Andrej Tarkovskij: “Stalker” (1979) – di Girolamo Tarwater

La strada traversa è la più breve” (A. e B. Strugatzki, “Picnic sul ciglio della strada”).
Monito terrorista che la retta è per chi ha fretta” (CSI, Bolormaa).
Uno degli ascolti più interessanti degli ultimi mesi è stato un lavoro di Lawrence English, “Field Recordings From The Zone” (2020), una produzione che prende spunto dalla lettura di “Picnic sul ciglio della strada” (Pikník na obóčine 1972) dei fratelli Boris e Arkadij Strugackij durante il periodo di lockdown. L’idea non è male e pure il risultato (anche se il musicista australiano poteva fare di più) non delude, con i suoi field recordings rielaborati elettronicamente. Il pensiero non può non andare a un’altra rielaborazione in chiave elettronica del romanzo sulla Zona e gli Stalker, la colonna sonora del film di TarkovskijStalker” (1979) da parte di Edward Artemiev. Un luogo familiare diventa estraneo a motivo di una visita aliena che cambia tutte le regole. In quel luogo (la Zona) ci sono leggi fisiche diverse, la forza gravitazionale cambia in modo imprevedibile e si trovano strani oggetti, tecnicamente molto evoluti ma anche misteriosi e spesso pericolosi. Addentrarsi nella Zona è rischioso, non è da tutti. Proprio per questo la Zona è stata recintata e controllata militarmente. Oltre che vari cimeli che finiscono per alimentare un contrabbando in qualche modo controllato dalle istituzioni scientifiche, c’è pure un oggetto (nel film una stanza) che – si dice – possa realizzare i desideri più profondi, quelli fondamentalmente inespressi e spesso insaputi.
La resa di Tarkovskij è in verità molto libera, una rilettura poetica e filosofica che – con giusta ragione – lasciò perplessi gli scrittori polacchi. Tant’è. Entrambi sono due capolavori, diversi e forse complementari. Tutti, nei mesi scorsi, nel periodo di chiusura, ci siamo trovati in una Zona che ha scombussolato il nostro vivere. Per buona parte di noi, la speranza è che questa visita aliena-virale sia quanto prima circoscritta e si possa tornare alla vita di prima. La Zona è, secondo questa prospettiva, una parentesi gestita da un comitato scientifico (e qui le analogie con il romanzo hanno un che di sinistro orwelliano). Ma c’è un altro modo di approcciarsi alla Zona, di entrarci e starci dentro. Anzi, mentre tutti non vedono l’ora che finisca e se ne stanno alla larga il più possibile, c’è chi invece ci vuole entrare, chi non può fare a meno di entrarci. Sono gli stalker, questi personaggi marginali segnati dalla Zona che ne conoscono in parte i segreti e che sanno come scovarne i tesori. Ci sono alcuni tratti che caratterizzano questa nuova tipologia di mestiere. Innanzitutto il loro non è tanto un lavoro ma una missione; è qualcosa che – nonostante tutti i rischi, le disavventure, le ferite, la prigione, le umiliazioni – si impone a loro, un richiamo che non si può non assecondare.
Sono quindi persone socialmente problematiche perché vanno proprio dove non si può andare. Tutti sono finiti in carcere, tutti portano su di sé e sulle loro famiglie segni mutanti di abiezione e sofferenza. Sono però gli unici che sanno come muoversi nella Zona, che ne capiscono le leggi così diverse da quelle usuali. Una di queste leggi fondamentali è che la via più corta non è quasi mai la più sicura. Chi ha fretta e non è disposto a lasciarsi ferire è meglio non entri nella Zona. In questo senso, l’idea di Lawrence English è interessante: considerare il periodo di lockdown come un parallelo della Zona, con il sottinteso invito a domandarci come ci siamo entrati e come ci siamo stati, come ci siamo mossi, cosa abbiamo cercato e cosa vi abbiamo trovato, quali trappole abbiamo schivato e quali ci hanno colpito o messi KO. Ma cos’è la Zona? Pure io mi sono riletto il romanzo degli Strugatzki e mi sono rivisto “Stalker” (tra l’altro in un posto bellissimo, a Villa PignatelliNapoli, a fine giugno). E la prima cosa che mi è venuta in mente è stata una canzone dei CSI. Il loro viaggio in Mongolia – e le canzoni che ne sono uscite (finite nello straordinario Tabula Rasa Elettrificata del 1997) – ha tutti i crismi per essere considerato un’incursione in una Zona.

