Anti-Flag: “Live Vol. 1” (2017) – di Rosanna Cornaglia

Molto spesso il punk è la base musicale che supporta le denunce e le proteste. Non fa eccezione il gruppo degli Anti-flag, fondato nel 1988 a Pittsburgh, Pennsylvania. Sono diventati famosi per l’attivismo e l’impegno per cause ambientali e animaliste. Supportano organizzazioni impegnate in campo politico o ecologico tipo Democracy Now!, Amnesty International e Greenpeace. Un loro brano molto celebre dal testo antimperialista (Die for your gevernment) è stato cantato dalla massa di manifestanti oppositori al conflitto in Iraq. In quell’agosto 2010 erano riusciti a bloccare sulla strada lo spostamento di truppe. In un documentario sulle nuove strutture musicali che fanno da supporto a vari generi di protesta in America (Sound like a revolution), gli Anti-flag hanno avuto il loro spazio. Quasi scontato quindi che questa nuova uscita live sia più un’opera di denuncia piuttosto che un’opera musicale. Per chi non ha la possibilità di capire i testi il tutto diventa piuttosto ostico, al limite dell’inascoltabile. Musicalmente parlando i brani sono abbastanza sovrapponibili. Rock’n roll punkizzato, velocizzandolo fino agli estremi. Quindi ci troviamo di fronte a un muro di suono. Il cantato è urlato e banale. I musicisti pestano a più non posso sugli strumenti, senza soluzioni degne di nota. Dopo due o tre tracce l’orecchio diventa assuefatto e senza alcunché di innovativo il tutto risulta noioso. Una canzone un po’ diversa è la numero sei (Fuck the flag): per quasi tutto il tempo il cantante è lascito solo, salvo alla fine, quando ricompare il già citato muro di suono.

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5 pensieri riguardo “Anti-Flag: “Live Vol. 1” (2017) – di Rosanna Cornaglia

    • Aprile 24, 2017 in 8:37 am
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      Sì, il paragone ci può stare. Il grande messaggio del punk è questo: tutti, ma proprio tutti, possono diventare artisti e protagonisti. Per questo nascevano concerti un po’ in tutti i luoghi. In mezzo a personaggi dotati, ve ne erano di assolutamente non dotati, ma dato che era la generazione dei “born to lose”, non avevano nulla da perdere, quindi era giusto prendersi spazi di vita, invece di bighellonare tra i pubs. I media, si sa, per sconfiggere un movimento che fa? Semplice: lo mercifica. E le creste colorate, le borchie, i tatuaggi … sono semplicemente una moda. In genere sono figli di papà, che spendono un sacco di soldi per mettersi l’ennesima divisa, credendo di essere alternativi. Il vero punk è un ragazzo che sa che, già dal giorno in cui è nato, è un individuo inculato. Genitori separati, alcolizzati, padri violenti, costretti a vivere col sussidio di disoccupazione, appartamenti di quartieri squallidi e sporchi in periferie degradate. Tieni conto che vivere in un appartamento è il massimo della bassezza, perché gli inglesi, poco poco che abbiano due lire, vivono in villette a schiera. Non esistono possibilità concrete di una cultura che si possa dire tale. Pensa che le discriminazioni sociali partono già dalla lingua. Ogni classe sociale ha le proprie frasi idiomatiche e il proprio modo di esprimersi. Veramente! Talvolta gli individui di classi sociali diverse non si capiscono (oggi il divario si è ridotto, ma è così). Quindi brutti, sporchi e cattivi. Certo la società li ha creati così, ed ora vengono fuori, come protagonisti, perché i perbenisti non facciano finta di nulla, anche questi sono loro figli, figlia dalla faccia sporca. Ci sono pezzi punk molto belli e difficili da eseguire. Prendiamo i Sex Pistol: Sid, sappiamo, non sapeva suonare il basso (due o tre accordi, agli inizi neppure quelli, imparati a fatica; prima era uno del pubblico), ma il chitarrista è tutt’altra pasta, prova a riascoltare). Il discorso musicale è molto complicato. In certi gruppi prevale il messaggio e il testo sullo spartito. Ma ben venga. Tutto va bene, in fondo. Quello che conta è il gusto dell’ascoltatore, che è l’unico vero giudice.

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  • Aprile 24, 2017 in 3:22 pm
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    Si, il discorso va contestualizzato nel periodo: Inghilterra, i Crass riuscirono a creare un collettivo e usarono il punk per trasmettere il “messaggio” poi il tempo passò ma molto di quel messaggio è valido. Ben vengano gruppi come gli Anti-Flag…

    Lo stile punk? Certo che è usato dalla moda, ci sta molte persone sono divenuti stilisti o gli stilisti hanno guardato a quell’estetica “diy” fai da te, rielaborando e hanno creato una moda …
    alla fine è importante la “testa” per scegliere.

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      • Aprile 25, 2017 in 3:43 pm
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        Buon 25 aprile anche a te. Dato che scriviamo il giorno della liberazione, dico che una forma di libertà e’ proprio quella che dici tu: usare sempre la testa. Ben vengano gli Anti-flag, sicuro! Anche perché sono americani e chiamarsi in questo modo è una cosa molto seria. Il patriottismo è un sentimento forte da quelle parti. La bandiera è esposta sulla facciata dell’abitazione. Il vilipendio alla bandiera e’ un reato grave. Insomma chiamarsi in quella maniera e’ dimostrare di dissociarsi in modo profondo da tutta una mentalità, una cultura, uno stile di vita, una serie di certezze e ambizioni. Insomma è tirarsele addosso da parte dei benpensanti e dai più tradizionalisti fra i patrioti U.S.A.

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