Amy Winehouse: “Love Is a Losing Game” (2006) – di Francesco Picca

Di quel 23 luglio 2011, cosi come dei giorni seguenti, ricordo l’esercizio assiduo e metodico di una comunità cialtrona stretta attorno a sé stessa e a quelle false certezze tipiche di un gigante dai piedi di argilla. Della morte tragica di Amy Winehouse mi resta il brusio nauseante di una giuria popolare impettita, accigliata, ritta sulla propria ombra… e resta in dote a tutti, ritengo, l’autocelebrazione inopportuna e disarmante di un corpo sociale amorfo e molliccio che prende le distanze dalle spoglie straziate di una giovane donna che non ha mai abbandonato le sembianze di bambina, che al più le ha mascherate sotto tratti pesanti di eyeliner.
Ancora oggi, a distanza di anni, echeggia la cantilena inquisitrice impastata dei soliti luoghi comuni sugli eccessi di un talento e sulle sue dipendenze; la volgare litania di chi si ingegna a cerchiar di rosso le incapacità altrui come fossero colpe; ed è ancora vivido, coriaceo, quel piglio indispettito dei bacchettoni di ogni età esperti in moralità applicata, ovviamente, sempre a qualcun altro. Come accade ad ogni anima malata toccata nel vivo delle proprie contraddizioni, la società della censura globalizzata, tutta, con un taglio trasversale rispetto agli ambiti e ai circoli più disparati, ha preteso persino di scrivere di proprio pugno l’epitaffio di una donna che, invece, in risposta al cicalio continuo ed assordante che l’ha sempre circondata, aveva più volte dichiarato “Voglio solo scrivere canzoni, lasciatemi in pace”. L’esile Amy era un personaggio scomodo, disallineato. Era la deviazione rispetto alla traccia definita. Era il trucco sbavato. Era l’eccesso mal digerito. Era l’altare ossuto e tatuato di ogni disillusione umana.
Amy Winehouse è stata erroneamente considerata l’ennesima vittima di un amore; è stata, in realtà, una delle tante vittime di troppo poco amore. Tanto per il jet set quanto per i giurati stravaccati sul divano è risultato comodo risolvere ed archiviare il caso con un laconico “suicidio per amore”, rinominando il dossier con le generalità del marito, più o meno ex, Blake Fielder-Civil. Questa chiosa affrettata ha rappresentato la prevedibile reazione di chi vede comporre sull’acciaio freddo e lucido le proprie mancanze e il proprio stesso malessere. Al capezzale, con un “ve lo avevo detto” stretto tra i denti, non è mancata nemmeno quella falange di critici musicali che, invece di soffermarsi sulle tre ottave e un semitono dell’estensione vocale di uno scricciolo barcollante, hanno preferito rimanere aggrappati alle solite immagini retoriche del “talento inespresso”, della “anima perduta”, del “oggetto in vendita” e del “fenomeno di tendenza”. Spogliata di tutta questa paccottiglia conformista e dell’ipocrita demagogia del dolore, la storia di solitudine di Amy Winehouse è degnamente e compiutamente rappresentata dal brano Love Is a Losing Game, il quinto singolo estratto dall’album “Back to Black” (Island Records 2006).
L’amore, la relazione di coppia, la passione, il tradimento, la rassegnazione, sono i temi compiutamente trattati in questa canzone resa immortale da un soul rigoroso, marcato e distinguibile, da una interpretazione irripetibile e da un testo diretto e impietoso che la stessa Amy aveva definito un “esercizio” di scrittura a scopo terapeutico. L’incisività poderosa delle parole del brano è stata premiata nel 2008 con un Ivor Novello, l’ambìto riconoscimento riservato agli autori e ai compositori musicali britannici e irlandesi. Il testo è stato persino oggetto di studio presso il dipartimento di Letteratura Inglese dell’Università di Cambridge. Nella voce di Amy Winehouse ci sono i lividi, i tagli, le cicatrici, c’è la fragilità, c’è la disperata solitudine di una piccola donna persa nella vertigine dei suoi vuoti affettivi. Eppure, la risultante è un pezzo sofisticato, lineare, reso nitido da una tessitura vocale e da una timbrica che non si lasciano imbrigliare dal tormento delle parole e che, in nome del talento e della libertà di poter fare della propria vita ciò che si vuole, annullano in pochi minuti il peso opprimente di quel documentarismo ossessivo che ha accompagnato l’artista sino all’ultimo dei suoi giorni.
La casella lasciata vuota da questa piccola Cleopatra indifesa rappresenta il prezzo che il circo mediatico/musicale paga, ancora oggi, per non averla compresa, per non averla accolta e, soprattutto, per non averla protetta. La sua carriera è stato un cinico esperimento portato avanti senza remora alcuna dai professionisti della mercificazione e la sua fragile vita è stata un pezzo di carta stropicciato su cui vergare date e cifre, per poi appallottolarlo, per poi riaprirlo ancora, annotando altre date e altre cifre. Tra le pieghe straziate di questo vissuto, tra l’inchiostro sbavato e la cellulosa che degradava, chi ha amato Amy Winehouse è riuscito pur sempre a rintracciarne l’arte e riscaldarsi con la luce seppur attenuata del suo talento. La degna smentita a chi ha inteso derubricare l’esistenza di questa donna come una “non esistenza” la si ritrova nell’ultima strofa di Love Is a Losing Game… Amy ci congeda con una presa d’atto impietosa, lucida e inattaccabile: “Finite le nostre futili discussioni / Siamo stati derisi dagli Dei / e adesso il fotogramma finale è che / l’amore è un gioco in cui si perde”.

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