Amy MacDonald: “Under Stars” (2017) – di Nicola Chinellato

La sensazione è che Amy MacDonald possegga tutti i numeri per tentare una carriera fuori dal consunto e stereotipato territorio mainstream. La ragazza originaria di Bishopbriggs (Scozia), si avvale, infatti, di una voce espressiva e assai duttile, tiene la mano ferma quando si tratta di arrangiare i brani, preferendo la sottrazione alla ridondanza, e sfodera un songwriting che nasconde qualche idea in più di quello che, invece, emerge dai suoi dischi. Insomma, è il classico talent(ino) sacrificato sull’altare del vile denaro, che potrebbe, in realtà, fare molto di più, se solo volesse (ma non vuole). Così, se il ritorno commerciale di ogni sua pubblicazione è più o meno scontato (il suo esordio, This Is The Life, datato 2007, ha sbancato le classifiche di tutta Europa) e la gragnuola di premi e nomination a fine anno è solo un’ovvia formalità; è altrettanto vero che, da un punto di vista artistico, della sua musica ci si ricorda il tempo di aver assimilato il singolo di lancio, o poco più. “Under Stars”, uscito a distanza di cinque anni dal precedente “Life In A Beautiful Light”, non si discosta dalla formula dei precedenti lavori: musica confezionata elegantemente, arrangiamenti asciutti (nonostante la pletora di mani dietro la consolle), band di contorno collaudata, un singolo bomba come Dream On (anche se i numeri, in questo caso, non sono proprio esaltanti) e canzoni dal ritornello facile e dalla presa immediata. A essere sinceri, in questo retro-pop che pesca abbondantemente dagli anni 90 (Cramberries, U2 e Brit Pop echeggiano con una certa insistenza) non c’è nulla, o quasi, che faccia storcere il naso: tutto è tanto innocuo quanto piacevole. Alla resa dei conti, però, quel che manca è un pugno di canzoni che si faccia ricordare e che ci faccia sprecare aggettivi diversi da un “carino” privo di mordente. Ottimo disco per un sottofondo non impegnativo a una cena tra amici, inutile se si cerca un po’ di sostanza.

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