il protagonista, una rockstar ormai in declino, salpa verso il suo nuovo impiego, che gli porterà soldi facili con poco sforzo. Che cosa significa? Si può azzardare che l’hotel sul satellite rappresenti l’immaginazione di Turner, vale a dire un luogo in cui rifugiarsi mentre tutto il resto va a rotoli: il mondo della fama non è la bellezza luccicante che ci eravamo aspettati. Questa fuga rappresenta anche l’occasione per riflettere sulla propria storia, su ciò che ci ha condotti fin qui, e perché no, anche sulla società. Sì, perché l’espediente del frontman è stato quello di utilizzare un mondo fittizio per descrivere impietosamente il nostro mondo attuale. Qualcosa che ci suona familiare: basti pensare a “1984” di Orwell, a “Blade Runner”, o ai film di Kubrick… Riferimenti tutti presenti nei singoli brani, insieme a molti altri. Che dire, ci aspettavamo un disco di canzoni con cui ondeggiare sulle piste delle serate rock e ci siamo ritrovati invece con un libro di Philip K. Dick in versione audio. L’apertura con Star Treatment ci porta subito in quest’ottica: il suo testo malinconico parla proprio delle aspirazioni del cantante – ma sarà il protagonista fittizio, o il vero Turner? – prima di diventare quel che è diventato (“I just wanted to be one of the Strokes”), che si scontrano con la realtà patinata della fama. Già dal primo assaggio possiamo capire l’andamento dell’intero album, con questo sapore di cocktail sorseggiato in un pianobar della California negli anni 80, alle sei di un pomeriggio d’estate, pensando ai propri rimpianti. Ecco, tenete a mente questa immagine perché sarà la costante di tutto l’insieme… e si suppone che fosse proprio questa l’intenzione ultima del musicista, cioè il contrasto fra queste atmosfere appannate e il lucido sarcasmo dei testi. Diavolo di un Alex. Con One Point Perspective si ribadisce il concetto della libertà dell’artista che viene limitata dal dover fare quello che il pubblico si aspetta (nel caso dei Monkeys, continuare a produrre lo stesso tipo di musica); il tutto annaffiato da immagini idilliache dell’infanzia che cozzano con le aspettative poi deluse dalla maturità. American Sports è un esempio cristallino di satira politica: le abitudini dei nuovi abitanti della Luna vengono paragonate alle ossessioni dei cittadini del mondo attuale; e via con i riferimenti all’avidità, a Donald Trump, alle fake news e persino alla svalutazione della religione. Il succo del brano è che la politica odierna sia diventata come uno sport, al quale gli spettatori non possono partecipare ma solo assistere impotenti. Subito dopo abbiamo la title track, con la quale si dà un’occhiata d’insieme al Tranquility Base con tanto di ironica descrizione dei personaggi che vi si possono trovare (Gesù che si gode una s.p.a.; una donna che va a protestare, ma non prima di essersi sistemata ben bene la permanente). Il sound cupo ed elettrificato di Golden Trunks è una sorta di biglietto da visita per l’unica canzone d’amore del disco, sempre però venata di satira e di amarezza. L’immagine che viene svelata è quella del protagonista e della sua amante: lui ha dei pensieri oscuri e complessi, ma lei lo ama tanto da esserne conscia ed eppure rimanere al suo fianco con abnegazione. Il titolo (“Pantaloncini dorati”) si riferisce a Trump – tema politico evidentemente caro a Turner – che, a causa delle sue innumerevoli apparizioni sui media, viene visto più come un performer di wrestling che come il capo di tante nazioni. Segue Four Out Of Five, la melodia forse più discreta del disco, che funziona come un messaggio promozionale dell’albergo: con toni entusiastici si descrive ciò che il turista spaziale potrà sperimentare in questo suo fantastico soggiorno. C’è persino un ristorante di tacos sul tetto e, attenzione gente!, non troverete nessun poveraccio a darvi fastidio! Qui traspare il marciume del sistema che, in questa ambientazione fantascientifica, gestisce l’esodo dei terrestri: l’hotel è riservato alla middle class; chi non si è potuto permettere il viaggio spaziale è rimasto sulla Terra corrotta e impoverita. Geniale. Ah, ci scappano pure un paio di riferimenti a Stanley Kubrick (il pianeta Clavius; hokey-cokey per indicare l’atto del sesso). Ottima scelta del titolo per The World First Ever Monster Truck Front Flip: qui Turner ci espone dapprima il problema dell’assuefazione alla tecnologia (“You push the button and we do the rest”), per poi arrivare all’assurdità e inutilità di certe notizie che possiamo trovare sul web. C’è anche una piccola sorpresa per i fan di Lana del Rey, amica del musicista (“You and Lizzy in the summertime…”). L’obsolescenza della religione è un tema che ritorna nel brano Science Fiction, in cui quest’ultima viene vista come una cosa inquietante, in questa società in cui finalmente proprio tutti hanno cieca fiducia nella scienza. La dichiarazione che il cantante fa nel ritornello è evidente; vuole che, sulla vita della sua amante, la loro relazione abbia lo stesso impatto che ha la tecnologia di questo mondo sulle vite di tutti: permanente e indimenticabile. Romanticone. Forse. Altra visuale sul lato malato del progresso, con particolare riferimento ai social media, in She Looks Like Fun: siamo continuamente distratti, nell’arco delle nostre giornate, dall’esigenza di postare qualcosa o di controllare le notifiche e, cosa anche peggiore, i nostri giudizi sulle persone si basano in buona parte su ciò che loro mostrano di sé sulle varie piattaforme. I riferimenti della canzone sono generalizzabili, ma in realtà mirano a una persona ben precisa: Taylor Bagley, l’ex fidanzata di Alex Turner. Dopo la loro rottura è stata bersagliata dagli haters sui suoi social, anche quando postava qualcosa di innocuo. Non per nulla, il ritornello ripetitivo e cadenzato ci dà l’impressione di stare scorrendo le foto di un nostro contatto (“Good morning, cheeseburger, snowboarding…”). Ci avviciniamo ormai alla fine del disco. Batphone – curioso riferimento alla serie televisiva su Batman del 1966 – è interamente costruita sui paradossi della tecnologia: come si chiama quella sensazione di essere intrappolati dentro il proprio cellulare? Cerchiamolo su Google dal cellulare… ma è con The Ultracheese che si chiude questo campionario di disagi personali e sociali, con un ultimo sguardo all’animo tormentato dell’artista. Scorrono una serie di pensieri, reminiscenze riguardo al passato e all’impatto che la musica ha avuto sulla sua vita; l’esistenza da rockstar lo ha portato ad isolarsi e distaccarsi (si ascolti l’apertura: “Still got pictures of friends on the wall / I suppose we aren’t really friends anymore”), ma nonostante tutto, ne è valsa la pena per la musica, che non ha mai smesso di amare. Fine del viaggio interstellare. Cosa possiamo dire? Probabilmente questo non è un album da ascoltare in modo spensierato, sfaccendando per casa o andando a lavoro a piedi con gli auricolari nelle orecchie: risulterebbe come minimo noioso… e non è nemmeno il disco da far ascoltare a chi voglia avvicinarsi agli Arctic Monkeys per la prima volta. Va visto come un’opera della maturità, una sperimentazione accuratamente costruita e dettata dalle velleità artistiche di un frontman che ha ancora molto da tirar fuori. Rimane il dubbio di come queste nuove canzoni possano essere rese in un concerto: riusciranno i nostri eroi ad evitare l’effetto pianobar, mantenendosi sulla rotta avvincente che hanno condotto finora? Staremo a vedere.

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