Aniello Desiderio “L’entusiasmante Viaggio fra le sei corde” – di Benito Mascitti

Vasto, 13 dicembre 2009. Teatro Rossetti. Dopo l’emozionante prima del concerto inaugurale con Andrea Bacchetti e la trasferta al Globo per l’Otello di Renato Bruson, si torna al Rossetti per il terzo appuntamento della domenica pomeriggio. Ancora una variazione idiomatica dalle mille lingue della musica: “L’entusiasmante Viaggio fra le sei corde” con Aniello Desiderio, detto “O Fenomeno”, uno dei più grandi chitarristi del mondo, e non solo di questa epoca… facendo gli scongiuri. Ci imbuchiamo nel sempre accogliente e caldo teatro ancora vuoto molto prima della chiamata di scena delle 17,30. Aniello è già arrivato da tempo e la presenza di molti membri della sua famiglia ci fa pensare all’artista giramondo che, data la vicinanza della tappa alla sua Napoli, chiama a sè la tribù per godere di quel calore umano che nessun concerto può donare. Salutiamo il Maestro  – e gli altri Desiderio – che concorda con il direttore di sala gli ultimi dettagli, e ci adeguiamo allo stato emozionale dell’artista. Un pezzo di giovane che contiene a stento la sua personalità improntata all’essere e non all’apparire. Un Caffè amaro per sentirne tutte le qualità, uno sguardo crudo e fugace, e ci diamo appuntamento per una chiacchierata a fine concerto…che adesso “nunn è cosa”. Sulla scena sgombra una scarna attrezzatura: Sgabello, poggiapiedi per chitarra e un sistema di microfoni strani e smilzi molto particolare. Qualche dettaglio per gli assatanati di genere: Il meglio della tecnologia esistente: corpo microfonico/preamplificatore diviso e decentrato rispetto alla capsula/trasduttore; per assicurare la massima versatilità d’impiego. Il diaframma, ridotto all’osso, consente la forma filiforme del microfono e il suo posizionamento, che così non perturba il campo sonoro in cui viene collocato e ottiene un bassissimo impatto visivo, anche in virtù della finitura dei corpi, verniciati a Nextel grigio opaco. La circuitazione di tipo FET poi, assicura un livello di rumore impercettibile, una trasmissione del segnale perfetta; anche a centinaia di metri di distanza. La scelta tecnica è d’obbligo se si vuole raggiungere l’eccellenza e catturare la magia impareggiabile del suono allo stato puro, in nessun modo amplificato, che cresce in progressione armoniosa da un’unica fonte… dalla magica chitarra a sei corde di Aniello Desiderio. Nel frattempo il pubblico riempie il teatro e parte la chiamata di scena, senza prove. Le luci si abbassano e i tre trilli di campanello annunciano l’inizio. Il Chitarrista si posiziona e accarezza con le dita le corde, come preliminare di un lungo e intenso scambio amoroso che ci catturerà totalmente. Inizia un ideale viaggio por las carreteras  de EspañaIsaac Albeniz (1860 – 1909): “Suite española”. Di questo omaggio del geniale Maestro catalano alle altre regioni iberiche e a Cuba, amata colonia d’oltremare, Desiderio ci porge Asturias con il suo ritmo sfacciatamente ossessivo, mescolato al canto struggente delle terre del nord; Cadiz con una tipica soleá dell’estremo sud atlantico, madre del cante, origine degli altri palos del Flamenco – come la più diffusa buleriae quintessenza del misterioso equilibrio raffigurato da Federico García Lorca nel concetto del tener duende”, cioè trasudare dal corpo l’anima più pura ed espressiva del ballo; Sevilla che sembra una pelicula della mitica città andalusa, con i suoi colori e l’incessante e sempiterno vortice delle tipiche sevillanas. Il giuoco di polpastrelli e unghie si placa e noi non possiamo far altro che spellarci le mani. La padronanza naturale e stupefacente nell’esecuzione di questo gigante della chitarra appare nitida. Aniello sputa fuori dalle viscere la musica più bella e pura che ci si potesse aspettare. Il viaggio – veramente entusiasmante – riprende in compagnia di Mauro Giuliani (1781 – 1829): “Rossiniane, Fantasia n. 1 op. 119″. Prima delle sei “visioni” dedicate a Gioacchino Rossini dal compositore barlettano che in  questa partitura ci riporta lo spirito del suo tempo. Il Melodramma legato a quel sottile filo di speranza che s’avverò con l’unificazione di questa Nazione. Il “Paganini della chitarra” – amico di Paganini stesso e di Rossini – fu uomo del suo tempo e se le note di Verdi svegliarono Milano soggiogata da Radetzky, quelle di Giuliani furono le preferite di Mazzini che addirittura le suonava. A noi questa musica gloriosa dovrebbe suscitare quel che i viennesi colgono nell’ascoltare la Marcia di Radetzky di Johann Baptist Strauß ma il nostro orgoglio nazionale è fatto d’altro. Il virtuosismo dell’opera e quello dell’impareggiabile esecutore, ci portano un sogno di struggente passione che pervase quegli uomini costretti