Anna Domino: “East and West” (1984) e un’intervista – di Natale Biondo

È il suono del crepuscolo, delle stagioni, sublime eleganza e luce soprannaturale, qualcosa da cui non vorremmo mai svegliarci. Anna Domino evoca in modo superlativo il gusto dolce-amaro dell’esilio. Le sue liriche sono struggenti poesie metropolitane pervase da armonie malinconiche ed eteree; musica priva di confini temporali la sua, dal fascino discreto ed ammaliante. E’ il 1984 quando la cult label indipendente belga Les Disques du Crepuscule pubblica il primo mini-album della cosmopolita songwriter: “East and West” è un gioiello di superba perfezione stilistica ed eleganza espressiva. Le cinque tracce dell’incisione suonano come delle nenie agrodolci intrise di malinconia notturna: tra esse la tenue cover di Land of My Dreams di Aretha Franklin. Il disco emana un’atmosfera di perdita, desiderio e distacco, con la sensuale voce di Anna Domino in primo piano che incanta con la sua delicatezza. Tra i musicisti ospiti Virginia Astley e Blaine L. Reininger (Tuxedomoon). A titolo di nota, Ben Watt pensò di remixare in un singolo Land of My Dreams ma il progetto non vide mai la luce. L’edizione originale di “East and West” (quella su su vinile) contiene cinque brani, ma esiste una ristampa su cd, edita da Les Tempes Moderne, che in più racchiude la registrazione di una live performance di Anna Domino tenuta in Giappone: qualità tecnica eccellente per momenti di rara magia espressiva. Anna Domino, Anna Taylor all’anagrafe, nasce a Tokyo, trascorre la sua adolescenza tra Arbor, Firenze e Ottawa per poi stabilirsi a New York City nel 1977. Nel 1983 ha inizio il suo rapporto non certo idilliaco con l’etichetta Les Disques du Crepuscule ed allo stesso tempo diventa sempre più assidua la frequentazione della scena musicale d’avanguardia europea che sempre più concretamente prende forma a Bruxelles nei primi anni 80. Qui di seguito una mia conversazione con Anna Domino di qualche anna fa.
Parlami della tua attività artistica recente…

“Bene, speriamo di pubblicare il nuovo Snakefarm entro la fine dell’anno, (2011) se possibile. Fino ad allora spero di rientrare in possesso del mio catalogo, così da poter fare uscire nuove canzoni sotto il nome di Anna Domino per l’anno prossimo”.
Come sei arrivata a Bruxelles, come era il rapporto con altri musicisti della scena belga di quel tempo e, specialmente, eri soddisfatta del lavoro de “Les Disques du Crepuscule”?.
“Venni in Europa a lavorare su invito di Michel Duval che gestiva Crepuscule Records con base a Bruxelles. Duval mi aveva incontrata a New York, in un club dove la mia amica Miranda (“Thick Pigeon” Miranda Dali – ci aveva presentati. Avevo lavorato per anni su canzoncine strane usando qualsiasi tipo di attrezzatura che potevo prendere a prestito o scroccare a qualcuno, ma non avevo una band, ero sola con i miei limiti. Inviai una nastro con del mio materiale a Duval e mesi dopo ricevetti una telefonata, Poi ricevetti un biglietto aereo e così mi ritrovai per caso nell’ufficio di Les Disques du Crepuscule, nella squallida zona Sud della Bruxelles dell’epoca. Mi misero subito all’opera in uno studio che era ancora una mezza rovina, Daylight, che aveva ancora ridicoli ma gravissimi problemi di schermatura elettrica. Cosicché, quando suonavo la chitarra o il basso, dovevo tenerli legati alla gamba per evitare ronzii. Lavoravo dopo le ore regolari, dalle dieci di sera all’alba, e Duval mi diede sei giorni per registrare un album. Mi mandava anche chiunque pensava mi potesse essere di aiuto. Ogni giorno si presentavano musicisti, aspiranti produttori, turisti che parlavano un inglese scorretto. Alcuni restavano, altri avevano solo qualche ora di tempo. Io scrivevo le parti per chiunque fosse disponibile, fiati, imitazioni di uccelli, percussioni… Virginia Astley venne a suonare il pianoforte, con mia grande gioia e Blaine Reininger suonò furiose parti di violino che amo ancora. Il produttore, Gilles Martin, sostituì il fonico originario quando se ne andò, e divenne un mio buon amico. Chiaramente impiegammo più dei sei giorni a disposizione, ma venne il giorno in cui fummo costretti a smettere. Non avevo l’impressione che il disco fosse compiuto, ma non ero capace di fronteggiare le rovinose condizioni di caos, musicisti che cambiavano in continuazione, e uno studio di incisione che voleva assolutamente buttarci fuori. Così Crepuscule staccò la spina e tutto finì. Mi ricordo che ero all’ufficio di Duval, annegata nelle mie lacrime, che imploravo di avere una seconda opportunità di registrare. Egli rimase impassibile, come al solito. Poi tornai a casa”.

