Angelo Branduardi: “Ballo in fa diesis minore” (1977) – di Valeria La Rocca

“Sarà capitato anche a voi di avere una musica in testa”. Credo sia capitato a tutti in questo periodo di fermo biologico, di svegliarsi con un motivo in testa che si insinua fra le ciglia rattrappite del risveglio e le pieghe del cuscino sulla faccia dopo una notte pressoché insonne. Anche a me capita spesso in questi giorni di svegliarmi con la testa gravida di melodie dopo una notte apparentemente sterile. Da qualche giorno mi suona in testa il Ballo in fa diesis minore di Angelo Branduardi e devo dire di aver fatto fatica a ricordare il titolo originale perché per me è sempre stata quella che fa “Sono io la morte e porto corona…”. Ovvio che suoni banale, scontato e di cattivo gusto scrivere proprio oggi di questa canzone, ma per quelli della mia generazione proprio questo ritornello rappresentava la prima legittimazione di una parola considerata tabù: la morte.
Era il periodo in cui in televisione o per radio capitava di vedere o sentire la musica dei grandi cantautori italiani nelle trasmissioni di varietà. Erano quei programmi della domenica in cui attorno all’unico televisore governato dal capofamiglia si vedeva scorrere l’Italia del post boom economico, del dopo sessantotto, in cui la L.194 era ancora nell’aria e quella sul divorzio era già Legge. Si parlava di tutto e i grandi ne parlavano noncuranti che ad ascoltare ci fossero pure i bambini. Eppure c’era una parola che non si pronunciava mai, neanche per sbaglio e si stava attenti che i bambini non si scontrassero mai con essa.“È diventata un angelo la mamma di Nando”. Ci disse così la maestra quella volta che il mio compagno non venne per tre giorni. Ricordo vagamente una piega di compassione nel volto di quella donna dura e acida che si divertiva a bacchettarlo ogni volta che Nando veniva a scuola senza il grembiule o faceva i buchi nel quaderno a furia di cancellare.
Ballo in fa diesis minore mise in bocca per la prima volta a noi bambini la parola innominabile e lo fece nel modo più naturale. Cantavamo la morte e nell’inciso ballavamo come dame medievali io e le mie sorelle. Non avevamo paura neanche dell’immagine della “nera signora” con la falce perché lo diceva la canzone “tu del tempo non sei più signora”. Quanti angeli stanno volando sulle nostre teste e fra le ciglia rattrappite del risveglio in questi giorni! E i grandi del telegiornale non nascondono più con metafore le notizie sui morti, declinando quotidianamente il bollettino di guerra. Forse è proprio questo l’errore di fondo: considerare questa pandemia una guerra. Immaginare di combattere una battaglia contro le fila di un nemico invisibile che indossa una corona e ci fa sentire tutti sudditi senza un re, un esercito di civili inermi che non ha neanche la consolazione di seppellire i suoi caduti. Ma il vero nemico non è la morte né un virus veloce la cui falce non ti dà il tempo di fermarti a studiarlo che è già passato a un altro. Ho riascoltato decine di volte questo brano e ogni volta ho cercato di ricordare quale fosse il punto esatto in cui la paura della parola impronunciabile si tramutava in gioia.
Sei l’ospite d’onore del ballo che per te suoniamo…”. Era esattamente in quel punto che cominciavo a danzare da bambina e immaginavo di fare un inchino alla “nera signora”. Con garbo barattavo la sua falce con le mie dita esili di bimba e afferravo le sue ossute. Cingevo il suo capo di fiori e il suo mantello nero si tingeva di bianco. Cominciavo a danzare come potevo solo immaginare faccia una donna e, nel “giro di una danza e poi un altro ancora”, scioglievo le trecce e roteavo leggera, travolta inspiegabilmente da una gioia profonda. Provavo a immaginare la carne attorno alle ossa e i capelli sul teschio grigio. Pensavo: perché dovrei avere paura di te che trasformi le mamme in angeli, se lo fai avrai i tuoi motivi! Non importa, balliamo ancora. In questi giorni di risvegli da notti senza sonno ho meditato a lungo come tutti sul senso della morte e più ci penso più mi accorgo che non fa paura morire quanto non accorgersi di stare morendo. Non è terribile il morire quanto il non sapere perché si muore. E più di tutto fa orrore il pensare di morire soli.
Chi come me ha avuto la grazia di guardare in faccia la morte sa che c’è solo un modo per togliere la corona alla “nera signora”. Finché indosserai un’armatura con scudi e spade, finché ti ostinerai a cercare il colpevole armando eserciti di droni che scrutino l’orizzonte in cerca di untori, fino a quando ti ostinerai a correre al suo fianco sfidando la sua velocità di mutazione con formule chimiche e vaccini che non si faranno beffa di lei, la signora mieterà vittime come spighe di grano e gramigna. C’è solo un modo per affrontare la morte: guardarla in faccia e danzare con essa, scoprire in lei il proprio stesso volto, assecondarne il passo e accoglierla come l’ospite d’onore. È nel momento in cui ti lasci andare che il dolore cessa, come pause fra le doglie, come un punto coronato alla fine della partitura. Estasi, come premio alla fatica dei corpi avvinghiati a dare la vita è la morte. Principio e fine, eros e thanatos, amore e morte diventano così l’opportunità per fermarsi a riavvolgere il nastro e rivedere in moviola ogni fallo.
Il testo di Angelo e Luisa Branduardi riprende il tema dell’iscrizione che circonda la Danza Macabra di Clusone, in provincia di Bergamo e la Danza Macabra dipinta sulla Chiesa di San Vigilio a Pinzolo, in provincia di Trento. La melodia si rifà alla celebre Schiarazula Marazula, componimento friulano di origine medievale che accompagnava i riti esorcistici, raccolta da Giorgio Mainerio nell’opera “Il primo Libro dei Canti” (1578): Io sont la morte che porto corona / Sonte Signora de ognia persona / At cossi son fiera forte et dura / Che trapaso le porte et ultra le mura”.

Sono io la morte e porto corona / Io son di tutti voi signora e padrona
E così sono crudele, così forte sono e dura / Che non mi fermeranno le tue mura
Sono io la morte e porto corona / Io son di tutti voi signora e padrona
E davanti alla mia falce il capo tu dovrai chinare / E dell’oscura morte al passo andare
Sei l’ospite d’onore del ballo che per te suoniamo / Posa la falce e danza tondo a tondo
Il giro di una danza e poi un altro ancora / E tu del tempo non sei più signora.

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