all’esilio per sete di gloria e libertà. Applausi, una punta di commozione qua e là e si passa a Joaquín Turina (1882 – 1949): “Sonata op.61″. Ancora un’incursione nella Penisola iberica con questo autore nato a Sevilla ma di famiglia italiana, esponente di spicco della scuola musicale spagnola del Novecento, innovatore e grande protagonista dell’ampio repertorio originale per chitarra della sua terra. Si risvegliano in altra forma le atmosfere della prima parte del concerto, ancora Flamenco nelle sue espressioni più variate e praticate; mescolato ad un linguaggio musicale “impressionista” riconducibile a Debussy e Ravel. Ci passano davanti le scene quotidiane del popolo andaluso, il ballo consolante nell’incrocio dei corpi, la gioia e il disincanto scanditi da nacchere e voce; come in un Fandango de  Almería… e Aniello ci regala tutta la maestria e il tumulto del suo rasguear” in luogo di suonareA questo punto Il Maestro ci parla, scende idealmente tra la gente e annuncia un cambio di programma. La Tarantas” di Paco de Lucia è rinviata a data da destinarsi. Al suo posto ci propone un autore “maledetto” e mistico… Erik Satie (1866 – 1925): “Gnossiennes n. 1″, composizione musicale fuori dagli schemi che – con le altre cinque costituenti l’opera – rappresenta tutta l’essenza controcorrente dell’artista. Gnossienne, ovvero della gnosi, del cercare risposte “alternative” al dogma del sapere codificato… ma anche riferimento al palazzo di Cnosso (Gnossus); teatro delle vicende di Teseo, del Minotauro e di Arianna che ci conduce per questo dedalo col suo sottile filo e con la vibrante ossessione che deve aver provato nel tentare di svelare e “vincere” il labirinto. La musica che ci pervade rappresenta esattamente la cifra di Satie, messo all’indice fin dal conservatorio, frequentatore de Le chat noir”nemico giurato dell’accademismoinnovatore e modernista fino al cubismo e alla sperimentazione estrema con l’uso di effetti sonori presi dagli oggetti più comuni. La sua produzione musicale, difficilmente collocabile tra le tendenze ufficiali, comprende Vexation, il brano più lungo della storia della musica: trentacinque battute ripetute ottocentoquaranta volte…diciannove ore e mezza per eseguirlo. Un’altra ovazione e si passa, senza soluzione di continuità emotiva, al fascino del carnet di viaggio, che disvela l’arcano misterioso del peregrinare. Carlo Domeniconi (1947): “Koyunbaba Op. 19″. Una leggenda fatta musica dal compositore e chitarrista cesenate che presto lascia l’Italia e si trasferisce nella cosmopolita Belino Ovest, allora separata dalla parte orientale. Domeniconi vive ancora lì, dove ha studiato e insegnato per vent’anni alla prestigiosa Università delle Arti. La “contaminazione” con le razze nella metropoli prussiana lo ha spinto a viaggiare, a visitare per poi rimanerne rapito, la Turchia. A questa antica e mitica terra è dedicata la suite in quattro movimenti che Desiderio esegue con licenza e comunanza. Neanche il Compositore – che ha studiato le particolarità della musica turca al conservatorio di Istambul – ha mai eseguito tutte le note dell’opera e Aniello, suo amico e sodale, rimane fedele alla tradizione dello strumentista che viola la partitura originale, intessendo dialoghi ideali con l’autore. Koyunbaba è il manifesto stesso dello stile compositivo di Domeniconi, improntato alla scoperta delle tradizioni musicali di altre culture. Il racconto prende più strade, tutte mitiche e magiche… Koyunbaba, letteralmente pastore ma anche parola che evoca misticismo e un eremita del tredicesimo secolo. Alla sua tomba, ancor oggi, i contadini dei villaggi appuntano stoffe colorate per invocare protezione. I Koyunbaba, stirpe antichissima di un luogo che da loro prende il nome, considerato maledetto per la triste storia che l’opera racconta. Una iattura colpisce tutti quelli che tentano di cedere le proprietà di famiglia. Malattia e morte su di loro, che non rispettano la legge della tradizione. Oltre questo non si può umanamente andare ed il concerto termina senza bis, con il Fenomeno” che si prende i lunghi applausi e se ne va. Dopo questa entusiasmante serata la curiosità del cronista è già appagata. Salutiamo il Maestro con poche fugaci parole e con lo sguardo silenzioso dello spettatore soddisfatto. A Lui, siamo sicuri, piace così. Saltiamo a piè pari il chilometrico cursus honorum dell’artista rimandando il lettore alla rete… ci siamo presi la licenza di chiamarlo “O Fenomeno” perché, a dispetto del successo, ci è parso soprattutto un degno giovane della sua splendida Napoli.

da “Emozione dal loggione e altri racconti” di Benito Mascitti (Il Torcoliere Editore 2014)
foto Piero Cipollone© tutti i diritti riservati 

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