Arcadium: “Breathe Awhile” (1969) – di Maurizio Fierro

(…) poi dall’oscurità saltano fuori cinque musicisti sconosciuti. Sono ragazzi inglesi e, come capita a tanti loro coetanei, hanno formato una band e, forse, hanno un messaggio da consegnare. Firmano per una piccolissima casa discografica, la Middle Earth Records, e registrano nel 1969 “Breathe Awhile”. Sono Graham Best al basso, Alan Ellwood all’organo e all’hammond, John Albert Parker alla batteria, Robert Ellwood alla chitarra e Miguel Sergides alla voce e alla chitarra 12 corde. I cinque creano un piccolo manifesto musicale underground dal clima cupo, quasi disperato, e l’angoscia che aleggia nel disco si riflette nei testi delle sette canzoni che compongono il 33 giri, tutte scritte dal leader Miguel Sergides. È un lavoro che si sottrae a ogni esigenza di classificazione, anche se i riff di hammond rimandano a certe atmosfere prog. Sembra quasi che sia un’altra l’urgenza degli Arcadium, come se i toni dark esaltati dal fraseggio fra l’organo di Alan Ellwood e le dolenti fiammate chitarristiche di Robert Ellwood, volessero consegnare un messaggio mediato dalla voce lamentosa di Miguel Sergides. Viene da pensare a una sorta di coup de théâtre in cui l’entrata e l’uscita di scena devono enfatizzare sonorità capaci di creare un ponte fra chi esegue e chi ascolta, due stati mentali che entrano, per incanto, in contatto.
Il primo brano di un disco rivela chi sei e, con l’ultimo, avviene il congedo. Da questo punto di vista, I’m On My Way che apre il 33 giri e Birth, Life And Death che lo chiude, sono due piccole perle che, da sole, riescono a marchiare l’originalità di un approccio sonoro che si sedimenta nella memoria… ma dicevo del messaggio. Sul retro del disco una frase recita: “The inheritance of future sinners and the writing of future revelations will be our final downfall. We can all workship the devil if we please but there is still just to let us breathe awhile”. (L’eredità di futuri peccatori e gli scritti di rivelazioni future rappresenteranno la nostra definitiva caduta. Possiamo venerare il diavolo, se vogliamo, ma lui c’è, ed è lì solo per lasciarci respirare, nel frattempo). Echi di Aleister Crowley. Chissà. Rimandi alla Process Church of the Final Judgement di Robert De Grimston? Forse. Fatto sta che dopo quell’apparizione, dopo quel “breve respiro” di circa cinquanta minuti, questa la durata del 33 giri, i cinque ragazzi scompaiono dalla scena musicale tornando nell’oscurità da dove erano emersi. Boudelaire diceva che il più grande inganno del diavolo è quello di aver fatto credere all’uomo di non esistere… e sì, perché lui, il diavolo, invece c’è ed e lì. Solo per lasciarci respirare, nel frattempo.

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