Alvin Lee: la chitarra più veloce del West – di Capitan Delirio

Chi è stato a Woodstock nel 1969 lo sa bene… in quella tre giorni di musica, amore e sostanze, in cui si sono riuniti centinaia di migliaia di giovani del periodo, presa a simbolo per l’intera filosofia dei figli dei fiori e della psichedelia; in cui si sono esibiti celeberrimi artisti del calibro di Joan Baez, Janis Joplin, Joe Cocker, Carlos Santana e tantissimi altri… l’esibizione che più ha coinvolto gli spettatori, ancor prima di quella di Jimi Hendrix, la performance più incendiaria, è stata quella del semisconosciuto Alvin Lee con i suoi Ten Years After, una band partita dall’Inghilterra e composta da musicisti eccezionali. La versione proposta del brano I’m Going Home (anche Going Home) è una vera scossa. Le urla emesse dalle corde della chitarra stimolate dal tocco del geniale Alvin, riempiono l’aria, spazzano quella nuvola densa di erbe fumate e illusioni, e si scaraventano come una ventata di ossigeno fresco a risvegliare dal torpore, dalla stanchezza, mettendo nuovamente voglia di muoversi, di agitarsi, di ballare. La velocità e l’intensità delle scale di note arrampicate dalle sue dita frenetiche schiodano le assi del palco… tutto salta, tutto, i piedi, i corpi, i cuori… tutto è scosso, tutto sobbalza. In un solo brano riesce ad attingere a tutto il Blues che vira verso il Rock, Hard Rock e poi verso un vero e proprio scatenato Rock and Roll. In un brano soltanto… I’m Going Home. A sostenerlo una band fenomenale in ogni singolo elemento, con Leo Lyons al basso elettrico, Ric Lee alla batteria e Chick Churchill all’organo e alle tastiere. La loro vera consacrazione dopo anni di gavetta e dischi fondamentali come l’omonimo “Ten Years After” del 1967 o “Undead” del 1968 e ancora “Stonedhenge” del 1969. Il loro talento era già ampiamente espresso in dischi che partivano dal Blues ma poi sperimentavano tutte le forme del Rock, Hard, Progressive, psichedelia e anche Jazz. Inevitabilmente, però, l’assolo alla chitarra elettrica di Alvin Lee eseguito al festival di Woodstock lo eleva all’Olimpo delle stars. Entra di diritto a far parte della storia mondiale della musica. La sua velocità di esecuzione e l’intensità del suono lo fanno considerare uno dei precursori dello shred style, uno stile basato, appunto, sulla rapidità delle dita a dimenarsi tra arpeggi e scale di accordi e note, meritandosi il nomignolo di “chitarra più veloce del West”. Così, quando ai loro concerti suonavano Hear Me Calling o Rock Your Mama era una vera e propria iniezione di energia e piacere per il cuore. Lo stesso vale per quando sceglievano di eseguire delle cover alla loro maniera; strepitosa è la loro versione di Summertime, con un assolo di batteria da togliere il fiato. Non da meno erano i Blues lenti in cui Alvin era libero di far parlare tutti i linguaggi possibili alla sua chitarra… Slow Blues In C e Spider In My Web su tutti, in cui i flussi di trame elettriche sfociavano in dilatazioni psichedeliche a surriscaldare l’aria, da fondere qualsiasi metallo resistente. Tecnica all’ennesima potenza e talento nell’improvvisare: questo il marchio di fabbrica dei Ten Years After. Dietro il loro nome c’è una leggenda che narra una storia abbastanza verosimile e cioè che la loro formazione, dopo vari cambi di musicisti e vicissitudini contrattuali, sia legata ad una data che conta gli anni trascorsi da uno dei successi musicali di Elvis Presley, l’artista idolatrato da Alvin Lee. Nel 1966 erano dieci anni esatti dall’esplosione mondiale di The Pelvis. Dieci anni dopo appunto… Ten Years After. Da quella partecipazione a Woodstock anche il loro successo poteva essere planetario ma la storia non è sempre così semplice. Approdano ai primi anni dei settanta con alcuni album di discreto successo ma, nel 1973 Alvin sente l’esigenza di intraprendere una carriera solista per esplorare nuove sonorità. Inizia collaborazioni con grandi musicisti di varia estrazione, muovendosi dal Gospel al Christian Rock. Forse il momento più esaltante è la collaborazione con George Harrison che, nel 1993, porta alla scrittura del sensazionale brano The Bluest Blues. È sempre il Blues a segnare l’atmosfera con il suo ritmo malinconico, da scorticare l’anima… e il dialogo delle chitarre raggiunge un’intensità da strappare lacrime. Alvin in fantastica forma a ricordare ancora una volta la sua condizione di Guitar Hero” che ha ispirato tutti i più grandi chitarristi dagli anni settanta in poi. Il lungo percorso è caratterizzato anche da ricongiungimenti con i suoi vecchi colleghi dei Ten Years After che portano, nei decenni, alla pubblicazione di altri dischi memorabili come “Positive Vibrations” (1974) o “About Time” (1989)… e poi a nuovi allontanamenti. Questa altalena artistica continua così, tra ricerca solista e ritorni alla band, fino al 2013, l’anno in cui il suo fisico non regge più le traversie del tempo e a sessantanove anni pone fine alla sua vita, lasciando sotto shock l’intero mondo musicale. Ogni volta che voglio ricordarmi le emozioni che la sua chitarra sapeva trasmettere, fin da quando l’ho scoperto da ragazzo, ascoltando Hear Me Calling grazie ad una cassetta a nastro prestatami da un amico, mi sintonizzo con “la chitarra più veloce del West” e mi convinco sempre di più che è rimasta tale anzi, è ancora oltre… nel mondo… nell’universo… Grazie Alvin.

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2 pensieri riguardo “Alvin Lee: la chitarra più veloce del West – di Capitan Delirio

  • luglio 6, 2018 in 3:39 am
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    Ne sono rimasto completamente affascinato di quel fenomeno svoltosi a Bethel, a qualche decina di km da Woodstock. Fu un incesto musicale unico ed inimitabile! La grande voglia di libertà, di pace, di voglia di andare piano e fare le cose con calma….senza sovra-caricare le sinapsi di stereotipi da fast baby fast.
    L’assurdità di illegalizzare parte della natura per chi ne abusasse. Quei figli dei fiori che ritrovarono in quei 3 gg……oasi, natura e amore. L’eccesso distorce ogni cosa! Come anche l’estremismo; dando linfa mediatica ai magma che dall’alto di un limbo oligarchico depredano i popoli del loro magnifico ed unicum “io”.

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  • luglio 7, 2018 in 4:14 pm
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    Centinaia di migliaia di persone che si aggregano in maniera spontanea e pacifica… Penso che sia l’unica volta che si sia realizzato un fenomeno del genere… Davvero irripetibile… A godersi quei musicisti lì… Poi. Grazie Paolo Cox per il tuo pensiero

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