“Antimonio” (2019): intervista con Flavia Cidonio – di Gabriele Peritore

Nel luglio dello scorso anno è uscito per le edizioni Gattomerlino, “Antimonio”, il libro di poesie di Flavia Cidonio. Una raccolta in cui l’autrice si presenta al mondo con il suo bagaglio di parole che piovono come trasognate dall’emisfero della casualità ma si materializzano con meticolosa precisione nella realtà a scolpire sensibilmente i vari stati d’animo interiori. Un gran modo per presentarsi al mondo che mostra tutta la sua eleganza e incisività stilistica. In uno splendido pomeriggio romano post lockdown ho avuto la possibilità di fare una chiacchierata con Flavia.
Mi ha colpito immediatamente il titolo del tuo libro: Antimonio”. Richiama ad un preciso elemento alchemico. Ci puoi dire se ci sono dei riferimenti o se è soltanto una suggestione?
In alchimia l’antimonio rappresenta la natura più ferina dell’uomo, l’istinto. Si dice fosse usato come antidoto contro l’avvelenamento, sebbene in realtà sia notevolmente tossico. Con questa raccolta di poesie ho provato a interrogarmi sulla forma di questa radice, così oscura e contraddittoria. Così vitale. Il riferimento quindi è legato esclusivamente al nome, sebbene l’alchimia (da assoluta profana) mi interessi molto”.

Dalla lettura della silloge il tuo interrogarti su questa natura oscura e contraddittoria emerge attraverso una naturale intima musicalità. Quali sono i passaggi, le emozioni, le riflessioni fondamentali che hanno portato alla stesura?
Mi è difficile ricostruire un percorso, ma diciamo che l’idea essenziale è il rifiuto dell’assertività. La natura di “Antimonio” è antivitalistica, in chiave sorniona. Non amo la certezza, mi appassiona l’equilibrio del dubbio. Non desiderare punti di riferimento o approdi per diverso tempo mi ha fatta sentire sola, più di ogni altra cosa. Probabilmente l’adesione al paradosso, la figura retorica che prediligo e uso abbastanza spesso, arriva da qui. Ci sono molte piccole storie che non combaciano in queste poesie, pezzi che non ho bisogno di ricondurre all’interezza”.

L’adesione al paradosso probabilmente ti ha permesso di eliminare delle maschere, che in questo tempo di mascherine non è poco… O ne hai indossate altre?
In questo libro la maschera corrisponde al volto: non ce n’è neppure una, eppure ce ne sono molte in ogni verso”.

Interessante risposta che però sembra indicare una sorta di distanza. In questo momento ti senti pienamente rappresentata dai contenuti riportati nel tuo libro?
Direi di no o almeno non del tutto. In verità ho cominciato a percepire la distanza già una volta terminata la stesura, ancora prima di capire se avrebbe visto luce o no. E credo sia un bene, perché questo passaggio ti offre l’occasione di riflettere su come desideri proseguire, se desideri farlo e per quale ragione. Anche le impressioni restituite da chi lo ha letto chiaramente hanno contribuito a questo senso di estraneità piacevole”.

Il tuo ascoltare il silenzio della musica interiore come si pone nei confronti del frastuono mediatico?
Penso che il frastuono mi sia necessario, altrimenti non potrei apprezzare così tanto il rifugio che offre il vuoto, che amo mantenere tale senza l’ansia di una decodifica. In virtù di questo penso che la confusione favorisca spesso processi interiori interessanti. Di mio tendo emotivamente al caos, entrare in contatto con ciò che è simile mi porta a osservare con più cura le sue componenti essenziali”.

Il caos mi fa pensare nuovamente ad “Antimonio”. Tutto torna. Quanto conta la poesia oggi e soprattutto la parola nell’epoca del caos telematico?
Potenzialmente moltissimo, proprio nel momento in cui la parola scritta mi sembra sia lo strumento principale. Direi che l’ostacolo è il tempo di reattività, la produttività. L’efficienza a ogni costo. Errare maggiormente in questo senso può essere utile, anche attraverso il linguaggio. Quindi concedersi di sbagliare, di rivedere e formulare nuovamente con tempi che ci corrispondano. Così come esplorare territori nuovi e non suggeriti dall’assonanza con quanto abbiamo già ascoltato”.