Quali figure ti hanno, artisticamente, maggiormente influenzato?
“Cominciai ad adorare la musica nella mia infanzia, quando i miei genitori si resero conto che Mahalia Jackson mi faceva smettere di piangere. Al tempo in cui mi traferii a Bruxelles i miei eroi erano: Patti Smith, Brian Eno, Odetta, Zapp, Television, Gary Numan, Virginia Astley, Al Green, Nico, Lou Reed, Aretha Franklin, naturalmente, Nick Cave, Tuxedomoon. Eno viveva sulla mia stessa strada di fronte alla mia abitazione a New York City, lo incontravo spesso al Mudd Club. Uscivamo dal club, camminavamo in direzione Washington Square, e lo ascoltavo per ore parlare di registrazioni, suoni, strumenti musicali, film, e della vita. Erano tempi grandiosi per chi viveva in quella città!”
Non credi che se tu avessi suonato più dal vivo, avresti acquisito molta più notorietà?
“L’unico vero tour dal vivo che riuscimmo a fare fu nel 1986. Ciò che accadeva abitualmente era che a metà delle prove la tourneè veniva cancellata. La Crepuscule non aveva mai soldi per fare nulla, così il denaro doveva provenire dai sussidi esteri. Abbiamo suonato in Giappone diverse volte, ma questo è quanto. Non è che non volessi suonare, solo che la Crepuscule non ci metteva in programma da nessuna parte. Nessuno può ingaggiare una band e fonici e organizzare una tourneè senza aiuto alcuno. Ci vuole un team per fare qualunque cosa in questo campo, e la Crepuscule era semplicemente isolata. Il pesce grosso Duval acchiappava solitario nel suo piccolo stagno oscuro”.
Trovo che il lavoro svolto da Les Tempes Moderne sia molto positivo: la live performance giapponese contenuta nella riedizione in CD di East and West racchiude, credo, una delle tue più grandi esecuzioni… mi riferisco alla live version di Caught, condividi questa mia immagine?.
“E’ grandioso sentire buoni commenti sul lavoro della LTM. James mi piace davvero, e spero di continuare a lavorare con lui. Il punto è che non ascolto mai ciò che faccio finché non è finito. Forse un giorno riuscirò a considerare in maniera imparziale il periodo della Crepuscule, ma non ci riesco ancora. Così confido nella gentilezza e discrezione di James e della LTM. L’ultimo lavoro che feci per la Crepuscule fu nel 1990, “Mysteries of America”. Poco dopo mi resi conto che tutti i miei diritti di edizione ed il mio intero catalogo mi erano stati sottratti dalla Crepuscule e il suo partner. Da allora, non sono stata capace di far uscire un’altro album di Anna Domino, ma le canzoni si accatastano. Posseggo oceani di materiale e continuo a reclamare il mio catalogo dai miei vecchi datori di lavoro, vivo nella speranza… D’altro canto, dal 1999 fino a oggi ho lavorato a una serie di registrazioni di ballads tradizionali americane con mio marito, Michel Delory, reinterpretandole. Ci siamo presi molte libertà con questi brani classici, ma è più divertente di quanto potessi immaginare. Abbiamo pubblicato la prima serie sotto il nome di Snakefarm, intitolandola “Songs from my Funeral”. La prossima è quasi finita, è solo una questione di scegliere come pubblicarlo. Dobbiamo parlare con molte persone circa le nostre possibilità”.
Come vivi il tempo attuale, ossia spiritualmente, emozionalmente… c’è qualcosa che ti appassiona, voglio dire, non trovi che la scena sia sempre così monotona, che i media hanno appiattito gran parte delle idee artistiche contemporanee?.
“I nostri giorni sono uno dei periodi più eccitanti per la musica di tutta la storia. C’è un sacco di buona musica ogni giorno, e la ascoltiamo da ogni parte del mondo, non solo da tre label di New York. Certamente il mainstream è scontato, ma questo sta nella natura stessa del mondo musicale. E’ solo business. Credevo che l’unica vera differenza tra una major e un’etichetta indipendente consistesse nell’afflusso del contante. Ma ora gli artisti possono raggiungere direttamente il loro pubblico. C’è ancora bisogno delle label per la distribuzione, ma ora si deve riconsiderare il ruolo del management, come pure il paradigma degli alti profitti, e siamo già fuori tempo limite!”
Che rapporto dovrebbe mantenere con il denaro un artista per fare in modo di restare se stesso?.
“Il denaro non è niente di più o di meno che la sopravvivenza. Non è la vita, ma è estremamente necessario per vivere. Far finta che non sia necessario è solo una presa in giro; io mi arrabbiavo molto con alcuni miei colleghi musicisti negli anni 80, facevano musica per la pubblicità in Giappone. Io ero giovane e mi piaceva litigare, ed ero anche piuttosto invidiosa. È importante se Arto Lindsay fa lo spot per una nuova automobile? I musicisti di successo sono in grado di lavorare e fare ciò che a loro piace, alcuni sono frenati dalle label che vogliono la stessa solfa ripetuta mille volte, altri, come i NIN, tracciano un cammino personale, ispirando così altri come noi a fare la stessa cosa. I musicisti giovani di oggi non considerano la grande differenza tracciata dalla mia generazione. Sono più pragmatici e sanno che devono fare le prove, e essere puntuali, spingere il proprio prodotto sul mercato, e coltivare i propri pregi, e che il vecchio paradigma di volere il successo a tutti i costi, anche danneggiando gli altri, non porta alla felicità. Ciò che desidero di più è capire, specialmente le cose di cui ho più paura. Ho vissuto lunghi periodi della vita in luoghi oscuri che mi ero fatta da sola, e non so ancora che cosa significa ciò, o perché la vita può essere così splendida e anche così orribile. È probabilmente soltanto il solito dilemma esistenziale. Davvero desidero un assistente. Quando terminai la mia canzone Lake, la feci ascoltare ad un’amica, e lei si mise a piangere; un’altra amica disse che gli piaceva ascoltare la mia musica mentre faceva un lungo bagno caldo. Io so che cosa significa la musica per me quando la scrivo, ma quando va fuori significa cose diverse per ognuno. Alcuni sono colpiti dall’umorismo, altri dal pathos, ad altri piacciono le melodie. Ma sognare è la nostra condizione più aperta ed innocente, e se la mia musica vi fa sognare, allora sono davvero felice”.

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