Anton Pavlovič Čechov: “Malinconia” (1886) – di Maurizio Fierro

Anton Pavlovič Čechov aveva all’incirca venticinque anni quando scrisse il racconto breve “Malinconia”. Si era da poco laureato in medicina e la collaborazione con alcune riviste pubblicate a Mosca e a San Pietroburgo gli aveva procurato una discreta fama, permettendo a lui e alla sua famiglia di uscire dallo stato di indigenza patito nell’infanzia trascorsa in una piccola cittadina sul mare di Azov, Taganrog, e nei primi anni di soggiorno a Mosca dove il padre, un bottegaio, era fuggito inseguito dai debiti portando con sé moglie e sei figli. Apparso su la “Peterburgskaja Gazeta” il 27 gennaio 1886, “Malinconia” si allontana dai tratti umoristici tipici delle opere giovanili di Čechov, privilegiando quel senso di straniamento e di resa alla realtà nei quali si riconoscono in nuce le tematiche care allo scrittore maturo della produzione letteraria successiva. È l’ordinario della quotidianità il terreno privilegiato dei racconti, una quotidianità tanto vicina al lettore comune quanto vicini gli sono i personaggi che vedono scorrere la propria vita scegliendo come centro il confine dell’esistenza, una marginalità che è quella del popolo minuto della città e della campagna, che vive un clima di riflusso dopo l’assassinio dello zar Alessandro II e la risposta reazionaria di Alessandro III, una realtà che dista anni luce dall’élite salottiera di corte e dei circoli culturali. Ed è così anche per Iòna Potàpov, il protagonista di “Malinconia”, un miserabile che ha perso il figlio e che non riesce a trovare chi può prestare ascolto alla sua triste vicenda. È un vetturino, Iòna, un uomo che, come altri personaggi dei racconti di colui che sarà definito “il Maupassant russo”, trascorre un’esistenza stretta fra il dolore e la sventura. Sono i miseri accadimenti che capitano a falegnami, fabbri, guardiani, pastori… frammenti di vite che il tempo lascia per terra e non raccoglie. “A chi dirò la mia tristezza?”, invoca Iòna Potàpov. Parla senza essere ascoltato, il vetturino, ed è una sorta di grido muto il suo, l’invocazione di un uomo “rannicchiato su se stesso quanto può rannicchiarsi un corpo vivente”, proprio come il cane ossuto raggomitolato che compare nel dipinto di Albrecht Dürer del 1514 “Melancholia”. Ce lo possiamo immaginare, Iòna, ancorato a un’irriducibile solitudine, la disperazione solitaria priva di orizzonti, la sospensione di ogni emozione… e possiamo immaginare ciò che maggiormente testimonia questo stimmung: il volto scavato e quasi corroso dal dolore, le increspature dell’anima riflesse in uno sguardo che dietro l’apparente immobilità nasconde una supplica, come il volto di donna ritratto da Daniele Ranzoni in “Giovinetta in bianco” (1885), con quegli “occhi perduti in lontananze irraggiungibili”, come ha scritto lo psichiatra Enrico Morselli. “A chi dirò la mia tristezza?” Fra gli ospiti della sua carrozza, Jòna Potàpov non trova interlocutori a cui riferire della recente scomparsa del figlio: tutti troppo distratti, o indaffarati, e sembra quasi di scorgere le persone egocentrate di oggi, con la loro beautiful sadness da social, in attesa di un like, che è poi l’attesa di uno sguardo, l’attesa di una parola che plachi lo sgomento di un vetturino che pare avvolto da un sentimento di non appartenenza al reale. Saturno è il dio della malinconia, la divinità della cultura occidentale antica e moderna, la “Dama Malinconia”, che col suo mantello oscuro avvolge un’umanità dolente obnubilando menti e ibernando cuori; è il prevalere della bile nera (uno dei quattro umori descritti da Ippocrate nel trattato “Sulla natura dell’uomo”), che alligna nei corpi e colonizza gli altri umori, disegnando una sorta di cartografia interiore fatta di percorsi tortuosi e labirintici, perché quando la tristezza scende nella nostra anima, “cambia l’immagine del mondo e cambiano gli scenari della nostra psiche” (Eugenio Borgna, “Arcipelago delle emozioni”). “A chi dirò la mia tristezza?” È un appello, quello di Jòna Potàpov, una richiesta di ascolto che invoca una relazione, proprio come scrive Georgi Gospodinov nel suo “La Fisica della malinconia”: “occorre ascoltare le malinconie degli altri e ascoltare le nostre”. Soprattutto le nostre, attraverso il racconto, il nostro racconto, per far sì che dalle parole possa fuoriuscire quel veleno che ammorba lo spirito. Perché poi, che importa se ad ascoltare c’è solo un cavalluccio stanco e affamato? “A chi dirò la mia tristezza?”.
“Proprio così, cavalluccio mio…Kuzmà Iònyc non c’è più…Ha dato addio a questo mondo…Ha preso e, di colpo, è morto… Ora, per fare un esempio, mettiamo che tu avessi un puledrino, e tu, a questo puledrino, gli fossi padre carnale… Tutt’a un tratto, per fare un esempio, questo puledrino in persona, buona notte, desse addio a questo mondo… Ti sarebbe amara, no? Il cavalluccio mastica, ascolta, e fiata sulle mani del padrone. Iòna non sa più frenarsi, e gli racconta tutto quanto…”

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