Andrea Pomella: “L’uomo che trema” (2018) – di Isabella Dilavello

Ero tra il terrore di perdermici e il desiderio di farlo, quando ho aperto il libro. Già prima che uscisse sapevo che per me non sarebbe stata una lettura come un’altra. Conoscevo l’argomento, la scrittura dell’autore, le sue motivazioni e, soprattutto la mia sensibilità alla “cosa”, il “mostro innominabile”, o per dirlo come Andrea Pomella “il casco”, “il nano”. Il cattivo umore, lo stesso che in questi anni ho imparato se non sempre a gestire, almeno a mascherare dopo averlo smascherato a me stessa, dopo che mi è costato una vita che non è più la mia, matrimonio, lavoro. “L’uomo che trema” non è un romanzo e chiamarlo memoriale mi sembra inadeguato, perché è molto di più: è uno scavo, un mettersi a nudo non per vanità ma per bisogno di dare un nome alle cose, è la narrazione di una malattia che fatica a essere accettata dai “sani” come tale. Eppure la depressione è il male dell’uomo, è la malattia della consapevolezza, dell’essere coscienti, tanto da soffrirne, dell’assenza di senso del nostro vivere. Ed è malattia vera, debilitante fino a morire senza una cura, senza un riconoscerla. E di depressione racconta Andrea Pomella, della sua, analizzata e sviscerata come un’autopsia su carne ancora viva, facendo di questo libro qualcosa di vibrante, che rapisce e ti sanguina tra le mani. Ma c’è altro. È altro. Con una scrittura e una lingua musicale e colta, descrivendo i dettagli dei sussulti psichici e fisici nel quotidiano destreggiarsi,  tra altissima sofferenza e altissima ironia,  “L’uomo che trema” è il racconto dell’oggi, di un lavoro che non c’è e quando c’è ti annienta, di equilibri ottenuti chimicamente, di relazioni padre/figlio complesse, sporche e pure, di persone che per sopportarsi si ubriacano e devastano tutto quello che incontrano, di spiragli di luce e possibilità. È anche una storia d’amore tra due persone che, nella sfiancante Paura di se stessi, non temono il tremore dell’altro. È una passeggiata per strade di Roma conosciute solo da chi le abita. Ed è un percorso letterario che ti fa venir voglia di rileggere Kafka, Fitzgerald, Musil, Foster Wallace, il Gadda de “La cognizione del dolore” e, soprattutto, Berto de “Il male oscuro” al quale la storia del cattivo umore di Andrea è inevitabilmente e dichiaratamente legata. Ma è anche la storia di un percorso di cura oltre l’analisi e che trova una carezza, un “sentimento artificiale che sostiene” nella musica di Elliot Smith: è uno stesso universo o meglio, un pianeta messo sul proprio stesso asse, fatto dei suoni leggeri come eco del proprio baratro. Il libro l’ho aperto e come previsto, mi ci sono persa. Tutta una notte. Solo “Una donna spezzata” di Simone De Beauvoir mi aveva regalato questa stessa insonnia frenetica, affamata, con la furia di arrivare all’ultima pagina, con una portata tale di emozioni a specchio: il mio corpo, prima ancora della mia mente, ha riconosciuto gli spasmi, gli abissi, i paradossi, i tremori. La lucidità. Ho ricordato anche di quella volta in cui sparire per sempre mi era sembrata l’unica soluzione possibile ed ero lì raggomitolata, con le mani tra le cosce. “L’opacità è dei sani. Lo è perché il non vedere l’esatta forma delle cose è il dispositivo di natura attraverso il quale ci salviamo da noi stessi”.

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