Andrea Chimenti canta Giuseppe Ungaretti: “Il Porto Sepolto” (2001) – di Francesco Picca

L’azzardo di comprimere una carriera artistica in alcune migliaia di battute rischia di configurare il reato di presunzione con l’aggravante della premeditazione. Nel caso di Andrea Chimenti la pena conseguente, qualunque pena, non potrebbe nemmeno essere congrua. Pertanto abbiamo convenuto di dialogare sul come la sua voce abbia sempre ricercato nuovi ambiti espressivi e su come lui abbia spesso lasciato spazio alla composizione musicale scandagliando il teatro, la poesia e persino le produzioni televisive. Ed è proprio attorno alla sua voce, raro esempio di limpidezza ed eccellente padronanza tecnica, che proveremo a delineare un percorso ideale. Una voce che su queste pagine ho già avuto modo di definire “suadente”, manifestata come tale fin dall’esordio con il gruppo dei Moda nei primi anni 80.
Andrea, parliamo dei tuoi esordi. “Il mio primo concerto è stato nel capannone di una fabbrica di Arezzo insieme ai Moda. Ricordo con emozione quella serata, soprattutto il gran timore di salire sul palco. Avevamo organizzato tutto da soli portando un impianto audio che neanche sapevamo collegare. Eravamo un gruppo di amici molto affiatato e da subito, dalle prime note composte, ci accorgemmo di fare maledettamente sul serio. Avevamo messo in piedi qualche pezzo interessante e decidemmo di andare a Firenze, allo studio Gas di Checco Loy, per registrare un paio di provini. Nello studio notammo un signore piuttosto taciturno, con la barba e il sigaro; non capivamo chi fosse e cosa volesse. Solo alla fine ci disse di chiamarsi Alberto Pirelli e che stava creando un’etichetta, la IRA Records. Ci chiese se ne volevamo fare parte insieme ai giovani Litfiba. Da lì partì tutto”.
La musica dei Moda accoglieva ed esauriva le vostre idee e le rispettive inclinazioni artistiche, oppure lasciava qualcosa di inespresso? “Lasciava molte cose inespresse, perché ognuno di noi aveva la propria individualità artistica. I Moda si erano formati su un’area musicale comune, quella della scena glam anni 70 unita agli echi più contemporanei della new wave, ma spesso nascevano discussioni dettate dai gusti diversi e, a volte, dalle diverse intenzioni. Queste divergenze erano importanti perché facevano crescere il gruppo costringendoci ad una mediazione che dava vita a qualcosa di originale nella scena new wave di quegli anni. Eravamo una band estremamente democratica: tutti avevamo voce in capitolo su tutto e gli strumenti, chitarre, basso, tastiere, appartenevano all’intero gruppo. Per certi aspetti vigeva un regime comunista. Io ero particolarmente affascinato dalla musica di ricerca che faceva Brian Eno e questo mio lato non potevo esprimerlo del tutto con i Moda; ricordo che mi portavo la tastiera a casa per sfogare sonorità improponibili per il gruppo. C’era anche un altro aspetto artistico comune a me e al bassista Fabio Galavotti: il disegno. Ci eravamo conosciuti a Urbino, alla Scuola del Libro, dove frequentavamo la sezione di cinema d’animazione, ed entrambi lavoravamo in studi pubblicitari. Fabio ha firmato tante copertine musicali, tra cui molte dei Litfiba.
La carriera solista: è stata una scelta? “Diciamo che è stata una scelta dettata dalle circostanze. Io avrei continuato con i Moda, ma purtroppo le diverse tendenze interne negli ultimi tempi hanno creato una frattura. Abbiamo tentato di rimarginare alcune ferite, ma inutilmente. Un giorno ho preso la decisione di proseguire da solo. In qualche modo mi sono accollato il compito di togliere le castagne dal fuoco. All’inizio non è stato facile, mi sono sentito spaesato; mi sembrava di avere intorno il deserto e non sapevo da dove iniziare. Mi sono sentito molto solo e quella solitudine, forse, non mi ha più abbandonato. Adoro vivere la musica in gruppo, condividerla con altri musicisti, vederla crescere insieme; in tal modo ti senti più forte, più sicuro e hai sempre un metro di paragone. Da soli è tutto più difficile; gli incontri con altri musicisti sono limitati alla realizzazione del disco e alla fine rimani solo con la tua musica”.
