Amyl and The Sniffers: “Comfort to me” (2021) – Francesco Picca

Recensire qualcuno o qualcosa, in campo musicale come in ogni altro ambito artistico, include l’esercizio sciropposo di definire, di inquadrare, di escludere di là per inserire qua. È una gran fatica, sempre e comunque. Forse l’errore originario sta proprio nella pretesa di “recensire”. L’espressione artistica è un moto disordinato che sfugge alle regole fisiche e metafisiche, che al più le influenza. Vi sono artisti, poi, che per estrazione e per indole, più degli altri sfuggono a qualunque tentativo di classificazione. È sicuramente questo il caso di Amy Taylor e dei suoi amici Sniffers, una banda di ragazzacci capeggiata da un grillo biondo di quaranta chili scarsi che sarebbe in grado di alterare il sonno e la coscienza di chiunque. I paletti dello steccato ideale entro cui provare a tenere un po’ ferma Amy sono stati tinteggiati con i colori smunti delle solite definizioni: qualcuno ha intravisto un “faresopra le righe, al limite dell’oltraggio, come nella migliore tradizione punk e post-punk; qualcun altro ha fotografato uno sfogo poderoso con tutta la sintomatologia caratteristica di una rissa hardcore; altri ancora, invece, hanno riconosciuto un certo impegno sociale, persino una genuina vena intimista.
E’ più che ovvio considerare che la musica di Amyl sia figlia di culture e sottoculture; ma parlare ancora di “generi” lo ritengo ormai fuori da ogni tempo. Chiedere di esibire i documenti a un artista è questo, si, un oltraggio. L’irruenza dissacrante nelle partenze all’attacco di ogni battuta, l’estrema naturalezza esecutiva, persino una certa pulizia delle note e della voce, sono questi i solchi entro i quali si muove tutto l’album, senza nessun’altra regola o forzatura. I rimandi, i richiami, gli omaggi cosi come anche le contaminazioni, sono tutti fattori secondari che non deviano dai contenuti e non distraggono dall’ascolto. Per nulla schiacciata dalla responsabilità del ruolo di frontwomen, Amy si prende sulle spalle il gruppo e lo conduce lungo le tredici tracce di “Comfort to me” (Rough Trade 2021). Mezz’ora di rincorse veloci, tredici tracce tutte compresse tra i due e i tre minuti nelle quali si condensano molti temi e molte riflessioni, molti di più dei mille dubbi che avevano invece infarcito i testi dell’omonimo album di esordio nel 2016.
“Non sto cercando guai, sto cercando l’amore” è lo spunto di Security, versi innestati in un video che accompagna la danza frenetica di Amy tra i marmi di un cimitero di campagna ingrigito dal tempo. Il tempo che ritorna come tema in Hertz con “Te lo dico io, il tempo non è lineare”, in una dichiarazione d’amore che è soprattutto una richiesta di amore, amore incondizionato, sotto gli occhi di una comunità che finalmente, per una volta, guarda senza giudicare e che, anzi, annuisce e approva, dimostrando comprensione e accettazione. Le liriche sono più curate, più chiare, più precise nel trattare anche tematiche sociali e politiche, figlie delle lunghe riflessioni e degli inevitabili approfondimenti stimolati dalla pausa pandemica vissuta in Australia. La vita ha mille implicazioni, ma lo spirito deve essere sempre quello che guarda a “l’esistenza per il gusto di esistere”, come recita Capital.
Sembrerebbe che ci sia una sorta di resa rispetto al muro dell’autorità, rispetto a quella “istituzione delle regole” mai riconosciuta sino a ieri, ma soltanto combattuta con arroganza e strafottenza, senza alcun margine di dialogo. Se non è una resa è sicuramente un ammorbidimento, passo necessario per la pretesa ad essere ascoltati, anticamera per una qualunque legittimazione. La voce di Amy è sempre senza inciampi o esitazioni, e le parole scorrono veloci, legate tra loro, spinte con forza tra le labbra strette, indugiando sulle vocali, come esige l’accento australiano. La sessione ritmica è un metronomo impietoso e la chitarra, talvolta, abbandona le retrovie e azzarda qualche riff. Il tutto è omogeneizzato e reso cristallino da una ottima post produzione. Lasciarsi andare all’ascolto prestando attenzione al non farsi cogliere impreparati; non c’è da fare altro.

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