“Andamarosa”: intervista con Antonio Franciosa – di Capitan Delirio

Nelle scorse settimane abbiamo avuto modo di recensire sulla rivista l’ultimo album della band abruzzese degli Andamarosa “Tradizione Tràdita”. Un lavoro che pur rivolgendosi verso la riscoperta di brani tradizionali assume un aspetto arioso, aperto, grazie agli arrangiamenti che spingono verso atmosfere World, Jazz, Rock, riuscendo a tramandare i valori originari della propria terra pur tradendoli. Abbiamo incontrato Antonio Franciosa, percussionista creativo e raffinato, per farci raccontare qualcosa sull’album e su di lui.
Partirei proprio dal disco e dal nome della formazione per iniziare il racconto. Ciao Antonio, avete scelto un nome bellissimo per la vostra band… cosa si cela dietro questa parola? Come nasce l’idea di mettere su un progetto del genere? E cosa ha fatto scattare la sintonia?
Andamarosa
è una parola inventata, è l’anagramma delle iniziali dei nostri nomi, ci è piaciuta anzitutto perché dava un senso di coesione e di convivenza sonora e poi perché rimandava all’idea di “andare per mare con profumi di fiori…” In realtà siamo anzitutto amici di una vita. Ci conosciamo da sempre e spesso i nostri percorsi musicali si sono incontrati in molte occasioni. Massimo Domenicano è uno straordinario pianista jazz, strutturato e maturo, elegante e creativo, vanta collaborazioni con Bepi D’Amato e Sergio Caputo. Rosanna Di Lisio è una giovanissima cantante dalle spiccate doti vocali, con un timbro riconoscibilissimo, un’ intonazione eccellente, un timing impeccabile e grande capacità improvvisativa. Danilo Avolio è bassista e contrabbassista di grande esperienza, soprattutto live, con un suono caldo e ricercato, capace di passare da un  ruolo essenzialmente ritmico ad uno invece melodico grazie ai suoi sottilissimi ricami. Io invece sono principalmente percussionista, ho studiato tecniche di percussioni mediterranee (tamburi a cornice, cajon, darbuka), africane (djembe, sabar), brasiliane e afrocubane (pandeiro. surdo, congas) per poi dedicarmi completamente alla batteria. Tra i miei maestri Arnaldo Vacca, Badù Ndjaie, Victor Lewis… A dire il vero non abbiamo pensato di creare questo progetto ad hoc, piuttosto invece è successo che durante le prove, in maniera assolutamente istintiva, abbiamo partorito le prime idee che hanno poi portato all’arrangiamento di alcuni brani popolari abruzzesi, inizialmente per puro piacere e poi, piano piano, con l’obiettivo di farne un progetto discografico vero e proprio.

Ascoltando il disco si percepisce in maniera intensa e delicata allo stesso tempo, la voglia di partire dal proprio centro gravitazionale per guardare lontano… oltre… la direzione verso la World Music forse è stata l’evoluzione più naturale?
Massimo
ha riesumato la mitica tastiera Korg M1 e i suoni hanno riportato tutti noi al fantastico periodo del jazz-rock degli anni 70/80. I mitici Weather Report e poi Napoli Centrale, Area, Stormy Six… Abbiamo quindi ricercato la convivenza di un possibile incontro  tra quelle sonorità, il jazz di alcune ballads e la canzone popolare (intesa qui genericamente come famosa) abruzzese. L’apertura del gruppo ad ambientazioni ‘world’  ha arricchito poi le trame dei brani di contenuti aperti e speziati.

Siete tutti musicisti eccezionali, ognuno al suo strumento riesce a dare davvero un tocco unico. Ho amato in particolare la voce di Rosanna Di Lisio. Tu sei un batterista e il tuo mi sembra uno stile personale e maturo… Ricco di influenze… Io, tra i batteristi fondamentali, ovviamente amo Max Roach, quali sono i tuoi punti di riferimento invece? Prima di questo progetto a cosa ti sei dedicato?
Ho iniziato a suonare con Discanto (a cui devo il ringraziamento per l’inizio di questa avventura) per poi ritrovarmi coinvolto in progetti con Rocco De Rosa (Pasquale Laino, Santi PulvirentiPino Pecorelli) Baobab international Orchestra (Stefano Taglietti, Geoff Warren), Luca Ciarla quartet (Marco Siniscalco, Luciano Biondini, Redi Hasa, Amir Skurthaj) Saba Anglana (Walter Gaeta, Mauro De Federiciis, Gabriele Pesaresi), e poi con Marco Salcito, Karl Potter, Ops.  Ho suonato, grazie a queste collaborazioni, in importanti festival italiani ed esteri (Germania, Austria, Norvegia, Danimarca, Libano…). Tra i miei idoli di sempre Alex Acuna, Paco Sery, Vinnie Colaiuta, Horacio Hernandez, Peter Erskine, Tony Williams, Nanà Vasconcellos, Glen Velez

