Andrea Pomella: “Anni Luce” (2018) – di Maurizio Fierro

“Ciao, è un sollievo dopo tanto tempo. Magari alla soglia dei cinquanta ci incontriamo. Ti seguo, scrivi di più, sono un tuo lettore. A presto”. “Anni Luce”, ADD editore, parte da qui, da queste frasi ricevute dallo scrittore Andrea Pomella alla soglia dei quarantatre anni. Frasi scritte da Q, un vecchio amico che si fa vivo dopo un silenzio durato oltre vent’anni. Frasi che gli permettono di prendere carta e penna per invertire la freccia del tempo e raccontare della giovinezza, e dell’estate grunge dei suoi vent’anni, quando tutto era bianco o nero, prima che arrivasse l’attuale grigio, il posto dove si mettono il bianco e il nero perché rimangano tali, osservandoli con lo struggimento della nostalgia. La scrittrice Nadia Terranova propone nella “sporca dozzina” del Premio Strega 2018 questo bel romanzo che si muove disinvoltamente fra il saggio, l’autobiografia e l’opera di narrativa. D’altra parte, la commistione tra generi pare essere molto apprezzata, fra i giurati, se è vero che “Il desiderio di essere come tutti”, di Francesco Piccolo, si è aggiudicato il primo premio nel 2014, e anche “Anni Luce” non sfugge a questa ricetta. Se lo Zeitgeist che aleggia in tutte le 160 pagine del libro è il nulla contrapposto alla contaminazione borghese (“sfuggo allo squallore di una società che non apprezzo, e mi invento uno squallore tutto mio, in una sorta di “anestesia che ci destituisse dal presente”), è l’incontro con il grunge, con i Pearl Jam di Eddie Vedder e, nello specifico, il loro primo disco, “Ten”, (di cui Andrea Pomella si appresta a scrivere un pezzo in occasione del venticinquennale della sua pubblicazione) la miccia corta che fa detonare nell’io narrante (iscritto a Lettere e “che trascorreva le giornate vagando in solitudine lungo i viali della Sapienza, o seduto sulla scalinata della facoltà a leggere i poeti della beat generation e i romanzi di Henry Miller”) l’esplosione dei ricordi della sua gioventù ribelle. Un album, “Ten”, che fu come “un treno che travolse la mia giovinezza”. Quindi il grunge: una sorta di iconoclastia che distilla pensieri contromano, un movimento che, partito da Seattle tra la fine degli anni Ottanta e i primi Novanta, “sconvolse il mondo della musica scatenando l’ultima, grande fluttuazione della storia del rock, prima dell’attuale glaciazione”; un po’ come raccontare il mondo attraverso un attrito costante, senza mediazioni e senza menzogne. Il grunge (lo stile grunge, il vivere da grunge) è il punto di completa condivisione, il silicone filosofico che sigilla l’amicizia ad alta gradazione alcolica fra l’io narrante e “il compagno di sbronze, l’amico, il viaggiatore, il chitarrista geniale, il folle, il saggio, l’esagerato, l’imprevedibile, il lunatico Q”, un tizio che lavora in un distributore sulla via Olimpia, suona la chitarra da Dio e ”vive in un campo mentale di completa anarchia”. Un tizio che gli fa conoscere i Pearl Jam, permettendo all’autore di far diventare “Ten”, Vs.” e “Vitalogy”, “la santa trinità della mia giovinezza”. Formano una band, e vivono un po’ come rabdomanti della vita e, in quanto tali, senza logica, conducendo una vita stretta fra l’ottundimento di un dolore incompreso e la disperazione per un futuro senza speranza. È il distacco dalla generazione dei padri, quella raccontata da Pomella, padri ridotti a tristi simulacri di una cultura politica ormai defunta; ma è un distacco anche dalle mandrie di tipi che attraversano la città per andare al lavoro, in forma di greggi belanti… no, via da tutto questo, lontano da quelle transumanze, e lontano anche dai propri fallimenti familiari, con padri scomparsi e madri troppo indaffarate e distratte