Aphrodite’s Child: “666 (The Apocalypse of John, 13/18)” – di Bruno Santini

“666 (The Apocalypse of John, 13/18)” del 1972 è l’ultimo atto discografico (o canto del cigno) del gruppo folk rock greco Aphrodite’s Child. L’album venne messo sul mercato dalla Vertigo Records soltanto dopo lo scioglimento della Band, avvenuto nel 1971. Prima della sofferta pubblicazione, un’altra etichetta, la Mercury Records, aveva ritardato l’uscita del disco a causa del suo tema scabroso e la controversia legale che ne scaturì durò ben due anni: una vera e propria guerra che spinse poi Vangelis ad aprire il disco con un coro che intonava… “We’ve got the System, to fuck the System!”. Benché “666 (The Apocalypse of John, 13/18)” sia un ottimo lavoro dal punto di vista contenutistico e strutturale, può essere considerato un fallimento mediatico. Il pubblico, abituato alla sfilza di singoli frivoli e musicali della Band, si trovò spiazzato di fronte a un prodotto così ampio e impegnato che in seguito ispirò la musica dei Black Sabbath (vedi “Sabbath Bloody Sabbath”) e quella degli Iron Maiden nella loro celeberrima 666 the Number of the Beast. Soltanto successivamente, in periodo progressive, l’album otterrà un successo che, a detta di molti, è ampiamente meritato. Il concept album (diviso in 4 lati) ruota tutto intorno al tema dell’Apocalisse di Giovanni, uno dei testi biblici di più difficile interpretazione, dove però la costante è la fine del mondo e la vittoria del bene sul male. 666 è, non a caso, anche il numero che nella simbologia religiosa rappresenta il demonio (la biblica Bestia). Proprio il tema religioso e apocalittico – accanto ai simboli – risulta fondamentale nell’album, comparendo sia nei testi sia nella musica (And the earth turned grey / the sea turned black / the rivers turned red / the sun turned cold / the Beast turned pale / the stars turned fast / the air turned to poison). Accanto a questi, però, figurano anche rappresentazioni di una realtà contemporanea: è il caso di Altamont, brano nel quale si parla della tragedia avvenuta nell’omonimo concerto, che vide l’uccisione di uno spettatore da parte degli Hells Angels, a cui era affidata la sicurezza; o ancora, il tema emblematico e scabroso dell’orgasmo, simulato dall’attrice-cantante Irene Papas nel brano Infinity Symbol e che tanto provocò scalpore. In definitiva, si può ben capire quanto composito sia (nella musica e nei testi) un album del genere, che vede al suo interno la presenza dell’incalzante e protagonista progressive rock, accompagnato dalle sonorità folkloristiche greco-mediterranee. Un continuo alternarsi di pezzi (che vanno dai 20 secondi ai 19 minuti) dalle musicalità violente e aggressive, alternati a sonorità, invece, più “morbide” ed elaborate. Questa è la costante di un progetto realizzato e fortemente voluto, nonostante le spaccature interne alla Band. L’album, solitamente attribuito all’intero organico, è il realtà il progetto di uno solo di loro: Vangelis Papathanassiou. Il polistrumentista e compositore greco aveva maturato l’intenzione di distaccarsi da quei parametri che sempre avevano interessato gli Aphrodite’s Child. Stanco di scrivere canzoni semplici e di facile presa, esausto nel partecipare alle stressanti tournée che la Band rinnovava e ampliava per tenere accesa una fama costituita da singoli, e stufo – oltre tutto – di realizzare lavori fini a se stessi, il compositore aveva infine scelto di allontanarsi dagli Aphrodite’s Child per dedicarsi, in solitaria, allo studio della tematica di quel che sarebbe stato poi, “666 (The Apocalypse of John, 13/18)”. In secondo luogo, non partecipò alle già citate tournée, nè più sfornò singoli per sfamare il famelico pubblico. Sulla base di tutto ciò nasce l’album che, se inizialmente doveva essere il lavoro di un singolo, divenne frutto della collaborazione dello stesso Vangelis con Loukas Sideras e Anargyros Koulouris (già membri della band e presenti solo come strumentisti), Demis Roussos che invece partecipò in soli tre brani e Costas Ferris, autore dei testi. Di quest’ultimo è doveroso ricordare lo spessore artistico: scrittore e regista, oltre che produttore, nel 1983 vinse con “Rembetiko” l’Orso d’Argento al Festival di Berlino. Si potrebbe parlare, dunque, di un concept ascrivibile al solo Vangelis, musicista che – tra le altre cose – dopo quest’esperienza prese una via totalmente differente, affacciandosi al panorama dell’elettronica e della colonna sonora“666 (The Apocalypse of John, 13/18)” è e si afferma come un lavoro di Papathanassiou, questo è evidente; ma la musicalità, il passaggio dal folk al rock, gli “esercizi di erudizione musicale” e, ancora, l’utilizzo di alcuni strumenti, le tematiche e gli argomenti, sono frutto di un passaggio evolutivo e di un’esperienza musicale individuale del “nuovo” Vangelis. Esperienza e passaggio che non possono che farci pensare a un progetto che è legato comunque e nonostante tutto agli Aphrodite’s Child.

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