Si può dire che tu sia nata in un’epoca tecnologicamente avanzata in cui la parola è legata alle comunicazioni tecnologiche e alla virtualità. Ci può essere ancora emozione materiale, sensoriale, nel comunicare attraverso la parola?
Non credo di avere risposte nette, ma solo considerazioni. Cambiano i supporti, la modalità e i tempi della comunicazione, eppure la sostanza mi sembri resti la stessa. Nei suoi limiti e nelle sue potenzialità abbiamo modo di esplorare quotidianamente un confine mutevole, che forse esiste solo nella nostra immaginazione. La tecnologia spesso è un ponte che senza dubbio può aggirare molti ostacoli che il mondo reale offre (ostacoli a cui peraltro non necessariamente credo sia un male arrendersi), ma non per questo mi sembra ci renda immuni alla crudeltà. O alla permeabilità di provare e trasmettere sensazioni, anche attraverso strumenti così asettici. Un discorso a parte credo si possa fare in merito al desiderio: in un mondo dove tutto sembra apparentemente a disposizione credo che una fame autentica sia preziosa”.

A proposito di fame, parliamo di emozioni: ti ricordi la tua prima emozione legata alla scrittura?
Ho molti ricordi di questo tipo, anche se non saprei dire quale sia stata la prima emozione legata alla scrittura. Se dovessi raccontare un momento in particolare mi viene in mente quando ho scritto Mattino, la poesia che si trova sulla copertina di “Antimonio”. Rileggendola di getto ho avuto la sensazione che ogni lettera corrispondesse a quel che ero, nella sua contenutezza. Come leggersi in uno specchio. È stato molto bello”.

Corrispondeva alla stesura interiore. Come hai vissuto il passaggio da stesura ideale alla forma cartacea?
Credo non sia mai esistita una stesura ideale di “Antimonio” dal momento che non si è mai trattato di un progetto. Scriverlo è stato necessario, entusiasmante e per certi versi quasi divertente. Ma allo stesso tempo per ogni nuova poesia rivedevo tutto quel che avevo scritto in precedenza. Molte hanno mutato completamente forma, altre che mi piacevano moltissimo non hanno più avuto un senso alla luce dei nuovi versi. Quindi probabilmente non mi sono resa neppure conto di quanto abbia corretto e modificato dal momento che è accaduto un po’ alla volta”.

Senti che nel tuo modo di scrivere ci siano le influenze del tuo percorso formativo?
Ho studiato drammaturgia per due anni in un corso professionale, lettere all’Università, sceneggiatura e negli ultimi due anni redazione editoriale. La mia è una formazione un po’ eterogenea ma direi che ognuno di questi passi mi ha portata a ragionare molto sulla scrittura, mia e altrui. Certamente ho attinto moltissimo dalle letture suggerite anche grazie a questi studi”.

Quali sono queste letture? Ci sono autori o autrici che per te sono fondamentali?
Moltissimi, negli ultimi anni quasi principalmente donne. Antonia Pozzi, Paul Celan, Cristina Campo, Audre Lorde, Patrizia Cavalli, Octavio Paz, Wisława Szymborska, Jorge Luis Borges, Anne Sexton, Chandra Livia Candiani, Emily Dickinson. Dovessi nominarne una fra tutte direi Sylvia Plath. Ma sono sempre in cerca di nuove voci da amare”.

Hai in programma delle presentazioni per la promozione del libro?
Lo spero, non appena sarà possibile mi piacerebbe. Al momento ho presentato “Antimonio” in tre occasioni, due a Roma e una a Firenze. Sono di natura piuttosto schiva e me la cavo decisamente meglio a leggere testi altrui rispetto ai miei, ma parlare di poesia mi fa sempre piacere”.

Un’ultima domanda prima di salutarci. Hai già in mente altri progetti?
Vorrei portare in scena un testo teatrale che ho terminato poco prima che cominciasse la quarantena. Anche in questo caso temo che ci sarà da attendere. Sto scrivendo altre poesie, credo di non aver mai smesso. Ogni tanto racconti”.

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