Ant Trip Ceremony: “24 Hours” (1968) – di La Firma Cangiante

Gli Ant Trip Ceremony furono una rock band dedita alla creazione di musica psichedelica, nata in uno dei periodi più promettenti per il genere. Siamo nel 1967 e il gruppo nasce e muore nell’arco di un paio d’anni, legando indissolubilmente la sua breve vita all’esperienza al college di uno dei suoi fondatori, tal Steve Detray. La Band come già detto durerà ben poco e non lascerà segni significativi nella storia della musica e nemmeno in quella più ristretta legata alla sola psichedelia. Unica testimonianza rimasta del loro passaggio è proprio questo primo e ultimo album dal titolo “24 hours” del 1968, un titolo quasi profetico che in maniera beffarda sembra preannunciare la vita così effimera della Band; e sì che la leggenda vorrebbe l’album prodotto addirittura da David Crosby, cosa non vera perché la voce nasce da un semplice caso di omonimia. La poca fortuna dei Ant Trip Ceremony, che si scioglie senza tragedie in maniera del tutto naturale con l’esaurirsi dell’esperienza studentesca di Detray, viene compensata dal successo delle loro esibizioni live a cavallo tra il 1967 e il 1968, periodo in cui i loro show erano molto apprezzati per la capacità del gruppo di proporre celebri cover dilatandole a dismisura e dando un sapore fortemente psichedelico a brani nati più classicamente rock o blues. Purtroppo ben poco di questa loro attitudine traspare dalle tracce dell’album:
il brano più esteso supera di poco i sette minuti (lo strumentale Elaborations) e anche le cover presentate non sfociano in improvvisazioni e rielaborazioni che avrebbero potuto rispecchiare la forza delle loro esibizioni. L’album, tuttavia, risulta molto piacevole, sebbene nel complesso risulti forse un po’ troppo uniforme. Però “24 hours” ha il sapore giusto, quello necessario a trasportarti indietro nel tempo, sensazione aiutata probabilmente dall’approccio strumentale della Band e da una produzione già all’epoca non delle più moderne. I suoni suadenti e strascicati si uniscono alla voce debosciata di Roger Goodman: un insieme capace di cullare l’ascoltatore che intravede viaggi mentali, portali aperti su tunnel di luci e oscurità, ponti mentali verso luoghi piacevoli e avvolgenti, sensazioni di calore fomentate all’epoca sicuramente da sostanze psicotrope. A rendere più originale il suono contribuisce l’uso dell’armonica, mentre il mood prevalente è quello risaputo della psichedelia, che altri gruppi più noti hanno saputo interpretare al meglio. Le cover in scaletta, poi, vengono plasmate allo stile Ant Trip Ceremony, grazie alla voce vibrata del cantante e a un suono immediatamente identificabile. Tra pezzi lenti e qualche accelerata, l’album scorre lungo il suo percorso psych, nonostante non manchino gli imbastardimenti del rock di Jimi Hendrix, del blues di Willie Dixon o del funky soul di Allen Toussaint. Non è certo il disco che ha cambiato la psichedelia e nemmeno mai lo sarà, ma sicuramente è un ascolto interessante per chi apprezza il genere e un pezzo da collezione per i cultori. In origine, “24 hours” fu stampato in sole 300 copie, poi la Band svanì e buonanotte ai suonatori.

© RIPRODUZIONE RISERVATA  

ant-trip-ceremony-interno

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.