Antimatter: “Lights out” (2003) – di La Firma Cangiante

Quella che ci introduce al secondo lavoro della band britannica degli Antimatter è una sirena d’allarme, un suono che riporta alla mente gli allarmi preposti alle evacuazioni, i segnali d’annuncio di un attacco aereo imminente, tutte cose poco serene e rassicuranti, così come non lo sono le otto tracce contenute nell’album Lights out” Luci spente – titolo rappresentativo di una perdita di fiducia e di speranza senza possibilità di recupero. Il progetto Antimatter nasce nel 1998 dall’incontro del musicista Mick Moss con l’ex membro degli Anathema Duncan Patterson, entrambi compositori capaci di attingere a fonti d’ispirazione comuni nonostante la loro abitudine nel creare pezzi in maniera del tutto individuale e non collaborativa, pezzi che trovano poi, quasi incredibilmente, un amalgama perfetto all’interno di album dalla cifra stilistica assolutamente coerente. La via delle composizioni separate viene percorsa dal duo per l’assemblaggio del loro album d’esordio Saviour” (2001) e riproposta l’anno successivo per questo Lights out”. L’album si apre con l’inquieta sirena già citata, il suono si scioglie progressivamente in un ingresso evocativo di tastiere ed elettronica minimale, la voce di Hayley Windsor ci introduce alle atmosfere pessimistiche delle liriche, contrastata in maniera perfetta dalle splendide chitarre acustiche di Patterson e Moss, di quando in quando il bip di uno strumento per controllare il battito cardiaco scandisce una tensione palpabile, fredda e rassegnata ad una visione nera dell’animo umano, puntuali raddoppi vocali e un verso significativo (Lights out and you hit the ground”) chiudono la titletrack. Con Everything you know is wrong arriva il primo gioiello dell’album, giocato tra l’incedere di un piano oscuro, accenni di trip hop e voci misurate volte ad esprimere tutto il disincanto e la perdita di riferimenti che Moss, autore del brano, sintetizza in maniera ficcante nelle poche parole del titolo del pezzo che si concede anche una bella coda space rock. È ancora la voce della Windsor a illuminare l’oscura elettronica di The art of a soft landing. Questo terzo pezzo conferma come l’ascolto al buio, in cuffia, sia quello migliore per apprezzare al meglio i raddoppi delle voci, le atmosfere oscure, i passaggi più tesi e corposi, così come quelli più delicati, di un album dal potenziale enorme; in questo brano brevi squarci industrial e passaggi che richiamano anche i Tool dello strambo (e sicuramente più ironico) Message to H.M. Expire” richiama i suoni dei Massive Attack, una discesa nel disagio, forse nella follia verso una terribile soluzione finale: I’ve a solution, final solution. I passaggi da un brano all’altro sono calibrati alla perfezione lungo la creazione di un mosaico di pezzi dalle sfumature diverse ma con incastri a orologeria che uno dopo l’altro funzionano senza intoppi con precisione svizzera. L’uso sapiente dei tappeti elettronici e delle belle linee melodiche, le improvvise accelerate, gli ottimi inserti di basso (vedi In stone)  che contribuiscono a comporre un album di sicuro interesse, vengono compromesse soltanto, se proprio vogliamo trovare un difetto a questo Lights out”, dall’assenza di luce nei toni e nei testi dei brani, composizioni di un pessimismo che potenzialmente potrebbe rivelarsi duro da digerire per diversi ascoltatori. Reality Clash segue i binari tracciati da diversi brani precedenti, presenta brevi passaggi di chitarra di forte impatto e sfocia ancora una volta in un misto di elettronica e trip hop. Con Dream, vera perla dell’album, si apprezza al meglio la seconda voce femminile presente nell’album, quella di Michelle Richfield, fugacemente apparsa in Expire e In Stone, brano questo forse più canonico ma di grandissima bellezza. In chiusura la strumentale Terminal, pezzo che nasce delicato per andarsi via via a scomporre in passaggi più cupi e angoscianti, per chiudersi ancora sul suono di un battito cardiaco filtrato da una fredda macchina. Come sta a dimostrare la copertina del disco, la luce è flebile ed è lontana, persa in un mare d’oscurità, starà a noi trovarla in mezzo alla bellezza dei suoni oscuri di Moss e Patterson, poi ci sono momenti in cui crogiolarsi in stati d’animo meno solari e sorridenti non si rivela per forza una brutta cosa. Allora, Antimatter, Lights out… spegnete le luci.

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