Arctic Monkeys: “AM” (2013) – di Flavia Giunta

Il titolo dell’album parla già da sé: la strizzata d’occhio a “VU” dei Velvet Underground fa presagire un disco pieno di importanti citazioni. Perché, quando a prendersi certe “confidenze” è una band come gli Arctic Monkeys, tutto è lecito. Il quartetto di Sheffield, composto da Alex Turner (voce, chitarra ritmica e solista), James Cook (chitarra ritmica e solista), Matt Helders (batteria, seconda voce) e Nick O’ Malley (basso, seconda voce), ha già sette anni di produzione alle spalle all’epoca dell’uscita di “AM” ma, a giudicare dalle sonorità e dal loro approccio alla musica si direbbe che sia passato molto più tempo. Ascoltandoli si ha l’impressione di tornare indietro di qualche anno, agli esordi di gruppi come Blur, Pearl Jam o persino Black Sabbath, a seconda dell’album; eppure, questi ragazzi si sono radunati e hanno iniziato a suonare quasi per gioco solo nei primi anni del 2000, debuttando nel 2006 con “Whatever People Say I Am, That’s What I’m Not” e facendosi strada verso la popolarità anche grazie a un mezzo che i loro predecessori non avevano potuto sfruttare: il web. Da allora, nonostante fossero stati additati come meteore, tutti i loro lavori hanno conquistato il primo posto nelle classifiche britanniche e venduto milioni di copie. E’ evidente che non siamo di fronte a un fenomeno passeggero, e che ci sia del talento: si nota in particolare un’evoluzione, di disco in disco, verso un genere sempre più unico e circoscritto alla band stessa; non si può più definire in modo univoco questo miscuglio di indie-rock-garage-punk-revival-R&B-rap e chissà quante altre etichette. Sono semplicemente loro. E con il quinto album, “AM”, un ulteriore genere si insinua aggiungendosi all’elenco: un accenno di elettronica che permea le 12 tracce, senza però snaturarle. E’ forse per questo motivo che molti dei fan storici del gruppo si sono sentiti traditi all’uscita del disco; bisogna però farsi una ragione del fatto che la musica rifletta il periodo e il contesto in cui è inserita, oltre al fatto che è impossibile che una band rimanga sempre simile a sé stessa. C’è piuttosto una continua ricerca di identità da parte dei musicisti (in particolare di Alex Turner, che compone la musica e scrive i testi). Non bisogna inoltre dimenticare l’apporto esterno di personaggi come il produttore discografico: Josh Homme, che ha lavorato con i Monkeys nei loro due precedenti album e ha contribuito a renderli ciò che sono; e anche adesso che non è più il loro produttore, qualcosa della sua influenza rimane. Veniamo adesso al disco. L’apertura è affidata ad uno dei singoli estratti, nonché uno dei pezzi più riusciti: Do I Wanna Know? è quella tipica canzone che ti resta in testa dopo averne sentito il riff una sola volta di sfuggita; grazie al beat cadenzato assume un andamento sinuoso, quasi sessuale. R U Mine? è stato il primo singolo estratto, che ha anticipato di qualche mese il resto del lavoro e aumentato l’hype nei suoi confronti… e a ragione: il ritmo accattivante, la voce arrabbiata, l’assolo finale, tutti gli elementi hard indie quasi illudono gli ascoltatori – soprattutto quelli affezionati ai lavori precedenti – sull’andazzo che seguirà il resto dell’album. Si tratta però di un’illusione, appunto, essendo R U Mine? il brano più rock del disco. Questa esplosione di suono apre la strada a un altro singolo, One For The Road, completamente diverso: i coretti di sottofondo accentuano l’atmosfera virtuale e alienante già creata dal synth che raddoppia i riff di chitarra, in un assaggio del lato più R&B delle Scimmie Artiche. Terminato l’assolo inizia la sabbathiana e sensuale Arabella, che riprende in modo del tutto inedito una pietra miliare come War Pigs ma ricorda in qualche modo anche i Beatles (sempre per tornare al citazionismo di cui si parlava all’inizio). Dopo la frenetica e irrequieta I Want It All, arriviamo alla seconda parte del disco, inaugurata da un brano molto, molto vintage: No. 1 Party Anthem sembra proprio quella traccia che ti permette di ballare ondeggiando avvinghiato alla cotta del liceo. Dolce e nostalgica. Segue un altro pezzo lento, elegante, che potrebbe ricordare Lou Reed: Mad Sounds, che serpeggia dolcemente fino a sfociare in Fireside, dal ritmo sincopato e con gli onnipresenti coretti sognatori di sottofondo (“shoo-up, shoo-up”). La nona traccia, Why’d You Only Call Me When You’re High?, oltre ad essere l’ultimo singolo estratto è un altro bel risultato, dal suono R&B cadenzato e corroborato dalle strofe cantate da Turner quasi in maniera hip-hop. Con Snap Out Of It torniamo invece ad un’atmosfera più beatlesiana, allegra, oserei dire colorata – sebbene la minimalista copertina dell’album sia tutto tranne che variopinta: fondamentalmente pop, ma sempre alla maniera degli Arctic Monkeys. Si chiude l’ascolto con Knee Socks, un po’ sciocca e decisamente anni 80, e I Wanna Be Yours, il cui testo è stato scritto dal poeta punk John Cooper Clarke. Giusto per concludere l’album con una perla di stile. Che dire? Un altro punteggio pieno per questa prolifica band, che sembra avere ancora molto da comunicare, aggiungendo sempre qualcosa di nuovo.

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