per capire, un po’ come nella storia raccontata in Jeremy, la sesta traccia di “Ten”. In questa sorta di autoesilio, il grunge diventa l’elegia perfetta di una generazione dolente e devastata, “una filosofia di vita ribelle, pessimista, che aveva come unico sfogo la pulsione suicida”. Insomma, la depressione come arma, perché “la depressione non è mai una resa, ma una forma di resistenza”. Le serate passate insieme a Q e ai suoi improbabili sodali, Sasquatch, Cico e Squama (tre tossici da acido che per l’io narrante sono la “personificazione degli eroi beat degli amati romanzi on the road”) diventano allora la rappresentazione plastica di una tensione ad abdicare dall’esistenza quotidiana… e le nottate trascorse subendo la fascinazione della vita di strada, dormendo sotto i ponti o nei parchi, sono l’istantanea della Roma grunge di quegli anni, con quel modo diagonale di godersi la vita tracannando Major Martin “finché i lampioni si spegnevano, e i raggi penetranti del primo sole si levavano raddolcendo la luce del mattino”. Perché se “la noia è la prima immagine della morte”, come annotava Gilbert de La Fayette, allora meglio ubriacarsi e stordirsi come se non ci fosse un domani, in un orizzonte a precipizio. Poi arriva il momento del viaggio, il classico topos letterario che, da Goethe a Jack Kerouac, funge da rito di passaggio indispensabile per diventare adulti. Un po’ fuga, un po’ iniziazione alla vita. Estate 1995: un abbonamento Interrail, e un percorso di undicimila chilometri per scoprire che il luogo ideale è in realtà un “movimento”, “un andare”. Gran Bretagna, Irlanda, Francia, Belgio, Lussemburgo e Olanda, il viaggio perfetto con il compagno ideale, Q, e la musica ideale, quella dei Pearl Jam, “alla ricerca della cura miracolosa e definitiva per le nostre anime inquiete: diventare dei perfetti suonatori di strada”. I due amici fuggono da Roma mettendo in atto i loro propositi libertari e vivendo da autentici grunge la loro stagione grunge, per poi farvi ritorno e, in una sorta di salto quantico, scoprire una città aliena: “la mia città non mi era sembrata mai così falsa, un bluff per stranieri in vacanza”. Un segnale, a cui segue un piccolo incidente stradale notturno, che rappresenta il momento in cui, riflette ora Pomella, “era sfumata la nostra giovinezza, perché da quella notte Q e io smettemmo con l’affossante tristezza degli sballi al tramonto (…) e da lì a poco noi due non ci saremmo più rivisti, e così sarebbe stato per tutti gli anni a venire”. Perché, in fondo, non c’è mai una ragione quando qualcosa finisce. È così, punto. Poi quelle righe di Q, dopo vent’anni, e la puntina del disco dell’esistenza che va a ritroso. Ricordi. “La gioventù, con la precisa cognizione della sua caducità, e col terribile inganno che essa cela e che consiste nel tramutare ogni cosa in un ricordo sfuggente”. Già: la gioventù… ché quando poi ti volti a scrutarla, sembrano trascorsi “Anni Luce”, ma che invece è sempre dentro di te, magari in forma di spleen, e “basta ascoltare il riff e l’urlo di chitarra di Eddie che apre Alive, per far sì che il tempo acceleri a ritroso (…) nell’attesa di un ultimo atto che deve ancora compiersi”. È un gran bel libro, “Anni Luce”. Non so se entrerà nella cinquina dello Strega. La ADD è una piccola realtà indipendente di Torino, fuori dall’inner circle editoriale che conta… ma che importa. Andrea Pomella, che poi diventa l’impiegato che non voleva essere, riflettendo su quegli anni ci restituisce il suo periodo grunge con una sensibilità rara e una scrittura ricca, ricercata, ma nello stesso fluida e sincera. Erano gli anni Novanta. Sembra trascorsa un’era geologica…“Anni Luce”.

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