Anatole Litvak: “La fossa dei serpenti” (1948) – di Maurizio Fierro

La prima a denunciare le inumane condizioni di vita nei manicomi è stata Nellie Bly, pseudonimo di Elizabeth Jane Cochran, giornalista investigativa che, fingendosi una rifugiata afflitta da paranoia, nel 1887 si fa rinchiudere per dieci giorni nella famigerata struttura di internamento dell’isola di Blackwell, nell’East River di New York, allo scopo di scoprire e denunciare le condizioni di vita delle donne ricoverate, esperienza dapprima pubblicata in un articolo apparso sul New York World, il quotidiano a lungo diretto da Joseph Pulitzer, poi in “Ten Days in a Madhouse”, libro testimonianza che desta scalpore e che ha il merito di consentire uno stanziamento di un milione di dollari per apportare una riforma degli istituti di igiene mentale, specie riguardo i reparti sovraffollati dove gravitano gli incurabili, i cosiddetti “snake pit”, con centinaia di pazienti e poche decine di medici. Già: snake pit, perché secondo una credenza medievale, che immagina un principio di azione e reazione sui generis, un luogo capace di far impazzire un sano (come essere abbandonato in una fossa gremita di serpenti) produrrebbe l’effetto opposto per un malato di mente. Se nel 1946 un reportage dal titolo “Our Mental Hospitals: a National Disgrace”, apparso sul Life Magazine a firma del giornalista Albert Q. Maisel, ripropone l’urgenza della questione, è grazie a una scrittrice dell’Indiana, Mary Jane Ward, che la vergogna per i soprusi e le violenze perpetrate sui pazienti dei manicomi investe il grande pubblico. In quell’anno Mary Jane Ward pubblica infatti il romanzo autobiografico “The Snake Pit”, che narra la sua drammatica esperienza presso l’istituto psichiatrico Orangeburg di New York, struttura presso la quale trascorre un periodo di degenza a seguito di un esaurimento nervoso frettolosamente diagnosticato come schizofrenia. Il clamore suscitato del romanzo attrae l’attenzione del regista e produttore ucraino Anatole Litvak, che decide di trasporre la storia su grande schermo, facendo interpretare il personaggio di Virginia Stuart Cunningham (la stessa Ward nella finzione filmica) alla diva hollywoodiana Olivia de Havilland, famosa per aver vestito i panni di Melania Hamilton in “Via col vento”. Il traliccio narrativo segue le peripezie di Virginia, una donna che, dopo aver perso la memoria, ridotta a un puzzle dalle tessere impazzite, e il contatto con la realtà, viene condotta in una clinica per malattie mentali dal marito Robert. Il regista dipinge lo sconvolgimento del mondo della protagonista che da ospitale si fa inospitale e gli occhi sgranati, allarmati e smarriti di una magistrale Olivia de Havilland riflettono il vuoto caotico del buco nero in cui sta precipitando. Presa in cura dal dottor Kick (interpretato da Leo Genn), attraverso un rapporto empatico basato sul colloquio clinico, un rapporto paritario, che oltrepassa la gerarchia medico/paziente (il dottore non indossa il camice bianco), lo psichiatra riesce a far emergere allo stato conscio il rimosso di Virginia: nella fattispecie un’infanzia priva di amore a causa della prematura scomparsa del padre e della disfunzionale presenza di una madre anaffettiva. I miglioramenti del suo equilibrio nervoso le consentono di trovare posto in un reparto migliore, dove però Virginia subisce le angherie di Davis, un’infermiera crudele che, vanificando i precedenti progressi, costringe il dottor Kick a ricominciare da capo. Il confinamento di Virginia nel reparto 33, la famigerata “fossa dei serpenti”, non sembra presagire nulla di buono ma, inaspettatamente, l’esperienza produce un insperato effetto terapeutico, e i semi lanciati dalle lunghe “chiaccherate” con il dottor Kick germogliano in un percorso di autocoscienza che permette a Virginia di comprendere la natura irrazionale delle sue paure e dei suoi sensi di colpa. Candidato a cinque premi Oscar, “La Fossa dei Serpenti” (The Snake Pit 1948) si aggiudica solo quello per la colonna sonora di Alfred Newman, riuscendo però nell’intento di centrare un altro obiettivo “da Oscar”: offrire una visione realistica del disturbo mentale all’interno dell’universo concentrazionario del manicomio. Un panorama senza orizzonte in cui l’orrore della realtà cerca un punto di equilibrio fra il trasporto emotivo e un supposto nitore scientifico. È un focus sulla realtà del frenocomio alla fine degli anni Quaranta quello del Anatole Litvak, dove il ricovero, prendendo le distanze da qualsiasi sospetto di anormalità, altro non è se non un internamento coatto volto ad allontanare dalla società elementi potenzialmente pericolosi, senza alcun piano terapeutico di riabilitazione e reinserimento sociale, perché poco o nulla è cambiato dai tempi delle “navi dei folli” descritte da Foucault che, a partire dal declinare del Medioevo, criminalizzando la follia, preparano la segregazione dei manicomi teorizzata dalla genesi della psichiatria punitiva. Evitando facili enfatizzazioni, Litvak raffigura la malattia mentale in modo asciutto ma nello stesso tempo visivamente potente, e la sincerità del suo sguardo è come una luce pietosa che illumina la realtà. Cambiando le regole di ciò che era quasi universalmente accettato e personificando il cambiamento, il dottor Kick ripudia la consuetudine terapeutica che dimentica il fine per decuplicare i mezzi, siano essi bagni bollenti, terapie idriche, camicie di forza e sedute di elettroschok e, il suo approccio compassionevole basato sul dialogo, evoca quello del “vero” dottor Kick, che fuori dalla fiction ha le sembianze di Gerard Chrzanowski, uno dei primi psichiatri a utilizzare la psicanalisi nella cura della malattia mentale, con un approccio più umanistico e progressista. Sì, perché qualcosa sta finendo insieme alla crudeltà dell’infermiera Davis, ideale personificazione della forza antagonista e conservatrice dello status quo e del freddo distacco del personale medico e paramedico, tipico di una psichiatria obsoleta. Qualcosa di nuovo sta iniziando con il dottor Kick, in un percorso di lenta emersione del rimosso individuale che è anche metafora di quello di un intero Paese. Perché poi è una piccola coscienza fatta cinema, quella risvegliata da Litvak, plasticamente rappresentata dai piccoli gesti e dal dialogo amorevole e accudente di uno psichiatra convinto che il non ancora sia pure il già, e nel cui sorriso si impressiona l’istantanea che è la morale metanarrativa del film: prendersi cura, che è cosa altra dal prendere in cura.

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