Andamarosa: “Tradizione Tradita” (2017) – di Capitan Delirio

Per tramandare un valore culturale, come tradizione vuole, bisogna tradirlo, non ci sono altre possibilità… è un concetto che hanno ben chiaro i componenti della band degli Andamarosa, ed è un concetto che è caro anche a me, come ho potuto riscontrare in ambito letterario, perché le parole tradizione e tradire hanno la stessa radice etimologica, vengono entrambe dal latino trādĕre che vuol dire, tra gli altri significati simili, tramandare, appunto. Dall’inizio dei tempi la tradizione orale ha visto modificare le storie, i racconti, da tramandare attraverso i secoli, di generazione in generazione, adattandosi ai periodi storici in cui ha vissuto di volta in volta, in qualche modo garantendo loro di sopravvivere, ma mutati nell’aspetto esteriore, quindi tradendoli. Così gli Andamarosa, come hanno deciso di chiamarsi per la bellezza del suono di questa parola inventata, in una specie di acronimo tra i loro nomi di battesimo (che vede Antonio Franciosa alla batteria, Danilo Avolio al basso elettrico, Massimo Domenicano alle tastiere, e Rosanna Di Lisio alla voce), hanno creato I collegamenti necessari a formare una catena, come quella del DNA, filamento vitale che trasmette i dati necessari a generare la vita e unire il passato e il futuro. Prendendo i brani appartenenti alle radici culturali della loro regione, l’Abruzzo, e attualizzandoli, vestendoli di nuova luce, con arrangiamenti, complessi e ben strutturati, tra Jazz e World Music. Una magia che si rinnova in ogni singolo brano di “Tradizione Tradita”, in grado di mantenere intatta la natura di valore culturale territoriale ma in un flusso di sonorità originali e scintillanti. La melodia, affidata alla voce ancestrale di Rosanna Di Lisio, fluttua tra le onde dialoganti degli strumenti, in chiave Jazz, e il risultato è pura gioia musicale per le orecchie. Il piacere rimane tale nei brani tradizionali proposti, tra cui la celebre Vola Vola Vola, Acquabelle, Tutte le funtanelle, del Maestro Guido Albanese (tra gli autori più importanti contemporanei della tradizione post Tostiana) che custodiscono inalterata tutta la giocosa vitalità degli originali. Lo stesso vale per le intensissime J’Abbruzzu, Addio Amore e Mare Maje, che ci restituiscono l’immagine di una regione aspra, dalle grandi chiusure ma con una immensa voglia di guardare lontano e aprirsi. Apertura che si realizza nei brani strumentali come Dindon e quelli composti da Massimo Domenicano, come Infinito e La Scaramouche che abbracciano culture musicali anche di altri continenti. Per l’eterogeneità espressa è difficile individuare il brano che meglio racchiude tutte le qualità di questo disco, antico e moderno insieme, con il suo sound vario ma che sa trovare la sua personalità e originalità, che sa nutrire le radici innaffiandole di nuova linfa.

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