La tua impronta vocale, la tua tecnica, hanno ricevuto l’influenza di altri artisti? “Sicuramente sì. Ci sono artisti emblematici come David Bowie, Peter Murphy, David Sylvian ma non soltanto per me, direi per l’intero periodo dark/new wave italiano e non solo. David Bowie è stato l’artista che mi ha influenzato maggiormente, in particolare con i lavori del suo periodo berlinese. Non a caso in quel periodo collaborava con Brian Eno, miscelando il pop/rock alla sperimentazione. Questa capacità di indagare ambiti così diversi, la coraggiosa volontà di cambiare riuscendo a mantenere intatto il fascino delle sue composizioni, mi attraeva fortemente e rappresentava per me un vero punto di riferimento. La musica inglese dettava forti influenze e trasportare quelle suggestioni in lingua italiana comportava una piccola rivoluzione nella musica nostrana. La mia tecnica vocale si è sviluppata sui palchi, nelle giornate di prove, come è giusto che accada per chi fa rock. Diffido fortemente di tutte quelle scuole che mirano ad insegnare il canto in ambito pop/rock. Il rock nasce in contrapposizione alla scuola e alle regole e, sebbene oggi abbia perso quella spinta rivoluzionaria iniziale, questa caratteristica rimane essenziale. In questo credo di avere un approccio punk nonostante la mia voce sia lontanissima da quel genere. Cantare rock si impara viaggiando in furgone e stando sui palchi, ma siamo in un mondo che tenta di omologare sempre tutto, spegnendo peculiarità e anima”.
Hai avuto molte collaborazioni: Mick Ronson, David Sylvian, Gianni Maroccolo, Steve Jansen, sono solo alcune. “Ho avuto molta fortuna con le collaborazioni, perché si sono sempre realizzate congiunzioni e interessanti incontri artistici. I quattro nomi che hai riportato hanno lasciato un segno, ma la lista è lunga e non riguarda solo l’ambito musicale. Lavorare con Mick Ronson, chitarrista e produttore di David Bowie e Lou Reed, è stata un’esperienza forte. Insieme agli altri Moda abbiamo condiviso con lui un appartamento a Torino durante le registrazioni; è diventata un’esperienza non solo musicale, ma anche di vita. La cosa che mi ha lasciato maggiormente Ronson è stata la sua lezione di umiltà: lui, nell’olimpo della musica, veniva dagli Stati Uniti a suonare e a produrre un piccolo gruppo italiano, con l’entusiasmo di chi la musica la fa per vocazione e per amore. Questo atteggiamento l’ho riscontrato più frequentemente negli inglesi che non negli italiani: un inglese dà importanza al contenuto della tua musica, non alla tua fama. Così è stato anche con David Sylvian, con Steve Jansen e, ultimamente, con David Jackson (Van Der Graaf Generator) per il mio nuovo disco in uscita. Gianni Maroccolo è un combattente e, parte della nostra storia, si è intrecciata in produzioni importanti”.
La tua musica ha spesso incontrato il teatro. “Questo è un ambito molto ampio, in cui ho fatto molte cose diverse. Ho iniziato musicando uno spettacolo di Fernando Maraghini per poi arrivare alla danza con Silenda, una compagnia della Normandia con cui sto collaborando in vista dell’uscita del nuovo disco. Amo la danza contemporanea, ma Silenda riesce ad andare al di là di questa con vere e proprie performance. Trovo che il linguaggio del corpo sia estremamente vicino alla parola; forse è la cosa che più si avvicina al verbo. È un concetto a cui sto cercando di dare uno spazio nel mio prossimo lavoro. Il Cantico dei Cantici, realizzato con Francesco Tomei e l’attrice Anita Laurenzi, e il Qohelet con Fernando Maraghini, sono stati due progetti che mi hanno aperto percorsi verso la parola di altri, concependo il progetto musicale in modo diverso, come fosse un film senza immagini. Chaka è stato uno spettacolo teatrale per la regia di Massimo Luconi che mi ha visto in veste di attore oltre che di musicista. In questo caso il mio lavoro si è mescolato a musicisti della Costa D’Avorio e del Senegal, gli Africa X, un’esperienza che si è riversata anche negli anni a seguire. In Mazal Tov mi sono trovato a cantare in ebraico all’interno di uno spettacolo di danza in costume. La musica ebraica mi ha aperto un mondo: la sua drammaticità, la sua malinconia, ho sentito che in qualche modo mi apparteneva e l’ho riversata in alcune mie canzoni successive. In campo cinematografico ho avuto alcune esperienze di stampo sperimentale con Fernando Maraghini e Erica Pacileo, ma ho anche collaborato in un cinema maggiormente conosciuto come ad esempio “Sono Pazzo di Iris Blond” (1996) di Carlo Verdone.
