Angelo Branduardi: “Vanità di vanità” (1983) – di Francesco Picca

Apri. Punta. Zooma. Posa. Scatta. Ritaglia. Filtra. Elimina. Riapri. Punta. Zooma. Posa. Scatta. Ritaglia. Filtra. Invia. Scrivi. Tagga. Pubblica. Aspetta. Aspetta. Misura l’attesa. Misura il tempo. Fissa la misura del sembrare. Leggi. Raccogli. Accogli. Somma. Pesa. Nutri. Sostieni. Alleva. E ancora… apri. Punta. Zooma. Posa. Scatta. Ritaglia. Filtra. Filtra ancora. Filtra di più. Distorci. Copri. Camuffa. Simula. Dissimula. Esalta. Risalta. Invia. Scrivi. Tagga. Pubblica. Aspetta. E aspetta. E ancora. Andrebbe musicata questa filastrocca della solitudine, questa litania dell’incapacità di accettarsi, questo stornello grottesco. Si dovrebbe musicare e cantare questa pratica diffusa che, con altrettanto diffusa riluttanza, ci si ostina a non chiamare “vanità”. Quella vanità che dovremmo amare come una spontanea leggerezza, come una frivolezza, come un’arte perduta. La vanità come un’alcova. La vanità che dovremmo accogliere e accettare come un desiderio, proprio, da spargere attorno affinché diventi desiderio di molti. Ma l’anima non è serena, e neppure il cuore. Lo “specchio” è distorto e l’immagine è appesantita.
L’immagine. L’immagine che abbiamo di noi stessi, che mal si sovrappone a quella percepita dagli altri. Noi e gli altri, ognuno con il suo specchio distorto. Immagini che non coincidono, mai. Contorni illusori, tracciati di sghembo dallo sforzo di apparire e di “sembrare”. Illusoria vanità. Vanità mortificata dai megapixel di uno strumento ottico che incornicia le anime e le rende oggetti desiderabili privi di nome. Arthur Schopenhauer parlava di “contrade monogamiche”; la moderna monogamia dell’apparire, l’incestuoso amore per il nostro “sembrare” lo avrebbe ispirato, possiamo esserne certi. Prima ancora, nella Roma della metà del ‘500, l’educatore fiorentino Filippo Neri animava le giornate dei ragazzi di strada: muovendosi tra Campo de’ Fiori e i vicoli di Trastevere cercava di deviare dal solco grigio della Restaurazione cattolica e di alleggerire la preghiera e la penitenza alternandole con i canti, con i balli e persino con la poesia.
Vanità di vanità è un suo componimento, un capolavoro di modernità che, trasposto nei nostri giorni, rende universale l’accezione latina “vanitas vanitatum”, l’assoluta vanità, preceduta storicamente dall’ebraico “hebel”, il nulla, il vuoto. Questa parola compare nel Qoèlet, uno dei libri della Tanakh, la Bibbia ebraica. Il testo sacro è stato vivisezionato anche da Voltaire nel suo “Dizionario filosofico”; il pensatore francese osserva e prende atto che “il giusto e l’empio sono soggetti agli stessi accidenti”, offrendo lo spunto per un esercizio di livellamento nichilista che andrebbe, oggi, discusso e dibattuto. Il testo di Filippo Neri, il “buffone di Dio” nel frattempo santificato, è stato ripreso e musicato da Angelo Branduardi nel 1983, inserito nell’album “State buoni se potete” (Musiza), colonna sonora dell’omonimo film diretto da Luigi Magni. Il menestrello suona e canta: “Non immagini certo quel che un giorno sarà della tua vanità”. San Filippo Neri, invece, lo aveva immaginato.

Vai cercando qua, vai cercando là, / Ma quando la morte ti coglierà
Che ti resterà delle tue voglie? / Vanità di vanità.
Sei felice, sei, dei piaceri tuoi, / Godendo solo d’argento e d’oro,

Alla fine che ti resterà? / Vanità di vanità.
Vai cercando qua, vai cercando là, / Seguendo sempre felicità,

Sano, allegro e senza affanni… / Vanità di vanità.
Se ora guardi allo specchio il tuo volto sereno

Non immagini certo quel che un giorno sarà della tua vanità.
Tutto vanità, solo vanità, / Vivete con gioia e semplicità,

State buoni se potete… / Tutto il resto è vanità.
Tutto vanità, solo vanità, / Lodate il Signore con umiltà,

A lui date tutto l’amore, / Nulla più vi mancherà.
Se ora guardi allo specchio il tuo volto sereno

Non immagini certo quel che un giorno sarà della tua vanità.
Tutto vanità, solo vanità, / Vivete con gioia e semplicità,

State buoni se potete… / Tutto il resto è vanità.
Tutto vanità, solo vanità, / Lodate il Signore con umiltà,

A lui date tutto l’amore, / Nulla più vi mancherà.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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