Con tutti questi riferimenti e tecniche diverse di approccio mi viene da chiederti che rapporto hai instaurato con la batteria e come è nato il desiderio di esprimerti con questo strumento?
In realtà non è che sono diventato esclusivamente batterista, mi sento sicuramente un ibrido. Il mondo delle percussioni è affascinante perché è variegato e ti permette di viaggiare in luoghi diversi, restando sempre nello stesso. Ogni strumento a percussione ti permette di conoscere le sonorità tradizionali di molteplici luoghi geografici e di apprenderne le tecniche. Una volta apprese queste informazioni ho sentito l’esigenza di trasferire questo bagaglio di conoscenze in un nuovo percorso di tipo batteristico dove sono completamente coinvolto con tutti e quattro gli arti. In realtà qualsiasi oggetto che si presta ad una manipolazione sonora e che risuona una sua musicalità è per me interessante, trovo bello a volte anche il suono di un avvitatore o di una pompa per la bicicletta …

È questo amore per quello che vi o ti circonda che ti o vi caratterizza… come rivolgersi ai brani tradizionali… significa anche avere un profondo rispetto e attenzione per la propria terra… e analizzando le problematiche attuali ci sono ancora tante cose da risolvere. Ci sono delle criticità di cui ci vuoi parlare?
L’Abruzzo è un Territorio che soffre di svariate problematiche già di suo per diritto naturale e identità geologica, di altre di natura politica mai opportunamente risolte (come il lavoro e la pianificazione economico-sociale), di altre ancora di più recente apparizione e legate agli insediamenti industriali insalubri (energetici, chimici, produttivi…) affatto compatibili con la sua vocazione naturale. Allora oggi e ancor più domani, “Lu tembe belle della contentezza di quann’ pazziavame a vola vola” (cit. Vola Vola Vola), assume un senso diverso con l’aria densa di monossido di carbonio e anidride solforosa, con l’acqua di falda contaminata e non potabile, la cementificazione ovunque intorno, il lavoro che non c’è o che non basta, i servizi che muoiono…

Dalle tue parole mi sembra di capire che per te la musica può assumere la valenza dell’impegno sociale. Ci sono stati anni in cui la musica ha avuto anche un peso politico, pensi che si possa realizzare nuovamente?
Si c’era un periodo, soprattutto durante gli anni 70 in cui la musica e i testi di importanti artisti riuscivano ad essere micidiali diffusori di idee, di stimoli e dibattiti, ma anche di letteratura, poesia, arte e quindi cultura. La grande diffusione su scala mondiale del medium musicale in forma di successo è stata sempre  temuta dalla politica, fino a costituire un freno vero e proprio a molte manovre poco trasparenti di svariati Uomini di Stato. Anche per il Cinema valeva lo stesso discorso. Oggi il messaggio musicale che è concesso per arrivare al grande pubblico deve essere di natura sentimentale, pacatamente sociale, pacatamente impegnato e anche i gruppi e gli artisti musicali in genere si sono adeguati, forse anche perché la gente non ne vuole neanche sapere di denuncia politica. A parte alcuni rarissimi casi lo non vedo oggi una presenza nutrita di gruppi con evidente impegno, ma è comprensibile, altrimenti rischi la fame e l’emarginazione. A Napoli invece mi sembra di cogliere una tendenza opposta, gli storici 99 Posse hanno avuto l’enorme merito di resistere nella coerenza e “Cattivi Guagliune” è un capolavoro della letteratura contemporanea, ma anche Daniele Sepe e poi Clementino, Sciaone e tanti altri fino a Rocco Hunt che ormai è un divo…

Hai fatto una bella descrizione del panorama artistico disimpegnato e impegnato a livello nazionale… mi daresti allora anche una opinione al volo sulla situazione musicale italiana?
Del panorama italiano musicale in generale credo che esista un numero importante di ottimi musicisti, il livello tecnico è cresciuto a livelli incredibili, quelle che scarseggiano forse sono le idee. Per questo adoro Daniele Sepe, che sforna ogni anno un disco più bello dell’altro e che di recente ha investito su una vena ironica assolutamente esilarante, e poi Bandadriatica, il duo Hasa-Mazzotta, i sempreverdi Avion Travel.
Gran bella scelta davvero… con tutti questi ascolti così densi di influenze forse vi è venuto in mente di creare qualcosa di nuovo? Stai o state lavorando ad altri progetti?
Per quanto riguarda il futuro stiamo lavorando sul prossimo disco di  Andamarosa, siamo già ad un buon punto di arrangiamento dei brani che questa volta saranno tutti inediti autoprodotti. Siamo già gasatissimi per quello che sta venendo fuori e le idee per fortuna sono abbondanti e interessanti. Il termometro della produzione è dato dal livello di divertimento con cui ci ritroviamo a provare, e adesso siamo davvero in fase positiva.

Grandioso, non vedo l’ora di ascoltare il nuovo lavoro… e in ultimo, per salutare, una domanda che faccio sempre a tutti gli artisti che intervisto… cosa speri per questo disco e cosa speri che il pubblico ci trovi?
Del disco “Tradizione tràdita” siamo già molto contenti, ancora oggi continuano ad arrivare ottime critiche soprattutto da musicisti di gran valore. In molti ci dicono che il disco rappresenta un approccio forse unico alla musica popolare e che ha delineato contemporaneamente uno stile nuovo, imitabile e perseguibile. L’unico mio rimpianto è di averlo registrato in un giorno e mezzo…

Grazie Antonio per questa interessantissima chiacchierata e a presto
Un grande ringraziamento lo facciamo noi (Andamarosa) alla rivista Magazzini Inesistenti perché oggi trovare qualcuno disposto a parlare di una realtà come la nostra è davvero difficile, se poi lo si fa con grande competenza allora è proprio una grande fortuna.

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