“Anarchico Blues” – di Bartolo Federico

Il rock è come uno sbuffo di vento dentro la nebbia. L’innocenza perduta. Ma anche il coraggio, quel coraggio di andare fino in fondo alle cose. Attraversai la stanza e rimasi fermo davanti alla libreria, mi chinai nella fila sottostante dei dischi e scartabellai le copertine. Trovai degli spartiti per chitarra infilati in una custodia, e un vecchio disegno che ritraeva lo strano profilo di un uomo con un buffo naso. Il vento fece cigolare le finestre. Mi versai qualcosa da bere in un bicchiere a palla, e me ne stetti assorto seduto sul divano. Bere alle volte migliora la visione delle cose. Non appena accesi lo stereo A Apolitical Blues s’infilò dentro la stanza graffiando e dondolando, e lo fece poco prima che quella mezza luna gialla sparisse dalla mia visuale. “Ho il blues apolitico, il più terribile dei blues” Ci sono posti perfetti per certo rock’n’roll. Come quegli hotel che sorgono nelle zone malfamate delle città, che hanno camere con le crepe nel tetto, e porte fatiscenti. Luoghi abitati da fuggiaschi di ogni risma, ma anche da scrittori e romantici dal cuore gracile, come lo fu il Willie Nile dell’esordio (1980) e di “Golden Down” (1981), due dei miei dischi preferiti di sempre. Un songwriter Nile influenzato da Springsteen e Tom Waits, che sotto la luna vagabonda di una New York deserta suona un rock poetico, elettrico e spigoloso. Quando apparve fu come una nuova luce nel cielo secco e nero, per quegli angeli vagabondi che girano la notte in cerca di un po’ di calore, e che al mattino non ricordano mai quel che hanno fatto. Posti perfetti quei motel per far venir fuori canzoni dure e piene di dubbi, ma anche ballate tenere e appassionate rivolte a chi non ha smesso di sognare. Mentre la pioggia batteva sui tetti delle case, andai in bagno e con l’acqua gelida mi lavai la faccia. Dalla finestra osservai il cielo farsi ancora più scuro, mentre dallo stereo la voce di Lowell George attaccò Dixie Chichen. Alle volte certi dischi rispecchiano il tuo stato d’animo, altri ti spingono verso le tue radici. Con i Little Feat sono diventato adulto, e ci ho regolato un sacco di conti interiori. Nei giorni in cui anch’io mi sono alzato al mattino con la gola raschiata dalle troppe sigarette, e un freddo nelle ossa che non se ne andava in nessuna maniera. Quelle canzoni sembrano ancora possedere la chiave della serratura. Non sai mai il perché questo accada ma serpeggiando, sterzando e stridendo, sanno come arrivare in cima alle scale del tuo cuore. “Sailin’ Shoes” (1972) e “Dixie Chichen” (1973) suonano quel blues&roll maledetto, che ti fa tremare come una foglia nel buio della notte. Ha con sé quel furibondo richiamo della strada che con le sue speranze e i suoi desideri, conficca gli speroni nella profondità della tua anima. Hanno il ritmo dello sferragliare dei treni, e il sapore delle cose perdute… come se tutto il sangue caldo del Mississippi, scorresse dentro il corpo di Lowell George. Poi, quando arriva Roll Um Easy, una di quelle ballate dolenti e drogate di romanticismo mistico, i falliti del mio stampo sentono di non essere soli. Il loro doppio album, “Waiting For Columbus” del 1978 registrato al Rainbow Theatre di Londra, resta ancora oggi un disco che sta sul podio dei migliori album degli anni settanta, uno di quei live che se non lo hai mai ascoltato, ti sei davvero perso qualcosa nella vita. Sul palco i Little Feat suonano stirando le versioni dei loro classici in maniera emozionante. Quello che viene fuori è una musica solida, diretta, e mai troppo innocente, come non lo è mai il blues e la malinconia. Nonostante tutto questo tesoro musicale, Lowell George è uno di quei musicisti di cui si parla sempre troppo poco… e non c’è peggio di un agonia troppo lunga, per finire del tutto dimenticati. Con l’età che avanza sono diventato debole e vulnerabile, come lo era Lowell quando devastato dai suoi vizî, nel 1979, pubblicò quel bellissimo disco solista che è “Tanks, I’ll Eau It Here” ma si era spinto davvero oltre per riuscire a venirne fuori integro. Nel maggio di quello stesso anno un attacco cardiaco si portò via un uomo sincero e vero, un musicista eccellente, un bambino sperduto nella grande terra desolata del rock’n’roll, che sapeva scrivere grandi canzoni con gli occhi e il cuore pieni di pioggia, e l’inquietudine cucita nell’anima. E’ una strada faticosa quella del rock. Non basta avere una voce o sapere suonare in maniera iperbolica il proprio strumento. Ci vuole passione, lo splendore di un rigagnolo, la visione di un risveglio, qualcosa che brucia, che cade a pezzi dentro di te. Per suonare il rock’n’roll ci vogliono uomini pieni di paura, che come granelli di sabbia sanno riempire la vita di chi li ascolta. Viviamo in un mondo dove si adorano le menzogne. Popolato da gente che si contraddice, e che sputa su qualsiasi cosa volti loro le spalle. Un mondo smarrito. Ci vuole molta pazienza per attraversarlo… ma la vita per questo ti allena ogni giorno. Nel 1974 