“Annie’s Playlist”: intervista con Anna Barbazza – di Capitan Delirio

“Confusion will be my epitaph/ As I crawl a cracked/ and broken path/ If we make it we can all/ sit back and laugh/ But I fear tomorrow I’ll be criyng / Yes, I fear tomorrow I’ll be crying/ Yes, I fear tomorrow I’ll be crying!/ Crying! Crying!” Questi sono versi di Epitaph, un brano dei King Crimson del 1969, che rivivono, dopo quasi cinquanta anni, nell’interpretazione intensa e passionale di Anna (Annie) Barbazza, che lo intona alla chitarra e ce lo regala con tutta se stessa… una voce giovane ma già matura, carica della sua magica ispirazione. In occasione dell’uscita di “Annie’s Playlist” (che anche Epitaph contiene) nell’Aprile di quest’anno, abbiamo avuto modo di incontrare Anna, in una pausa del suo tour, per farci raccontare qualcosa del suo ultimo lavoro.
Anna, dall’ascolto del disco emerge immediata la sensazione che si ha a che fare con un talento, il tuo, cristallino, profondo e coinvolgente, in qualsiasi strumento tu scelga di esibirti, con la voce ricca di sfumature, con la chitarra o con il pianoforte. Distribuisci le tue qualità in più di venti brani che reinterpreti tutti in maniera eccellente… ma le canzoni ricoprono un arco temporale enorme, dagli anni sessanta in poi… come nasce la scelta dei brani? C’è un filo conduttore che unisce il tutto?
Il filo conduttore è sicuramente l’amore. L’amore per la musica che trascende il fatto tecnico, uditivo, funzionale. Sebbene la mia carriera musicale stia prendendo una direzione un po’ diversa, quelle sono le mie origini. Sono i brani che mi hanno fatto vivere e amare la musica. La storia di “Annie’s Playlist” nasce da anni di lavoro con Greg Lake, che mi ha consigliato di eseguire e inoltre registrare cover per imparare a rapportarmi con la musica dei più grandi e perfezionare il mio inglese. E’ stato un lavoro, e lo è tutt’ora, di devozione, una lezione di umiltà e una scuola impagabile. Assieme ai miei produttori, Greg Lake e Max Marchini, abbiamo scelto un repertorio e mi hanno spinta a suonare ovunque potessi per avere dimestichezza con il palco, è il mio “compito a casa”.
Tu sei molto giovane, come ti rapporti con tutta questa musica leggendaria composta prima che tu nascessi?
La musica di qualità, come la letteratura, il cinema insomma l’arte in generale credo non abbia davvero tempo. Come scriveva Ortega Y Gasset nel celebre saggio “Musicalia”, vi sono musiche, idee, posture condannate ad una sempreverde attualità e, spesso, impopolarità. Ho avuto la fortuna di conoscere e diventare amica di alcuni dei musicisti che ho amato di più e conoscere questi uomini straordinari mi ha aiutato a capirne ancora di più la semantica, spesso vertiginosa. Oltre a Greg Lake che mi ha quasi “adottata” negli ultimi anni e con il quale ho avuto l’indimenticabile onore di condividere il palco da giovanissima, ti parlo di Keith e Julie Tippett, Lino Capra Vaccina da cui ho imparato ad ascoltare il silenzio. Ho avuto l’onore di esibirmi con gli Area nel loro ultimo concerto, collaborare e diventare amica di Paolo Tofani, suonare con Paul Roland nella sua band, conversare per ore con Peter Hammill, Dave Cousins e Daniel Lanois, suonare e stringere una bellissima amicizia con John Greaves. Poi ho recentemente condiviso il palco con Eugenio Finardi che è un grande e una grande persona. Insomma: walk with the wise and become wise!
Nella tua lista personale si passa dai King Crimson ai Beatles, Dai Genesis a David Bowie… c’è un artista a cui ti senti particolarmente legata?
Certamente Greg Lake. Credo che il suo immenso talento come produttore, musicista e vocalist sia stato sottovalutato. E’ stato un amico sincero e profondo per me e gli devo tanto, ma la mia stima verso la sua arte è il più possibile oggettiva.
Mi sembra che ci sia un’attenzione particolare verso il Rock progressivo anglosassone, genere nato in anni di sperimentazioni su più livelli… pensi che si possa fare un parallelo con questo nostro periodo storico?
