Antonello Venditti: “Modena” (1979) – di Francesco Picca

È il 1992 quando, durante la trasmissione di approfondimento politico “Samarcanda” condotta da Michele Santoro su Rai3 in collegamento dallo stadio milanese di San Siro, il cantautore Antonello Venditti ripropone dopo molti anni la canzone Modena, pubblicata nel 1979 all’interno dell’album “Buona domenica” (Philips). Ospite d’eccezione sul palco è il grande Gato Barbieri, tornato a suonare con l’artista romano per la prima volta dopo l’incisione in studio del brano. L’intera esecuzione è racchiusa nel triangolo sonoro tra il pianoforte di Venditti, i fraseggi del Maestro argentino e la batteria poderosa di Derek Wilson. Dopo quasi tre lustri il suono dell’ottone di Barbieri è ancora immutato, brillante e caldo allo stesso tempo. La sua tecnica è più che mai intrisa di unicità, di inafferrabile anarchismo stilistico, apparentemente priva di regole. “El Gato” ricuce gli strappi del testo e riempie con mille note quei pochi vuoti d’aria, ampi e regolari, lasciati liberi da Derek Wilson. Ogni colpo di rullante del batterista scozzese è una manata in pieno petto e traccia una linea regolare, come quella di un cuore calmo, o forse malinconico.
Quello di Modena è infatti un testo nostalgico che guarda a un passato ancora tutto da spiegare e che non apre a una nuova speranza. Le parole di Venditti ricordano la Festa dell’Unità di Modena del 1977, in cui il cantautore si era esibito, calato in un clima di tensione e di forte critica interna al Partito Comunista, una comunità al bivio al pari dell’intera società del tempo. Il segretario del partito Enrico Berlinguer aveva chiuso i lavori con un comizio davanti a mezzo milione di simpatizzanti. Per l’occasione la Festa si era spostata dalla tradizionale Piazza d’Armi agli spazi immensi dell’ex autodromo (oggi Parco Ferrari). Tra gli ospiti musicali anche Carlos Santana e gli Inti Illimani. Sono quelli giorni difficili, sia per l’Italia che per gli equilibri internazionali. Sul fronte interno, il giorno seguente la chiusura della Festa, il quotidiano l’Unità titola: “Siamo a un passaggio decisivo per l’avvento delle forze popolari alla direzione del Paese”. Mi colpisce ancora oggi quella parola, il termine “direzione”, distillato perfetto di quel dirigismo della macchina politica comunista, tanto caro alla nomenklatura e che, in un momento di grande contestazione e di insistente richiesta di nuovi spazi, risultava oltremodo opprimente, soffocante, sottraendo ossigeno prezioso alla fiamma della spinta progressista. Il popolo di sinistra avrebbe sicuramente preferito un’altra parola, magari “guida”; avrebbe così potuto riconoscere quella dignità propria del ruolo naturale di un partito e gli avrebbe concesso maggiore fiducia.
In quei giorni il PCI, baluardo dell’eurocomunismo, è schiacciato tra le critiche russe e quelle americane. Le elezioni di giugno anno decretato l’egemonia comunista e democristiana, in proporzioni e porzioni tali da rendere inevitabile l’apertura a una collaborazione di governo con il “mediterranista Aldo Moro. Più di ogni colloquio o stretta di mano tra i due segretari, vale a rendere l’idea la lettera di Berlinguer indirizzata al vescovo di Ivrea nel mese di ottobre di quello stesso anno; il segretario esprime la volontà del PCI di “costruire e di far vivere qui in Italia un partito laico e democratico, come tale non teista, non ateista, non antiteista, ma di volere anche, per diretta conseguenza, uno Stato laico e democratico, anch’esso dunque non teista, non ateista, non antiteista”. La prospettiva di dialogo e di “compromesso” è in larga misura osteggiata. Dove non arriverà il dissenso generato dal dibattito civile e politico provvederanno i rapimenti e gli attentati. La coltre grigia che sta per ammantare la vita del Paese è percepibile anche dal palco dei concerti serali. Manca l’emotività, prevale il disagio.
Sono quelli gli anni in cui l’ideologia si siede ancora a tavola, la domenica, insieme a tutta la famiglia, e ha la stessa dignità del pane, e si alimenta di sana passione e di sacrosanta diversità. Davanti a scuola ci si azzuffa, all’università volano mazze e catene, davanti alle fabbriche si scontrano i padri, in tuta o in divisa. La piazza, con il suo “strano rumore”, è ancora l’agorà in cui portare un contributo, dove far valere le proprie ragioni, dove conciliare le istanze. Sono gli anni in cui l’impegno politico rappresenta ancora un valore e l’antipolitica stracciona sfoggiata dai laureati della strada non sfiora l’immaginazione di nessuno. Quei giorni di settembre 1977 rappresentano un momento di rottura, anche per Venditti; segnano l’abbandono doloroso di un’utopia e di una stagione giovanile in luogo del pragmatismo dell’età adulta. Resta l’illusione, il “bicchiere vuoto nella mano”, restano i “sorrisi tristi” e la sensazione di aver sbagliato, l’apprensione per il futuro e per una “nuova paura”, il desiderio impellente di “uscire, di andare via”. La chiusura del brano ne certifica l’assoluta bellezza: il pianoforte si tacita, la batteria consuma gli ultimi colpi e le note del Gato sfumano verso la notte, verso casa, soffiate piano, come “un dubbio, un dubbio che rimane”.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Questo slideshow richiede JavaScript.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: