Andrea Pomella: “I Colpevoli” (Einaudi 2020) – di Isabella Dilavello

La questione del padre. Qualunque sia stata la nostra relazione con la figura paterna, arriva il momento della questione del padre: l’ingresso nella vita adulta è da quella porta. Se poi si incaglia nella questione del perdono, il passaggio chiede anche un tappeto da scuotere della sua polvere e la forza per farlo. Ma cosa bisogna perdonare? Qual è la colpa di un padre? Quella vera. L’unica. La più grande. Andrea Pomella nel suo ultimo libro, “I Colpevoli” (Einaudi 2020), la disegna per tutta la narrazione: il tradimento. Amare altro (un’altra donna, un’altra vita, l’idea di un altro se stesso) più di quanto si possa desiderare la protezione del proprio figlio. Può un figlio perdonare questo tradimento, questo abbandono? È una separazione violenta, un taglio con sanguinamento perenne. Le difese che un bambino possiede per la coagulazione della ferita, sono solo cerotti che si staccano ripetutamente, portandosi via pelle. Strati su strati. Andrea bambino usa la negazione.
Non voglio più vederti” e così il bambino capovolge la storia e abbandona il genitore che lo abbandona. Ma non basta. Perché questo cerotto strappa via via più pelle, di anno in anno. E l’Andrea adulto e genitore a sua volta, per poterlo essere davvero, per poter uscire da quel tempo sospeso ha bisogno di ricomporsi. È così che inizia “l’anno della ricostruzione del padre”, la persona e il legame, dopo trentasette di negazione e assenza. Un anno fatto di incontri, appuntamenti, telefonate, con l’impaccio da superare. Il filo di questa ricostruzione è tenuto dal telaio di altri padri e figli, quasi a voler cercare la necessità dello strappo in quel tipo di rapporto, in qualcosa di alto, di archetipo, di inevitabile, come una montagna: da Kafka a Leopardi, da Telemaco a Jeff Buckley (nelle orecchie risuona quella canzone simbolo di ciò che è stato con Tim Buckley, suo padre, “I never asked to be your mountain“).
A questo telaio Pomella dedica una scrittura dal taglio preciso, analitico, da studioso, così diversa da quella delle pagine sensibili, cocenti, fragili, nelle quali si rivolge direttamente al padre o ricorda o si analizza. Infilarsi nei meandri de “I colpevoli” è accettare di essere una traccia nella loro mappa relazionale, di infilarsi in una lettera di un uomo a un altro uomo mentre cercano una nuova confidenza, di ristabilire una proporzione che non può essere ristabilita perché manca un segmento, come mancasse un arto o un rene. È qualcosa di intimo che ci riguarda, come ci riguarda l’essere figli, avere un padre o averlo avuto. È affrontare lo stato del perdono che dipende da noi più di quanto dipenda da chi ci ha feriti, è chiedersi a che punto siamo del guado, se ci siamo spogliati dall’abito dell’offeso perché abbiamo conosciuto anche noi la colpa, l’abbiamo indossata, vissuta. La lettura del precedente – L’uomo che trema, sempre edito da Einaudi nel 2018 – è stata vorticosa, affamata e salvifica come una seduta di analisi con qualcuno che non mi prende per pazza. Con “I colpevoli” c’è stata la lentezza che si dedica a un album di vecchie foto, dove su certe immagini ti devi fermare, per tenerezza, per prendere fiato ad ogni segno riconosciuto. Ho rivisto la mano di mio padre sul sellino della mia Graziella verde e il suo sospiro alla mia ennesima caduta (“il simbolo della mia inettitudine”), ho ri-abitato la casa della mia infanzia e le strade di Roma, ho sottolineato di nuovo le date della mia esistenza che coincidono con le scosse storiche del paese in cui vivo, ho visto dispiegarsi la vela di un dolore che ha bisogno, forse sì, del perdono per portarmi altrove. E forse è questo che distingue una storia da un’altra e ne fa letteratura. Il fiato universale che la pervade. “Come facevi tu a sapere tutto questo? Tu che di me sai così poco?“.

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