Temo di no. Il progressive, che della musica rock rappresenta la parte più nobile, è figlio di un fortunato periodo storico nel quale il pubblico e le case discografiche premiavano la specificità, la peculiarità della ricerca musicale, le differenze: se tu ascolti un album degli Henry Cow, o dei Gong, o dei Genesis, potevi conoscere immediatamente che erano loro… così Jethro Tull, Yes e gli stessi EL&P. Oggi temo si tenda all’omologazione, e purtroppo non solo in ambito musicale. Ovviamente vi sono esperienze assai creative, ma sono relegate ad autoproduzioni in poche copie perché il mercato – e forse mi allargherei anche un pochino – ha perso interesse nella cultura, nelle arti e nella poesia… e questo è un male, un male profondo.
Dal tuo approccio intimista sembra che si possa tranquillamente fare a meno delle sperimentazioni, e forse è il modo migliore per fare emergere le tue qualità; ci sono altre motivazioni che ti hanno portato a scegliere questa soluzione minimale o è soltanto un passaggio momentaneo, visto che ami band che hanno eletto la sperimentazione come stile proprio? Hai in programma di produrre qualcosa di tuo?
Guai fare a meno delle sperimentazioni! Noi abbiamo bisogno di nuove semantiche e di ricerche linguistiche, credo (spero) che questo bisogno non morirà mai finché esisterà l’umanità. Ti dicevo che “Annie’s Playlist” è il mio “compito a casa”, un modo per divertirci assieme ascoltando le più belle canzoni che ho conosciuto. Da un paio di anni sto lavorando al mio vero album solo che uscirà per l’etichetta della quale sono socia, la Dark Companion. Si tratta di mie composizioni e credo di poterlo etichettare come un album di ricerca. Ho avuto la fortuna di avere tanti amici che mi hanno dato una mano a realizzare i miei sogni, a cominciare da Max Marchini a Alberto Callegari, l’ingegnere del suono che ha stregato tutti i grandi musicisti con la qualità incredibile del suo suono. Inoltre Tofani, Capra Vaccina e Michael Tanner, ma non voglio dire di più. In quell’album c’è il mio lato diciamo ehm… meno cantautorale che spero piacerà altrettanto e tramite il quale ho potuto esprimere la mia voce interiore come l’istinto mi portava a fare.
Cosa ti aspetti da “Annie’s Playlist”, visto che ti presenti anche come discografica, oltre che come musicista? Ci vuoi parlare del progetto Dark Companion?
Appunto l’idea di Dark Companion nasce proprio per produrre musica nuova indipendente. Abbiamo iniziato con un disco meraviglioso di Keith Tippett: un piano solo notturno e liquido; poi Lino Capra Vaccina, John Greaves, Paolo Tofani, Paul Roland e abbiamo tanto altro che bolle in pentola tra cui, appunto, il mio primo vero album. Anche qui è stato Greg Lake a spingere il suo amico del cuore, Max, a realizzare un suo antico sogno e farlo diventare realtà: produrre musica di bellezza assoluta, a dispetto di generi diversi. Il nome nasce sì dalla canzone dei Tuxedomoon, ma anche quale “compagno oscuro” della Manticore Records, la famosa etichetta che produsse EL&P, Banco e PFM e che Lake ha voluto che Max riportasse in vita. A breve infatti uscirà l’ultimo album di Greg registrato a Piacenza dal vivo, con una rara apparizione di ben tre ospiti tra i quali Aldo Tagliapietra, la voce storica delle Orme di cui Lake aveva grande stima sia umana che musicale, Bernardo Lanzetti e, terrorizzata, me. Sempre per Manticore uscirà un mio album in duo con il pianista Max Repetti, prodotto da Lake, dove ripercorriamo un suo songbook ideale. Ogni volta che lo ascolto mi commuovo al pensiero che avrei dovuto cantarlo con Greg, ma la sua malattia glielo ha impedito, consegnando nelle mie mani una così enorme responsabilità.
Grazie Anna per averci concesso un briciolo del tuo preziosissimo tempo (aggiungo ben speso) e a risentirci per il prossimo lavoro.
Grazie a te Gabriele e allo staff di Magazzini Inesistenti. Alla prossima!

© RIPRODUZIONE RISERVATA – Photos by Franz Soprani © Manticore Records Dark Companion

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