Parliamo dei tuoi tributi ad altri artisti. “Il tributo a Rino Gaetano era all’interno del progetto “E Cantava le Canzoni” (EMI 1993) in cui alcuni gruppi e cantanti interpretavano un brano. La mia scelta è caduta su una canzone insolita e poco conosciuta, Escluso il Cane. Ero innamorato del testo e ne ho fatto una versione completamente stravolta di cui ancora oggi vado fiero. Con la cover di Una Notte in Italia di Ivano Fossati mi sono invece tenuto più sul classico. Un tributo importante è stato quello a David Bowie, nato da un’idea di Mario Setti della NEM. Inizialmente declinai l’invito, semplicemente perché non me la sentivo di misurarmi con un mostro sacro dalle straordinarie capacità vocali. Poi Setti mi spiegò che l’idea era quella di eseguire alcune musiche di Beethoven, Prokofiev e Bowie con un quartetto d’archi (a cui si aggiunsero Francesco Chimenti al pianoforte e Davide Andreoni alla chitarra). Trovai l’idea molto bella: unire la musica di Bowie a grandi autori del passato in un progetto dove gli steccati musicali venivano abbattuti. Accettai per quella che doveva essere una data unica al Museo del Novecento di Firenze. Fu una serata magnifica cui ne sono seguite molte altre. Alla morte di Bowie, pochi mesi dopo, pensai di interrompere quel progetto; mi sembrava di approfittare di un evento tristissimo. Tuttavia, il proliferare improvviso e senza scrupoli di cover band con cantanti improbabili vestiti da Ziggy mi ha fatto ricredere e ho ricominciato a riproporre il mio tributo di vero affetto verso chi mi aveva dato così tanto, influenzando il mio percorso di autore. I live sono stati poi lavorati in studio ed è nato “Andrea Chimenti canta David Bowie” (Contempo Records 2017)”.
Nel tuo articolato percorso artistico ha incrociato anche la poesia di Ungaretti. “L’album “Il Porto Sepolto” (Soffici dischi 2001) è stata una importante tappa nel mio percorso sulla parola. Franco di Francescantonio, un grande attore di teatro purtroppo oggi scomparso, mi aveva chiamato perché gli mettessi in forma canzone una poesia da inserire in un suo recital. Ho sempre amato Giuseppe Ungaretti e così ho provato scegliendo “Vanità”. Ho messo la poesia sul pianoforte come fosse uno spartito e ho cercato una melodia su un’idea armonica. Piano piano ho capito che non si trattava di appiccicare musica a quelle parole, ma di trovarla al suo interno. Lentamente è nata la musica e poi la melodia. Ho proseguito l’esperimento con altre poesie di Ungaretti fino a ottenere il materiale per uno spettacolo e poi per un disco insieme a Massimo Fantoni e un quartetto d’archi arrangiato da Matteo Buzzanca. Con questo progetto ho imparato tanto sul rispetto della parola in una canzone. Ho dovuto chiedere l’autorizzazione alla figlia, Annamaria Ungaretti, che fortunatamente ha apprezzato il mio lavoro. È nato così uno spettacolo che porto in giro ancora oggi dopo 20 anni”.
Hai sperimentato anche la scrittura narrativa con il romanzo “Yuri”. “Avevo avuto qualche esperienza di scrittura con dei racconti brevi, ma mi martellava in testa una storia di maggiore respiro, quella di un adolescente allevato per essere depredato degli organi. È una metafora per raccontare la nuova generazione depredata del proprio futuro. Dopo tanti anni di musica in cui la parola era racchiusa in strofe e ritornelli con tanto di metrica e sintesi, ho sentito il bisogno di liberare la penna e di scrivere senza costrizioni e limiti. Così è nato “Yuri”, uscito nel 2014 per la casa editrice Zona. L’anno dopo con Soffici Dischi/Audioglobe è uscito il disco con lo stesso titolo, prodotto da mio figlio Francesco e da Davide Andreoni.
C’è un nuovo lavoro in uscita? “Negli ultimi anni la mia vita ha avuto uno sconvolgimento: mi sono trasferito a Verona e ho sposato un’artista del Tattoo che ha cambiato molti miei punti di vista. Lei, avendo un trascorso di arti performative e studi accademici, mi ha aperto spiragli importanti che inevitabilmente stanno influenzando il mio lavoro. Il nuovo disco è pronto per uscire. È coprodotto e arrangiato con Cristiano Roversi, e ci sono molte collaborazioni che ancora non voglio svelare perché spero possano essere una sorpresa”.

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