Osservo con timore Bolormaa la Contorta / Concetto fatto carne nervi viscere legamenti / Sinuoso movimento / Monito terrorista che la retta è per chi ha fretta / Non conosce pendenze smottamenti rimonte / Densamente spopolata è la felicità / Densamente spopolata è la felicità / Preziosa / La felicità è senza limite e viene e va / La felicità è senza limite e viene e va / Viene / Viene e poi se ne va / Splendida Bolormaa arresa all’amore / Fluida contorta molle resistente / Lascia fluire il dolore / Che la felicità è senza limite / E va e viene / E va e viene”.
Bolormaa è una giovane contorsionista mongola. Come i danzatori e i saltimbanchi, i contorsionisti sfidano le leggi della fisica non per eluderle ma per piegarle ai propri fini, per farle sembrare diverse da come sono. Così il corpo dà l’idea di essere leggero, mentre in realtà è pesante. Il testo di Giovanni Lindo Ferretti è bellissimo, come pure la musica che gli dà voce e l’arrangiamento che lo sostiene. Ferretti è un grande poeta che sa usare le parole – mai troppe – trovando di ognuna il suo peso specifico. Per questo spesso sono ripetute, quasi come pietre che cadono e stanno, con la loro dura consistenza, decise. Ma nello stesso tempo sono avvicinate ad altre parole (spesso una sola parola) quasi a creare un campo di forze. La concettualità asintattica di Unità di produzione è a questo proposito un esempio di sintesi poetica insuperabile che spiega (nel senso di dispiegare) molti più concetti di un trattato di economia sociale. Più ancora di Forma e sostanza. Ma veniamo a Bolormaa. Come è lo sguardo che si posa su di lei (“Osservo con timore”)? È uno sguardo che asseconda, che assimila, che si fa con-sorte, attento: teso verso. Bolormaa non è solo uno spettacolo da guardare, è un “concetto” da pensare, ma per nulla astratto: “Concetto fatto carne nervi viscere legamenti”, un concetto poetico che sa nominare le cose perché arriva al cuore delle cose: “Bolormaa la Contorta”.
È una concezione simbolica della poesia (un concepimento, una co-naissance alla francese) in cui le parole legano insieme le cose, le fanno risuonare insieme per cui “concetto” e “carne” stanno finalmente insieme, si dicono l’uno nell’altra. E la carne pure non è da sola, porta con sé molto concretamente, molto plasticamente “nervi viscere legamenti”. Il movimento del pensiero che si fa vita segue il movimento della contorsionista, si fa “sinuoso”, non vuole arrivare subito alla fine. Si prende tutto il suo tempo. Nella logica iperattiva e comunicativa della produzione a oltranza e del profitto è un vero e proprio atto terroristico, un’incursione spaesante e fuori luogo. “La retta è per chi ha fretta”. Qui invece (la Zona ha altre regole) si conoscono “pendenze smottamenti rimonte” (forse i versi più didascaliscamente “stalkeriani”). Ma cosa è la Zona in cui Bolormaa ci fa entrare? “Densamente spopolata è la felicità” (forse i versi più liricamente “stalkeriani”). Un ossimoro declamato lentamente, un verso ripetuto. Due parole opposte che stanno, una vicina all’altra, mute e parlanti insieme. Ma quale felicità? “Splendida Bolormaa arresa all’amore / Fluida contorta molle resistente / Lascia fluire il dolore”. Non una conquista o un bene di consumo ma qualcosa, l’amore, a cui arrendersi. Non rigida ma resistente (sicuramente non resiliente), che ha a che fare con il dolore, non combattuto ma assecondato nel suo (de)corso.
È qualcosa di non circoscrivibile (“è senza limite”) e quindi non pienamente dominabile. Qualcosa va oltre e sfugge, ma nello stesso tempo fa andare oltre. Non conclude, ma inaugura un movimento: “e viene e va (…) e va e viene”, con un rallentarsi omeopatico delle parole, quasi una insistenza, un fluire: “e viene e va / La felicità è senza limite e viene e va / Viene / Viene e poi se ne va”, come se fossimo davanti a una spazializzazione del tempo che gli dà profondità (al contrario dell’accelerazione produttiva e consumistica compulsiva). Poeticamente suggestiva è l’inversione di “viene” e “va” tra la prima e la seconda strofa, accompagnata dal cambiodivoce, dalla profonda voce maschile di Ferretti a quella femminile di Ginevra Di Marco, e da una sospensione dell’arrangiamento che, solo alla fine, riprende con vigore la sezione ritmica. Sembra tutto uguale, ma non lo è. Una canzone “preziosa”. “Splendida”. In cui “appare la bellezza” (CSI, Brace).

Nota bibliografica
A. e B. Strugatzki, “Picnic sul ciglio della strada”, Marcos y Marcos

F. Cuniberto, “Paesaggi del Regno”, Neri Pozza
E. Kagge, “Camminare. Un gesto sovversivo”, Einaudi
G. Dyer, “Zona”, il Saggiatore
A. Tarkovskij, “Scolpire il tempo”, Istituto Internazionale Andrej Tarkovskij
M. Zambrano, “Chiari del bosco”, Bruno Mondadori
A. Oppo (a cura di), “Il silenzio della pietra”, Il pozzo di Giacobbe
S. Žižek, “Tarkovskij: la cosa dallo spazio profondo”, Mimesis
C. M. Arís, “Silenzi eloquenti”, Christian Marinotti
R. Ammann, “Il Giardino come spazio interiore”
M. Zamboni, “In Mongolia in retromarcia”, NdA

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