Little Feat: “A Apolitical Blues” (1972) – di Bartolo Federico

Il rock è come uno sbuffo di vento dentro la nebbia. L’innocenza perduta. Ma anche il coraggio, quel coraggio di andare fino in fondo alle cose. Attraversai la stanza e rimasi fermo davanti alla libreria, mi chinai nella fila sottostante dei dischi e scartabellai le copertine. Trovai degli spartiti per chitarra infilati in una custodia, e un vecchio disegno che ritraeva lo strano profilo di un uomo con un buffo naso. Il vento fece cigolare le finestre. Mi versai qualcosa da bere in un bicchiere a palla, e me ne stetti assorto seduto sul divano. Bere alle volte migliora la visione delle cose. Non appena accesi lo stereo A Apolitical Blues dei Little Feat s’infilò dentro la stanza graffiando e dondolando, e lo fece poco prima che quella mezza luna gialla sparisse dalla mia visuale. “Ho il blues apolitico, il più terribile dei blues. Ci sono posti perfetti per certo rock’n’roll. Come quegli hotel che sorgono nelle zone malfamate delle città, che hanno camere con le crepe nel tetto, e porte fatiscenti. Luoghi abitati da fuggiaschi di ogni risma, ma anche da scrittori e romantici dal cuore gracile, come lo fu il Willie Nile dell’esordio (1980) e di “Golden Down” (1981), due dei miei dischi preferiti di sempre. Un songwriter Nile influenzato da Springsteen e Tom Waits, che sotto la luna vagabonda di una New York deserta suona un rock poetico, elettrico e spigoloso. Quando apparve fu come una nuova luce nel cielo secco e nero, per quegli angeli vagabondi che girano la notte in cerca di un po’ di calore, e che al mattino non ricordano mai quel che hanno fatto. Posti perfetti quei motel per far venir fuori canzoni dure e piene di dubbi, ma anche ballate tenere e appassionate rivolte a chi non ha smesso di sognare.
Mentre la pioggia batteva sui tetti delle case, andai in bagno e con l’acqua gelida mi lavai la faccia. Dalla finestra osservai il cielo farsi ancora più scuro, mentre dallo stereo la voce di Lowell George attaccò Dixie Chicken. Alle volte certi dischi rispecchiano il tuo stato d’animo, altri ti spingono verso le tue radici. Con i Little Feat sono diventato adulto, e ci ho regolato un sacco di conti interiori. Nei giorni in cui anch’io mi sono alzato al mattino con la gola raschiata dalle troppe sigarette, e un freddo nelle ossa che non se ne andava in nessuna maniera. Quelle canzoni sembrano ancora possedere la chiave della serratura. Non sai mai il perché questo accada ma serpeggiando, sterzando e stridendo, sanno come arrivare in cima alle scale del tuo cuore. “Sailin’ Shoes” (1972) e “Dixie Chicken” (1973) suonano quel blues&roll maledetto, che ti fa tremare come una foglia nel buio della notte. Ha con sé quel furibondo richiamo della strada che con le sue speranze e i suoi desideri, conficca gli speroni nella profondità della tua anima. Hanno il ritmo dello sferragliare dei treni, e il sapore delle cose perdute… come se tutto il sangue caldo del Mississippi, scorresse dentro il corpo di Lowell George. Poi, quando arriva Roll Um Easy, una di quelle ballate dolenti e drogate di romanticismo mistico, i falliti del mio stampo sentono di non essere soli.
Il loro doppio album, “Waiting For Columbus” del 1978 registrato al Rainbow Theatre di Londra, resta ancora oggi un disco che sta sul podio dei migliori album degli anni settanta, uno di quei live che se non lo hai mai ascoltato, ti sei davvero perso qualcosa nella vita. Sul palco i Little Feat suonano stirando le versioni dei loro classici in maniera emozionante. Quello che viene fuori è una musica solida, diretta, e mai troppo innocente, come non lo è mai il blues e la malinconia. Nonostante tutto questo tesoro musicale, Lowell George è uno di quei musicisti di cui si parla sempre troppo poco… e non c’è peggio di un agonia troppo lunga, per finire del tutto dimenticati. Con l’età che avanza sono diventato debole e vulnerabile, come lo era Lowell quando devastato dai suoi vizî, nel 1979, pubblicò quel bellissimo disco solista che è “Thanks, I’ll Eat It Here” ma si era spinto davvero oltre per riuscire a venirne fuori integro. Nel maggio di quello stesso anno un attacco cardiaco si portò via un uomo sincero e vero, un musicista eccellente, un bambino sperduto nella grande terra desolata del rock’n’roll, che sapeva scrivere grandi canzoni con gli occhi e il cuore pieni di pioggia, e l’inquietudine cucita nell’anima. È una strada faticosa quella del rock. Non basta avere una voce o sapere suonare in maniera iperbolica il proprio strumento. Ci vuole passione, lo splendore di un rigagnolo, la visione di un risveglio, qualcosa che brucia, che cade a pezzi dentro di te. Per suonare il rock’n’roll ci vogliono uomini pieni di paura, che come granelli di sabbia sanno riempire la vita di chi li ascolta.

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