Antonio Gramsci: “L’albero del riccio” (1948) – di Lucia Gargano

Scriveva Antonio Gramsci, scriveva in una “cella di tre metri per quattro e mezzo” e attraverso la scrittura cercava di evadere da quella lunga e difficile prigionia a cui fu condannato dal regime fascista. 20 anni, 4 mesi e 5 giorni di reclusione da scontare nella casa penale di Turi in provincia di Bari. Le assurde leggi del regime avevano imprigionato l’uomo, il deputato del partito comunista, il personaggio scomodo non solo per il fascismo che si voleva zittire… ma non riuscirono a confinare il suo pensiero lontano dalle questioni sociali e politiche, di cui era sempre stato attento osservatore e protagonista, e neppure lontano dal mondo dei sui affetti. Nel lungo periodo di detenzione (19281935) Gramsci, teso in uno sforzo di resistenza intellettuale e morale, dà voce al suo pensiero più profondo e originale, scrivendo su piccoli quaderni forniti dalle autorità carcerarie; fa sentire il suo tenero e disperato desiderio di tenere insieme i legami affettivi nelle lettere destinate ad amici e familiari. I suoi quaderni di appunti e le lettere, pubblicati dopo la sua morte, sono il suo lascito morale e culturale e testimoniano la grandezza della sua Persona. I “Quaderni del carcere” sono l’opera fondamentale di Gramsci come uomo di cultura, come intellettuale, filosofo e politico. Le “Lettere dal carcere” svelano, invece, la sua dimensione più intima e personale. Di quelle lettere, nel 1948, se ne pubblicò un’altra breve selezione dal titolo “L’albero del riccio”. Un testo legato agli affetti familiari e in cui la grande storia del politico e del pensatore si declina nella piccola storia dell’individuo, del figlio, del marito, del papà Antonio. Vi sono raccolte sessanta lettere indirizzate ai figli, alla cognata Tania, alla moglie Giulia Schucht, alla sorella e alla madre. Sono lettere in cui Gramsci racconta alcuni episodi della sua fanciullezza trascorsa in una Sardegna rurale e poverissima di fine Ottocento. Storie vere di un’infanzia fatta di sacrifici, per le disagiate condizioni economiche in cui crebbe, ma vissuta sempre con lo spirito dell’avventura. Nonostante l’infermità fisica di cui soffrì fin da piccolo, dai suoi ricordi affiora l’immagine di un bambino, “intrepido pioniere”, scorrazzante nelle campagne del suo paese, Ghilarza, e alle prese con animali e briganti. Ai ricordi si alternano consigli di lettura e favole di grandi autori come Puskin, Kipling, Dickens ed altri che Gramsci in carcere si dilettava a tradurre per i suoi figli. Si sente nelle lettere: la passione di Antonio per la scrittura; l’attaccamento profondo per la sua terra e il legame con la natura. La dignità con cui seppe affrontare le sofferenze di una ingiusta prigionia; l’amorevole rispetto per sua madre che lui ricorda sempre “come una forza benefica e piena di tenerezza”; l’affetto per la famiglia. Le lettere a Delio e Giuliano, in particolare, tracciano il commovente dialogo di un padre con i suoi figli lontani che non rivedrà mai più. Distaccato dalla convivenza familiare, papà Antonio, attraverso le parole, cerca di tessere quel filo invisibile di affetto, di vicinanza, di contatto che ogni buon genitore intreccia con i propri figli. Si scoprono i sentimenti di un uomo che mostra il lato inedito di un padre che dal carcere si racconta ai suoi bambini che non l’hanno mai conosciuto; fa sentire la sua presenza ed essenza morale anche da lontano, cercando di contribuire a farli crescere in modo sereno e prepararli validamente al loro futuro di scolari, di cittadini, di lavoratori. “L’albero del riccio” pone attenzione alla vita affettiva di un grande personaggio storico, riscoprendolo diverso da quello più divulgato e conosciuto. In questo libro l’esatta dimensione di Gramsci è quella della sua persona che si identifica col dovere, col lavoro, con la fatica, con l’impegno, con l’attenzione agli altri. Nei “Quaderni”, a proposito di fatica e impegno Gramsci commenta così la riforma della scuola di Giovanni Gentile: “Occorre persuadere molta gente che anche lo studio è un mestiere, e molto faticoso, con un suo speciale tirocinio: è un processo di adattamento, è un abito acquisito con lo sforzo, la noia e anche la sofferenza (…) La partecipazione di più larghe masse alla scuola media porta con sé la tendenza a rallentare la disciplina dello studio, a domandare facilitazioni, occorrerà resistere alla tendenza di render facile ciò che non può esserlo senza essere snaturato”. Valori che sembrano scomparsi (soprattutto nella scuola italiana di oggi) ma sono ancora dentro tanti di noi. “Studiare è difficile”, “bisogna mantenere le promesse”, “impara a discernere”… così scrive in alcune delle sue lettere, facendo emergere tutto il valore educativo di questo libro che è uno dei titoli elencati nella lista dei “1001 libri da leggere prima di diventare grandi”. Merita attenzione: cercatelo, scovatelo in qualche biblioteca e leggetelo: scoprirete un Personaggio nuovo, entrerete in contatto con il suo lato più umano e commovente. Un modo diverso per ricordare Antonio Gramsci: un uomo che non si è mai arreso, una persona dall’impegno consapevole, aperto e costruttivo; un padre che, come tutti i genitori, per i propri figli, non sogna, ma vuole con forza e determinazione “un mondo libero e bello”.

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