Nick Drake morì per un’overdose di Typatasol un antidepressivo, così affermò l’autopsia. Ma forse fu soltanto il suicidio di un ragazzo che ascoltava silenzioso il ronzare del giorno che guardava il mondo con stupore e perplessità, con quegli occhi chiari che ormai erano diventate fessure troppo strette. La depressione è un’arma micidiale, e nella stanza di Nick filtrava da ogni angolo pronta a balzargli addosso in qualunque momento. Raccatta sempre una manica di matti il rock’n’roll, come i Modern Lovers, quattro fanatici ammiratori dei Velvet Underground e del rock anni 50. Il loro primo disco, “The Modern Lovers”, venne registrato nel 1973, prodotto da John Cale e vide la luce nel 1976, con etichetta Beserkley Records. Era di colore nero con scritte blu. Roadrunner era la prima canzone del disco, e suonava senza tregua nel juke-box della boutique di Malcolm McLaren. Fu adottata dal gruppo dei Sex Pistols prima che il loro “Never Mind The Bollocks”, con il suo fragore, scompigliasse il mondo del rock. Si sa che la giovinezza è un lusso e quando si è turbolenti e colmi di talento come quei ragazzi, può capitare di tutto. Col senno di poi, converrebbe a tutti noi giocarselo meglio quel tratto di vita. Nel 1974 i Modern Lovers non esistevano più, si erano già sciolti come neve al sole, per i soliti motivi per cui litiga una rock’n’roll band. Così, quando nel 1976 quel vinile arrivò nei negozi di dischi, tutti gli elementi della band erano già impegnati su nuove strade, con altri sogni sotto il cappello. Jerry Harrison si era trasferito nei Talking Heads, David Robinson aveva formato i Cars, Ernie Brooks sbarcava il lunario suonando nelle band di Elliott Murphy e David Johansen. Jonathan Richman  e i suoi amici, nel 1973, giocando a fare le stelle, scivolarono e svanirono per sempre nel dimenticatoio. Quando si è giovani si è troppo distratti, ingenui, e coglioni e non si sa che le cose possono cambiare bruscamente, in modo repentino e irrecuperabile. Tutti vogliono aver successo con la propria arte, pure i Moden Lovers che suonavano canzoni torbide, anfetaminiche, spiazzanti e convulse, che alle volte ruotavano anche su un solo assillante accordo, cercavano la popolarità; ma con canzoni che ti fanno barcollare e cadere verso l’ignoto, avvolte dentro atmosfere che tinteggiano la parte oscura della vita, non si va troppo lontano nelle classifiche di vendita… ma fu per quel suono rudimentale, noir e disadorno che negli anni a venire i Modern Lovers, diventarono fonte d’ispirazione per una miriade di band che attraverseranno i sotterranei del rock. Dalle Violent Femmes, ai Feelies, passando per i Minutemen, Pavement, Sonic Youth, Died Pretty, Jazz Butcher, Sebadoh, Gang Of Four, Pere Ubu e molti altri ancora. Tutti loro devono qualcosa a Jonathan Richman, se non altro perché questo ragazzo si è sempre rifiutato di fare parte di quel sistema usa e getta, caro all’industria discografica. Troppo duro e puro per diventare un mostro da adorare. Senza volerlo in un giorno qualunque, è andato tutto a puttane. La musica è tutto quello che ci resta. La nostra energia vitale. Se non altro non ti giudica mai. I tempi cambiano mi hanno detto, ma io non sono sicuro neanche di questo. La musica deve rimanere libera di brancolare nel buio, di contorcersi, perdere l’equilibrio, cadere e rialzarsi. Quando mi svegliai la luce fuori era ancora grigia, e la stanza silenziosa. Il mio cane mi ha visto muovermi e, battendo la coda, si è avvicinato leccandomi il viso. Mi sono alzato e ho messo la caffettiera sul fuoco. Dopo ho acceso lo stereo, e ho fatto partire una canzone che mi era tornata in mente nella notte. Frankie Teardrops dei Suicide. Dalla finestra adesso entrava un pallidissimo sole. S’incontrarono a New York nel 1971 al Project, un locale d’avanguardia culturale, Alan Vega e Martin Rev. Il primo è uno scultore, il secondo un musicista jazz. Il rock’n’roll, musica che abbatte ogni barriera, fece il miracolo di metterli insieme. Volevano fare una rivoluzione quei due, mettere gli uni di fronte agli altri. Cantavano la paura della guerra, le psicosi della vita quotidiana, le nevrosi, e la rabbia. Con un sintetizzatore, un piano, e un organo suonati da Rev, e il canto spettrale e schizzato di Vega. Il duo esordisce nel 1977 con un disco che è il più triste dei dischi punk di quel periodo. Frankie Teardrops” è una sorta di Sister Ray dei Velvet Underground, un pezzo angosciante che parla di un operaio che spara alla moglie e al suo bambino, prima di uccidersi. Finalmente la “pop art” guardava la classe operaia, e quelli che avrebbero voluto una vita meno domestica. Gente pronta a scappare da qualunque parte del mondo, se non avesse avuto una fifa da morire. Senza chitarra e batteria quest’esordio resta a mio parere il più futuristico, il più folle, dei dischi che ho sentito e amato. Ci sono cose cui solo noi possiamo rispondere… ma bisogna continuare a sognare, in un modo o nell’altro.

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