“Anime salve”… o del bell’inganno della vita – di Valter Di Giacinto

La forma narrativa dell’epitaffio redatto in prima persona nel momento della dipartita fu assai cara a Fabrizio De Andrè che, sulla scorta de “Antologia di Spoon River” (1943) di Edgar Lee Masters, gli dedicò un’intera raccolta, “Non al denaro, non all’amore né al cielo”, pubblicata nel 1971Anime salve, il brano che dà il titolo alla raccolta omonima del 1996, in qualche misura la riecheggia, sia pure non in maniera altrettanto esplicita. Anche in questo caso il senso del racconto è infatti quello di un resoconto, di un fare i conti con il proprio concitato passato (“sono state giornate furibonde”), con la sensazione che ci si trovi abbastanza chiaramente al cospetto del consuntivo finale, del redde rationem“Che bell’inganno sei anima mia”, sentiamo allora recitare il Poeta in apertura, nel momento in cui, in tutta evidenza, si accinge a separarsene, lasciando l’ascoltatore con l’ingrato compito di doversi esercitare nel decifrare tale codice, che si presenta piuttosto arcano sin dall’incipit
In che senso infatti l’anima costituirebbe un inganno? E posto che lo sia, che cosa gli donerebbe quella bellezza ammaliante che il verso evoca? Cercare una risposta plausibile a tali quesiti ci spinge inevitabilmente a interrogarci sul significato di un concetto, quello di anima, tra i più elusivi che la storia del pensiero umano ci abbia consegnato. Tutti più o meno concordiamo sul fatto che l’anima rappresenti il principio fondante della vita. La presenza dell’anima si associa infatti a tutto ciò che è, appunto, animato, che non è assimilabile alla materia inerte. Dei soggetti animati Aristotele diceva che essi hanno in se stessi il principio del movimento e della quiete ma, l’anima come principio del movimento, del divenire di ogni essere vivente, diviene essa stessa a sua volta, o è invece ferma, impassibile? Qual è, insomma, il posto dell’anima nel tempo e nello spazio? Posto infatti che l’anima costituisca il principio che dà vita a un corpo che, di per sé, la possiede solo in potenza (il corpo “inanimato”), essa ci appartiene personalmente, ossia è in relazione uno-ad-uno con la persona, ovvero si tratta piuttosto di un daimon, una sorta di demone, come sosteneva la tradizione orfica poi ripresa da Platone, una presenza aliena che abita solo transitoriamente un determinato corpo fisico collocato in un dato orizzonte storico, e che lo abbandona con la morte per occuparne subito dopo uno differente? In Anime salve, tale senso di straniamento, prodotto dall’impressione di un’insanabile separatezza dell’anima dal corpo, sembra trasparire abbastanza chiaramente, allorquando sentiamo il protagonista parlare di sé stesso come se si osservasse dal di fuori:

“Mi sono spiato illudermi e fallire / Abortire i figli come i sogni
Mi sono guardato piangere in uno specchio di neve / Mi sono visto che ridevo
Mi sono visto di spalle che partivo”
L’inganno dell’anima starebbe quindi tutto qui? Nell’illusione che essa ci conferisce di essere un che di determinato, di unico al mondo e irripetibile, quando invece, come individui in carne ed ossa, non siamo altro che “repliche” di un’unica entità, immortale e condivisa con tutti quelli che ci hanno preceduto e che ci seguiranno? Se è questa la vera natura dell’anima allora appare perfettamente comprensibile anche il fatto che se ne parli in seconda persona, come di una compagna:

“Che bell’inganno sei anima mia / E che bello il mio tempo, che bella compagnia”
In questi due versi, tuttavia, per ben tre volte si utilizza l’aggettivo “bello”, come a rimarcare in maniera inequivocabile che l’esperienza dell’incontro dell’individuo con la propria anima vissuta come entità separata da sé, non sia in nessun caso da leggere nel senso dell’angoscia, dello sgomento. Se esiste indubbiamente uno spaesamento, sembrerebbe piuttosto che esso vada vissuto nei termini dell’abbandono fiducioso, quale quello del corpo esanime di Cristo sulle membra esili, ma al tempo stesso incredibilmente vigorose, della Vergine, ritratto in maniera incomparabile da Michelangelo Buonarroti nelle sue “Pietà”. Quando mi accingo a scrivere è da poco trascorsa la celebrazione del bicentenario de “l’Infinito” (Idillio I 1819) di Giacomo Leopardi ed ecco – se mi è consentito far passare l’accostamento che avrebbe certamente imbarazzato lo stesso Faber Anime salve costituisce secondo me un po’ il suo “Infinito”. Le analogie mi sembrano, del resto, abbastanza evidenti. Là dove Leopardi scrive di “interminati spazi di là da quella, e sovrumani silenzi” e, in seguito, “mi sovvien l’eterno, e le morte stagioni, e la presente e viva”, nel testo di De André e Fossati troviamo simmetricamente evocati i medesimi, sconfinati, orizzonti spazio-temporali:
“Mille anni al mondo mille ancora […] / Ore infinite come costellazioni e onde”
E che cos’è il senso di lieto straniamento sperimentato dal protagonista di Anime salve, che si osserva dal di fuori felicemente abbandonato in grembo a un universo illimitato nel tempo e nello spazio, se non il medesimo dolce naufragare evocato dal giovane Poeta recanatese? Un’ultima nota in comune è poi quella rappresentata dalla solitudine dell’individuo di fronte allo scorrere inesauribile del tempo, che egli intuisce distendersi ben al di là del proprio, circoscritto, momento storico (“che grande questo tempo, che solitudine”). A sottolineare come al cospetto dell’Infinito ci si presenti inevitabilmente da soli, con l’unica compagnia di quell’anima che ci ha concesso la grazia di condividere con lei parte del suo interminabile tragitto. A detta del Narratore, che ne presenta il resoconto, si è tuttavia trattato di un’esperienza appagante (“che bello il mio tempo”), finanche esaltante, nel momento in cui essa ha consentito all’uomo di gettare con l’immaginazione lo sguardo al di là di quella siepe che inevitabilmente cinge il nostro orizzonte di individui finiti.

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